In un’Italia sempre più preoccupata per l’overtourism – con il 70% dei visitatori concentrati sull’1% del territorio – c’è chi decide di cambiare strada. Lo fa a piccoli passi, scegliendo le vie secondarie, le case con il portone aperto, il profumo di caffè nella cucina di una guesthouse tra i monti, il sorriso di chi riceve, non di chi consegna un codice via whatsapp. Per questo è nata Unexpected Italy, la startup di Elisabetta Faggiana e Savio Losito che sta creando una mappa alternativa dell’accoglienza italiana. Una mappa fatta di luoghi veri, persone vere e chiavi consegnate di persona, mai chiuse in un’anonima keybox. Il boom degli affitti brevi ha spinto al massimo questa modalità “invisibile” di ospitalità, tanto da attirare l’attenzione del Ministero dell’Interno, preoccupato per la sicurezza pubblica e, implicitamente, per la perdita di quel legame umano che è il cuore stesso del viaggio.
Così, mentre Roma, Venezia e Firenze si interrogano su come contenere la turistificazione selvaggia, Unexpected Italy risponde con una selezione di luoghi che non hanno bisogno di serrature intelligenti, perché intelligenti – e profondamente umane – sono le persone che li abitano e li aprono.
Dalla vecchia scuola elementare trasformata in un b&b al fienile nella campagna modenese dove si produce aceto balsamico e si coltiva lavanda con ragazzi di ogni abilità, le strutture di Unexpected Italy raccontano una storia, spesso antica, sempre autentica. Non esiste check-in automatico, ma una stretta di mano, una parola gentile, un consiglio su dove mangiare bene o passeggiare.
Il criterio di selezione di queste strutture è rigoroso: identità chiara, legame col territorio, sostenibilità, cura vera del cliente. E, soprattutto, niente catene, niente franchising, niente chiavi “a distanza”. Ogni soggiorno è un viaggio dentro l’Italia più vera, quella che sa accogliere con un caffè e un biscotto fatto in casa.
La startup ha catturato l’attenzione del quotidiano inglese The Guardian e dell’Onu, dove è stata ospite al al forum degli imprenditori di Ginevra e Friburgo. L’idea è semplice, ma potente: redistribuire il turismo, valorizzare i luoghi dimenticati e restituire dignità all’ospitalità come arte, non come servizio impersonale. “La lentezza è il nostro manifesto”, dicono i fondatori. Un manifesto che parla di filiera corta, stagionalità estesa, imprese locali, esperienze accessibili, energia pulita, e che considera ogni viaggiatore come un residente temporaneo, con diritti e doveri verso il luogo che lo accoglie.
Fino a oggi, le strutture sono sette, ciascuna con la sua personalità. C’è la Scuola Guesthouse a Lusiana Conco (VI), una vecchia scuola trasformata in B&B tra lavagne e colazioni di territorio e c’è Prato del Re a Prignano sulla Secchia (MO), un’ex stalla diventata agriturismo sostenibile immerso nel verde, mentre la Ca’ dal Non, sempre nel Modenese, è un bioagriturismo sociale che produce aceto balsamico e lavanda. Look TO a Torino è una residenza in un palazzo dell’Ottocento dove ogni oggetto racconta l’artigianato locale e si può comprare. Antica Dimora a Barletta, b&b in una residenza del Quattrocento con arredi artigianali e atmosfera familiare. Due gli indirizzi di Roma: Belli36, guesthouse elegante nel cuore di Prati, pensata come una casa per amici, e Hotel De Ricci, dove ogni camera ha la sua cantina privata e l’accoglienza è affidata a un team di sommelier.
Questo progetto forse non sarà la soluzione definitiva del turismo di massa in Italia, ma indica una via per salvaguardare un patrimonio di case antiche, e con esse le storie, i profumi e le voci di un paese autentico.


