Ci sono persone che davanti a un edificio abbandonato vedono un problema. Mikaela Bandini vede una possibilità. Una vecchia palestra può diventare un luogo per eventi, una stalla un progetto di ospitalità, un’ex carrozzeria un luogo ancora da inventare. E un oggetto destinato alla discarica può trovare una nuova vita, spesso lontano dalla funzione per cui era stato prodotto.
Sudafricana di Cape Town, da anni residente a Matera, Bandini ha trasformato questa attitudine in un modo di progettare l’ospitalità che ha chiamato Upcycled Hospitality: recuperare edifici, arredi e oggetti esistenti e portarli in un contesto nuovo, senza cancellarne la storia. Il risultato è una collezione di luoghi diversi, irripetibili e difficili da classificare, raccolti oggi sotto il nome di Urban Italy.
La sua prima intuizione è stata Area 8, un bar nel centro di Matera ricavato in un ex laboratorio dove si riparavano televisori. Il locale è contemporaneo e allegro, ma soprattutto è una Wunderkammer: ogni oggetto ha una storia e molti sono stati utilizzati in modo diverso da quello per cui erano stati concepiti. Da lì Bandini ha continuato a cercare edifici e cose con una vita precedente, trasformandoli in qualcosa d’altro.
«Nel mondo dell’hospitality è molto facile fare cose contract, scalabili e replicabili. Io cerco invece cose uniche, che abbiano avuto una funzione e alle quali posso dare una nuova vita», racconta. Così una palestra degli anni Settanta è diventata un luogo per eventi, una vecchia stalla con latteria è in trasformazione, mentre tre case a Nardò, nel Salento, sono già entrate nel circuito dell’ospitalità. Una quarta, ricavata in un’ex carrozzeria, è in costruzione.
Anche la ricerca segue una logica poco convenzionale. Bandini sorvola le città con un drone alla ricerca di case abbandonate, terrazzi, giardini e cortili; poi risale ai proprietari attraverso il catasto e fa un’offerta. L’unica vera condizione è che gli edifici abbiano un ingresso indipendente e uno spazio all’aperto. Le dimensioni cambiano da progetto a progetto, da circa 70 a 350 metri quadrati, e alcuni sono pensati non soltanto per dormire, ma per cene, incontri e momenti di socialità.
La stessa attenzione riguarda gli arredi. Un vecchio banco da merceria acquistato a Biella è diventato una workstation per cocktail; il retro di un Volkswagen T2, una console per dj; una vecchia quinta teatrale, una boiserie da biblioteca. In una delle case, un’insegna della stazione di Polignano a Mare con la scritta «a mare» è diventata un piccolo manifesto: A mare, ma anche amare.
Gli oggetti arrivano da antiquari, mercatini, sgomberi e soprattutto da una rete di persone che conoscono i gusti di Bandini e la chiamano quando trovano qualcosa di insolito. Il criterio non è il valore commerciale, ma la possibilità di farlo rivivere. «Ci lamentiamo sempre del fast fashion e fast food, ma nessuno parla di fast furniture», dice. «È assurdo evitare la moda usa e getta per motivi etici e poi riempire le case di mobili con un ciclo di vita di tre o quattro anni».
Il progetto più singolare sono forse i due Banga, microbungalow in vetroresina disegnati da Carlo Zappa nel 1971. Ne furono realizzati circa 150 e oggi due, provenienti da un campeggio di Gallipoli, sono in restauro. Poco più di otto metri quadrati ciascuno, hanno già bagno, doccia, cucina e quattro posti letto. Una volta recuperati saranno collocati in un uliveto nella campagna di Matera, con l’obiettivo di accogliere i primi ospiti nel 2027.
È qui che l’idea di Bandini diventa più interessante: non si limita a recuperare architetture, ma considera patrimonio anche il design italiano del secondo Novecento, dagli oggetti agli arredi fino alle strutture che hanno segnato il paesaggio quotidiano degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta. Ogni progetto nasce da qualcosa che esisteva già e che, invece di essere sostituito, viene rimesso in circolo.
Forse è proprio questo il punto: non costruire luoghi nuovi, ma dare una seconda possibilità a quelli che esistono già. Nei suoi spazi convivono una stazione ferroviaria, un banco da merceria, un divano anni Settanta, una vecchia quinta teatrale, due bungalow in vetroresina. Frammenti di vite diverse che, messi insieme, smettono di essere cose del passato e diventano altro.
È un’ospitalità senza stampo, dove niente sembra appena uscito da un catalogo e ogni dettaglio porta con sé una piccola anomalia, una traccia, una storia. Forse è per questo che, entrando, si ha una sensazione sempre più rara: quella di essere arrivati in un luogo che non avrebbe potuto esistere altrove.

