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Venezia e Nantes collegate anche dall’arte

La compagnia aerea Volotea promuove l’artista Céleste Richard-Zimmermann
alla Biennale di Venezia

Volotea, la compagnia aerea low-cost che collega le città europee di piccole e medie dimensioni, è da sempre vicina alle comunità locali, sostenendo il flusso di turisti incoming attraverso rotte strategiche. Il vettore ha anche avviato nel corso degli anni diverse iniziative volte a salvaguardare e promuovere  il patrimonio artistico e culturale dei Paesi in cui opera, supportando anche i giovani artisti.

È in questo contesto che si inserisce la sponsorship di Volotea, in collaborazione con il Metropolitan Cultural Fund di Nantes, di Zoo – Contemporary Art Center di Nantes, un collettivo di artisti, critici, architetti, insegnanti e studenti, e della  mostra dell’artista francese Céleste Richard-Zimmermann, che ha realizzato per la Biennale di Venezia una speciale installazione.

“Shroomhenge”: l’installazione di Céleste Richard-Zimmermann durante la Biennale

“Shroomhenge” è un supporto, un tavolo dall’aspetto di un monolite. Ancorato al suolo, sembra tuttavia in movimento, non proprio organico, non proprio vegetale e non proprio minerale, oscillando tra questi diversi stati al confine tra il naturale e il fantastico. L’idea è quella di raffigurare un fungo che cresce nel sottosuolo: onnipresente nel nostro ambiente, visibile o invisibile, è allo stesso tempo un rimedio e una minaccia.

Il nome dell’opera fa riferimento al famoso sito di Stonehenge: proprio come le misteriose strutture in pietra, “Shroomhenge” attira l’attenzione e suscita curiosità. Ma a differenza di Stonehenge, quest’opera è realizzata in resina, impregnata di uno strano effetto marmorizzato e materico che sembra evocare sia la natura organica dei funghi sia la solidità dei minerali. La resina è stata lavorata con materiali come polvere di marmo, madreperla e grafite, richiamando la diversità e la complessità delle forme presenti in natura. Del resto, nei parchi di divertimento, negli asili o in famosi fumetti, i funghi sono stati spesso trasformati in mobili. Forse dietro a questo c’è il desiderio di incantare nuovamente il mondo?

Shroomhenge l’opera di Céleste Richard-Zimmermann alla Biennale di Venezia

In “Shroomhenge” l’artista invita a riflettere sulla dualità dei funghi, che possono rappresentare sia l’onirico che la malattia, ciò che è strano e ciò che ci è familiare. Questo tavolo diventa così un punto di convergenza tra arte, fantascienza e fantasia, invitandoci a esplorare i misteri della natura e dell’immaginazione umana.

Céleste, come definirebbe il suo sguardo di artista trentenne? Da dove ha preso avvio e come si è evoluto? Che linguaggio è il suo?

Il mio lavoro si basa sulla ricerca di aneddoti storici e fatti di cronaca: “prendo in prestito” soggetti dalla cultura popolare o da immagini che trasformo in favole tragicomiche. Attraverso la scultura, la pittura e l’installazione, i miei progetti rivelano un’umanità preda di relazioni di potere e di contraddizione, mettendo in discussione i fondamenti della vita sociale. Regna un’atmosfera di confusione, uno spazio ambivalente in cui il confine tra l’accettabile e l’intollerabile è labile, nascosto sotto una risata spensierata.

Fiori e colori. Ma spesso nelle sue creazioni i fiori sono vivi e allo stesso tempo senza colori, quasi visti attraverso un filtro nero, opaco, come fossero esiti di una carbonizzazione. Cosa rappresenta per lei il non colore in natura? Che messaggio vuole veicolare? Eppure, lei porta il nome di un colore …

L’installazione da lei citata è un’ode all’eterno ciclo di morte e resurrezione e ha un titolo filosofico: Tout coule (Panta Rhei) (Tutto scorre), una frase che in greco antico significa letteralmente “tutto scorre”, “tutto passa”, “tutto si muove secondo un certo ritmo”, evocando una danza piuttosto che il flusso lineare. Chi osserva l’opera si trova di fronte a un pavimento quasi post-apocalittico che, però, allo stesso tempo evoca un giardino dove la vegetazione sta nascendo nuovamente. Il mio obiettivo è dimostrare che ogni ecosistema, sia vegetale che sociale, ha bisogno di caos per rigenerarsi. Un po’ come nel giardinaggio, dove usiamo le ceneri delle piante come fertilizzante.

La sua arte è anche tridimensionale e in rilievo. Come la definirebbe? Materica?

È soprattutto la scelta dei materiali a guidare i miei progetti. Nel mio lavoro, la resina imita il marmo, il gesso si trasforma in bronzo, il polistirolo si calcifica in pietra e il poliuretano espanso diventa un pavimento carbonizzato. Attribuisco grande importanza ai materiali che utilizzo e spesso opto per scelte non convenzionali, con lo scopo di ingannare l’occhio dello spettatore e di evocare un’artificialità in cui nulla è davvero come sembra. Anche la tecnica del bassorilievo è funzionale in tal senso: se osservato di fronte non è altro che un’illusione di volume e profondità, mentre di profilo tutto è piatto ed esiste sullo stesso piano. Mi ispiro anche ad autori come Françoise Vergès, che descrive i bassorilievi come l’arte di rendere piatta la complessità del mondo.