La città si dissolve lentamente nella prateria: il mais cresce alto, la soia brilla come oro nei campi. In quel paesaggio rurale dell’Illinois, a tratti immobile, i cartelli segnaletici indicano con orgoglio Dwight come tappa ufficiale della storica Route 66. A pochi metri dalla strada, una vecchia stazione di servizio, con le sue pompe di benzina rosse scolorite dal tempo, richiama immediatamente l’atmosfera sospesa e malinconica di Gas (1940), il celebre dipinto di Edward Hopper.
Negli anni Venti del Novecento, gli Stati Uniti si trasformarono rapidamente in una nazione di automobilisti. Nel giro di dieci anni, il numero di automobili in circolazione crebbe da 8 a 23 milioni. Il Federal Aid Highway Act, approvato nel 1921, diede il via alla costruzione di una rete stradale nazionale, aprendo la strada – in tutti i sensi – a un nuovo modo di viaggiare.
Fu in questo contesto che, nel 1926, nacque ufficialmente la Route 66: oltre 2.400 miglia (circa 3.860 km) di asfalto continuo che collegava la Michigan Avenue di Chicago al molo di Santa Monica, in California. La strada attraversava otto stati e metteva in comunicazione mondi lontanissimi: la grande città industriale e il Pacifico, le praterie e i deserti, le stazioni di servizio e i motel al neon.
La Route 66 divenne presto molto più di un’infrastruttura: entrò nell’immaginario collettivo come simbolo di speranza, fuga, libertà. Fu la strada percorsa dai Joad, la famiglia protagonista di Furore di John Steinbeck (1939), durante l’esodo dalle terre aride dell’Oklahoma verso la California durante la Grande Depressione. Non a caso, Steinbeck la definì la Mother Road, la “strada madre”, una sorta di arteria esistenziale per milioni di americani.
Fu anche la rotta percorsa da Ed Ruscha, artista visionario che, trasferendosi dall’Oklahoma alla California, trovò nella Route 66 un’inesauribile fonte d’ispirazione. Alcune delle sue opere più iconiche – come Standard Station (1966), che rappresenta il cielo abbagliante sopra Amarillo – nascono proprio da quella esperienza visiva e geografica.
In un secolo di vita, la Route 66 ha attraversato la storia, influenzando la musica, il cinema, la letteratura e l’immaginario di milioni di viaggiatori da tutto il mondo. Dalla sua inaugurazione nel 1926 fino ad oggi, ha raccontato l’anima più profonda degli Stati Uniti, con i suoi sogni, le sue fughe, le sue rinascite.
Da Chicago a Santa Monica: 3.940 chilometri di libertà
La Route 66 nasce ufficialmente l’11 novembre 1926, con l’intento di collegare l’Est e l’Ovest del Paese, da Chicago (Illinois) a Santa Monica (California). Un percorso lungo 2.448 miglia (circa 3.940 chilometri), che attraversa otto stati e una straordinaria varietà di paesaggi: le pianure del Midwest, i deserti dell’Arizona, le colline del Missouri, le montagne del New Mexico, fino al Pacifico.
Per molti decenni, questa strada rappresentò la via della speranza. Durante la Grande Depressione degli anni Trenta, migliaia di famiglie la percorsero in cerca di fortuna in California, come racconta John Steinbeck in Furore, dove la chiama “Mother Road”. Più tardi, dopo la Seconda Guerra Mondiale, divenne la strada del sogno americano, percorsa da giovani, hippie, viaggiatori, motociclisti e amanti dell’on the road.
Una strada, una cultura
Route 66 non è solo una strada: è un universo fatto di motel vintage, diner anni Cinquanta rimasti tali e quali, stazioni di servizio d’epoca, insegne al neon, opere d’arte a cielo aperto e piccole città che sembrano sospese nel tempo. Località come Seligman, Williams, Kingman, Tucumcari o Oatman sono oggi tappe imperdibili per chi cerca l’anima autentica dell’America.
Lungo il tragitto si trovano anche luoghi divenuti iconici: il Cadillac Ranch in Texas, dove vecchie auto spuntano dal suolo come installazioni artistiche; il Blue Whale di Catoosa in Oklahoma, curiosa scultura galleggiante su un lago; e l’insegna di Santa Monica Pier, dove la Route 66 finisce davanti all’oceano.
La sua influenza è tale che è diventata colonna sonora e sfondo per la cultura pop: basti pensare a Get Your Kicks on Route 66, resa celebre da Nat King Cole, o ai film Thelma & Louise e Cars della Pixar.
Un mito che resiste al tempo
Negli anni Ottanta, la Route 66 fu ufficialmente rimossa dalla rete stradale federale, sostituita da nuove autostrade più moderne e rapide. Ma il mito non si è mai spento. Al contrario, si è trasformato. Molti tratti originali sono stati restaurati, le insegne ricostruite, i diner rimessi in funzione. La Historic Route 66 è oggi un percorso turistico celebrato e tutelato da associazioni locali e appassionati in tutto il mondo.
Viaggiare oggi sulla Route 66 significa fare un salto nel tempo, ma anche vivere un’avventura contemporanea. È un’esperienza unica che unisce la nostalgia del passato con la libertà del presente. Il centenario diventa così un’occasione speciale per scoprire (o riscoprire) ogni miglio di questa strada, tra eventi, celebrazioni, raduni di moto e camper, mostre fotografiche e rassegne culturali.
100 anni e non sentirli: il 2025 della Route 66
Dal 2025 in tutti gli stati attraversati dalla Route 66 cominciano festeggiamenti e iniziative celebrative, con rievocazioni storiche, concerti, mostre itineranti, mercatini vintage e tour guidati. Da Chicago a Los Angeles, ogni tappa si prepara a rendere omaggio a questa centenaria intramontabile.
In molti stanno già pianificando un viaggio per percorrerla interamente o in parte, con qualunque mezzo. Harley Davidson? Dodge d’epoca? Camper?
Il road trip smart
Nel 2026 sono anche i dieci anni di Roadsurfer, un’azienda fondata da cinque amici che ha rivoluzionato il noleggio di van e camper. Partita con 25 Volkswagen T6 California, oggi è il più grande specialista europeo del viaggio outdoor con van compatti, furgonati e semi-integrati, tutti guidabili con patente B. Sulla piattaforma Roadsurfer Spots si possono prenotare aree di sosta private immerse nella natura. Presente a Milano, Roma, Torino, Bergamo, Venezia, Bologna e Firenze, a ottobre apre la prima sede negli Stati Uniti, a Miami.