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Namibia, un film da Oscar da guardare dall’alto

Dimensione volo: il Paese e il suo maestoso deserto visti da un piccolo aereo svelano scenografie segrete, colori straordinari e geometrie altrimenti impenetrabili. Un mezzo, l’aereo, che regala la libertà di tuffarsi in un altrove remoto o di librarsi nell’aria, dopo incontri straordinari

Le dune del deserto del Namib. Foto di @elenabianco

«L’aeroplano è senza dubbio una macchina, ma che strumento di analisi! Ci ha svelato il vero volto della terra» (Terre des hommes, 1939). Così scrisse Antoine de Saint Exupéry, autore del Piccolo Principe e pilota della Compagnia Aéropostale che sarebbe poi diventata Air France: insomma uno che s’intendeva parecchio di volo, di Africa e di deserti. Oggi siamo abituati, durante i voli intercontinentali, a fissare il piccolo schermo davanti a noi che ci offre film di prima visione e videogiochi. Abbiamo perso completamente il sense of wonder di quel capolavoro da Oscar che è guardare dal finestrino il mondo sotto di noi. Per riacquistare questa dimensione, indispensabile per essere rapiti dalla Namibia, servono le rotte a bassa quota di un aereo Cessna, in grado di svelare dall’alto, ma non troppo distanti da terra, questo Paese dell’Africa sud-occidentale, tanto noto quanto ignoto. Solo in volo si scoprono meraviglie geologiche impensate e luoghi così remoti da essere segreti; solo con un piccolo velivolo ci si tuffa, senza il filtro asettico di un aeroporto internazionale, in mondi inattesi, annunciati da piste di sabbia intraviste all’orizzonte.

Leopardo al tramonto nell’Etosha National Park. Foto di @elenabianco

La Namibia, lo si comprende subito, può essere a tante dimensioni, come una grande attrice. Può sfoggiare tutto il repertorio romantico a effetti speciali dell’Africa dei cliché, quella dei Big Five (leone, leopardo, rinoceronte, elefante, bufalo) e dei safari, che richiama atmosfere alla Hemingway a cacciatori armati di teleobiettivo. Succede nel Pan, la grande pianura salina dell’Etosha National Park, dove un gli incontri ravvicinati con gli animali sono straordinariamente frequenti.

La Namibia recita a soggetto anche la parte della cittadina tedesca, tranquilla e un po’ leziosa, a Windhoek, la Capitale con le “Straßen”, le birrerie e i viali ordinati come in Baviera. Questa, infatti, era lìAfrica tedesca del sud-ovest, battezzata tale dal cancelliere Otto von Bismarck. Qui si alternano le atmosfere gotiche della Christuskirche e del forte ottocentesco delle Schutztruppe alle moderne villette coloniali macchiate dal carminio delle bouganville. Qui l’artigianato (di ottima fattura) non si acquista in polverosi mercati d’Africa, ma in un Craft Centre molto cool, con tanto di cafeteria.

Un fiume fra le sabbie del Kaokoland. Foto di @elenabianco

Ma appena si decolla sembra di aver sognato questo idillio urbano e prendono immediatamente il sopravvento, come se si fosse cambiato canale, altipiani desertici di arenaria rossa. Le Etendeka dalla cima piatta frutto di fuoriuscita di lave, si alternano a sinuosi fiumi effimeri, tracce sulla pelle secca di questa terra antica, di quando 180 milioni di anni fa, il continente Gondwana prese a smembrarsi partorendo le Americhe. Il Kaokoland, è la parte settentrionale del Namib, il “luogo vasto”, deserto da 80 milioni di anni, fra i più antichi al mondo. Sprigiona una potenza arcana, difficile da afferrare completamente se non con l’occhio degli dei, dall’alto. Come una pietra preziosa ha mille sfaccettature, pattern complessi, frattali di una matematica raffinata. Fra ciclopici edifici d’argilla gialla s’insinua l’Houarusib, uno dei tanti fiumi effimeri che attraversano il deserto scavando un canyon. Pur senza acqua nella stagione secca, conserva abbastanza umidità sotterranea da richiamare elefanti, giraffe, orici e springbok che si nutrono di foglie di acacie con radici che arrivano a 40 metri di profondità. Spesso questi fiumi s’insabbiano, ma poi riappaiono magicamente in pozze cristalline, come rari occhi di madonna turchesi, fioriti fra le dune di sabbia, e frequentate dai fenicotteri.

Risorgive fra le dune del deserto. Foto di @elenabianco

Sfumature rosa pastello, amaranto, viola, in cumuli disegnati dal vento che, da artista navigato, realizza sculture astratte a parabolica, o a stella, o a barcana (mezzaluna), a seconda di dove il suo umore lo conduce. Unici a chiamare casa questo mondo estremo, sono gli Himba, pastori seminomadi con uno stile di vita tradizionale pronipoti dei Bantu, arrivati nel XVII secolo. In loro si riflette la bellezza struggente dell’Africa; soprattutto nelle loro donne statuarie e naturalmente fiere, con la pelle color mattone lucente spalmata di un miscuglio di burro, ocra ed erbe, l’otjize, contro gli insetti e i raggi solari. La stessa pasta ricopre le trecce della complicata acconciatura di quelle sposate, con uno strano effetto dreadlock. I loro gioielli di cuoio, metallo, conchiglie o avorio vegetale sono tanto eleganti quanto primordiali ed esprimono il loro status: la grande conchiglia (ohumba) segno di maternità, gli anelli alle caviglie per contare i figli e difendersi dai morsi di serpente, i ciondoli di osso (ekipa) che pendono dalla vita indicano la ricchezza in mucche e capre del marito. Gli uomini sono un’assenza: ci sono solo i bambini e gli adolescenti, gli altri sono in un altrove indefinito, lontano un attimo o mesi di cammino, a pascolare le greggi.

Una donna Himba col suo bambino. Foto di @elenabianco

È la matriarca, dunque, a tenere acceso il fuoco nel recinto sacro, il kraal, orientato est-ovest (alba-tramonto), dove si tengono gli animali e si compiono i riti di passaggio come nascite, circoncisioni, matrimoni, funerali. È il luogo della comunicazione, attraverso gli antenati, con la divinità Mukuru.

I prossimi essere viventi che vedremo, stavolta dall’alto, affrontare la vita tuffandosi nelle acque infide dell’oceano, saranno un esercito di otarie, così numerose da sembrare clonate sugli oltre 500 chilometri di costa sabbiosa dove il Namib incontra l’Atlantico. La famosa Skeleton Coast è inquietante e seduttiva come doveva apparire ai marinai che qui trovarono la morte o almeno il naufragio: la gelida corrente del Benguela, infatti, a contatto con l’aria calda provoca una nebbia perenne sull’acqua, causa di naufragi e relitti, come tetre installazioni di land art; alcuni sono ancora in mare, altri fra le sabbie che avanzano. Le loro storie cupe, fra eroismo e dramma, contendono la scena agli spettrali villaggi fantasma dei cercatori di diamanti.

Le otarie nella Skeleton Coast. Foto di @elenabianco

Si respira più sollevati atterrando a Swakopmund, cittadina di villeggiatura dei coloni tedeschi sulla costa, dove lo sport nazionale è correre in fuoristrada fra le migliaia di fenicotteri rosa delle saline di Pelican Point e sulla spiaggia, arrossata dalla polvere di granato, verso Sandwich Harbour, porto ormai insabbiato dove il Namib arriva fino al mare.

Sandwich Harbour. Foto di @elenabianco

L’onnipresente deserto, il protagonista assoluto in Namibia, sfiderà con i suoi silenzi solenni l’anima del viaggiatore fino all’ultimo grandioso incontro a Sossousvlei, vallata fra immense dune color oro. Per 65 km il paesaggio sfila fra questi giganti maestosi in continuo movimento a seconda dei capricci del vento. Dune come la n° 45 sembrano lanciare una sfida a chi abbia buone gambe, ma basta una passeggiata di circa un chilometro nella sabbia, per entrare in un quadro tridimensionale. Deadvlei è una tela metafisica in cui le mille sfumature cromatiche della Namibia svaniscono nell’assoluto del bianco e del nero.

Deadvlei. @elenabianco

È un lago secco d’argilla candida screpolata dal sole su cui si ergono, come scheletri immobili, acacie morte di un nero profondo, che sembrano carbonizzate dall’abbraccio infuocato di Big Daddy, la duna più alta al mondo, 325 metri. E improvvisamente si scopre una nuova dimensione della Namibia, il silenzio, e insieme la meraviglia che in esso risplende.

Il viaggio in volo sui deserti della Namibia può essere organizzato con il tour operator Gabbiano Livingston, specializzato in trasvolate su piccoli aerei del Continente africano. Info qui.