Le sneaker bianche in Occidente rimangono immacolate a lungo; in Nepal quel candore dura poco. Kathmandu è fango, curcuma, incenso e cenere; è una polvere che ti rimane appiccicata addosso.
Il Nepal non è India ma è come se lo fosse e va oltre. Mescola tradizioni hindu con riti buddhisti, sapori speziati con delizie tibetane, le fiamme della cremazione con il ghiaccio delle montagne.
Arrivare qui per la prima volta è come atterrare su un pianeta alieno. È necessario qualche giorno per ambientarsi, trovare il proprio ritmo all’interno di una cultura antica e rituale dove tutto ha un significato. È il fluire di un tempo lento, più accondiscende, a volte arrendevole e paziente. Non corre, non scalpita, non sgomita. Non importa che da qui inizi il cammino per il trekking più emozionante, Kathmandu ha il suo ritmo orbitale e nulla lo scalfisce. Puoi solo lasciarti attrarre e perderti nei labirintici vicoli della città vecchia – l’immenso quartiere di Thamel – che portano a Durbar Square, patrimonio Unesco tenacemente sopravvissuto al disastroso terremoto del 2015.
“Le tracce del sisma ci sono, circa il 30% dei templi e palazzi di questa storica meravigliosa piazza sono andati distrutti” – mi spiega Subash, un ragazzo della casta dei Bramini che mi accompagna nel giro a piedi della città vecchia. È stata una dinastia a fine 1600 a decidere di cospargere questa valle di pagode in mattoni e legno, intagliandone le decorazioni in modo voluttuoso. Quello che veniva proposto ai fedeli era un intreccio di buddhismo ed induismo e le tracce di questo sincretismo sono scolpite in Nepal sui colonnati, sui sostegni lignei dei tetti, sugli architravi, nei portali.
Se Kathmandu è legno e pietra, è mattoni rossi e vernice rossa, Thamel è lo spirito del Nepal, la sua essenza condensata in un quartiere in cui si mescolano nepalesi e turisti in bilico tra andare o tornare da un trekking.
La domanda è una sola: dove stai andando o da dove arrivi? Mescolando esistenzialismo e praticità, si viene qui per un motivo: questa è la terra delle Terre Alte.
L’Everest è più di una montagna e raggiungere il suo campo base è più di un trekking. Il lungo sentiero verso la vetta più alta del mondo – i suoi 8.848 metri sono un mantra e un numero magico – è chiamato “le scale del paradiso”.
È il trekking dei record; oltre a quello ben noto, pochi sanno che questo cammino ad alta quota inizia con l’atterrare nell’aeroporto più pericoloso – Lukla con la sua pista in discesa di appena 500 metri – e che si incontra il tempio buddhista più alto del Nepal, il Monastero di Tengboche a 3.867 metri.
Si cammina 6-7 ore al giorno tra boschi di betulle e rododendri, villaggi sherpa, ampi falsipiani, ponti sospesi e pendii. A fine giornata si arriva in semplici alpeggi oppure in grandi centri montani come Namche Bazaar, colorato insediamento conosciuto come la capitale degli Sherpa.
Qui comincia la salita verso l’EBC (Everest Base Camp) e una routine fatta di disciplina e regole ferree: niente alcol ma solo the o acqua calda, pasti leggeri a base di verdure e riso, il controllo dell’ossigeno nel sangue 2 volte al giorno, docce veloci e non sempre calde.
Il cammino sarà lungo, quotidiano, oltre alle gambe vanno tenuti sotto controllo la testa e i nervi. Namche Bazaar è anche uno degli ultimi centri abitati dove acquistare quello che manca per il trekking nel ghiaccio: ramponi, ghette, uno strato termico in più per il corpo.
La tappa successiva è il tempio buddista di Tengboche, vale una sosta per la sua bellezza, per ricevere la benedizione dei monaci con un cordino rosso da stringere intorno al collo e le torte fatte in casa del vicino cafè con pasticceria.
Aumenta l’altitudine, diminuiscono gli alberi; aumentano i chilometri e le mandrie di yak, diminuiscono i trekker. Il mal di montagna non perdona: emicrania, mancanza di ossigeno nel sangue e nei polmoni, stanchezza. Pochi preferiscono tornare indietro, alcuni procedere a cavallo, molti tengono duro spingendo ogni giorno la linea dei propri limiti più in là.
Oltre i 4.000 metri di altitudine sei così in alto che cammini con le aquile. Non è più necessario alzare lo sguardo per vedere i loro volteggi in cielo, sono intorno a te, sono le tue compagne di salita.
Dopo 8 giorni, compresi 2 di acclimatazione, si arriva a Gorak Shep (5.160 m) e l’ascesa diventa più ripida e difficile. C’è solo il tempo per un pasto e un riposo veloce, si deve andare e tornare dal campo base finché c’è la luce del sole. Non è solo una questione di visibilità, ma anche e soprattutto di rischiosità del ghiaccio.
Vedi la roccia che segna il Campo Base da lontano; rallenti il passo, vuoi assaporare ogni falcata. Adesso sì che manca il fiato, l’impresa di quello che hai fatto toglie il respiro, l’adrenalina sbalza il cuore fuori dal petto, e piangi, piangi tanto.
Se hai il demone della montagna, il Nepal è un viaggio che cambia per sempre i tuoi desideri e priorità. L’elastico magnetismo delle vette più alte del mondo entra e comincia a serpeggiare nelle vene. È un virus di cui non vuoi liberarti e che ti lascia una malinconia latente al ritorno.
Dove ho dormito
Kathmandu: Swarga Heritage Hotel (il costo medio a notte per una camera doppia con colazione inclusa parte da 55 euro) – Swarga in sanscrito significa paradiso ed è esattamente quello che il nipote del proprietario di questa casa di famiglia ha voluto creare nel cuore di Thamel per onorare l’eredità ricevuta. Nelle camere spaziose, piene di luce naturale, prevalgono i colori grezzi e materici della terra con un tocco di design nepalese e tibetano. La coccola in più: la colazione/brunch – rigorosamente à la carte e preparata al momento – è servita dalle 6:30 alle 15:00 per dare agli ospiti la massima libertà. Link qui
Trekking per il Campo Base
Io ho scelto Nepal Social Treks per le buone recensioni di trekker italiani: Link qui. I costi sono uniformi tra le varie agenzie; vanno considerati circa € 1.100 a persona per 12 giorni, più i classici extra e le mance per la guida e i porter. Si dorme in guesthouse molto spartane; vitto e alloggio e il volo aereo da e per Lukla sono compresi nel pacchetto.
Dove ho mangiato
Sono tornata spesso al The Nook 1986 per i deliziosi momo (ravioli tibetani al vapore) e il veg dal bhat (un piatto completo con riso al vapore, zuppa di lenticchie, verdure al curry e pad thai): Link qui
Quando ho avuto bisogno di uno spazio di coworking con una ottima connessione internet o semplicemente di un posto dove rilassarmi con una ottima selezione di the, sono tornata all’Himalayan Java Coffee di Tridevi Thamel, Link qui
Ulteriore nota positiva, al piano superiore c’è una buona scuola di hatha yoga con 2 lezioni al giorno dal costo di circa 6 euro l’una.
Cosa ho comprato
Kathmandu è il paradiso dei trekker; ogni vicolo della città vecchia è pieno di negozi in cui acquistare zaini, maglie termiche, giacche in Gore-Tex, guanti oppure affittare attrezzatura ingombrante come sacchi a pelo, racchette, ramponi. Il mio consiglio è di mettere in valigia gli scarponi collaudati per lunghe passeggiate in montagna e l’abbigliamento tecnico di base. Vale la pena comprare tutto il resto a Kathmandu a prezzi incredibili.
L’eleganza di una impalpabile pashmina mi è venuta incontro in un piccolo delizioso negozio nel cuore del quartiere Thamel. È diverso da tutti gli altri, è nascosto, ha luci soffuse, grandi mobili di legno e colori polverosi alle pareti. Entri in un piccolo regno di cachemire, dove tutto è tinto e tessuto a mano. Link qui