Il 21 settembre, a Palazzo Fava (Bologna) apre la mostra Ai Weiwei. Who am I?, a cura di Arturo Galansino. Come indica il titolo, ispirato da una conversazione dell’artista e attivista cinese con l’intelligenza artificiale, l’esposizione presenta l’artista e il suo universo creativo. Oltre cinquanta opere, tra installazioni, sculture, video e fotografie dallo scalone alle sale dello storico palazzo, sotto gli affreschi di metà Cinquecento dei Carracci e dalla loro scuola.
La mostra è un’occasione per esplorare il lavoro di uno degli artisti più influenti del nostro tempo. Le opere esposte, sempre in bilico tra Cina e Occidente e tra passato e presente, toccano istanze urgenti come la libertà di espressione e di informazione, i diritti umani e civili, le migrazioni, le crisi geopolitiche, i cambiamenti climatici, invitandoci a riflettere su temi universali come la libertà, la giustizia, la memoria e la resistenza.
Ci sono le sculture-aquiloni in bambù, carta di riso e seta raffiguranti gli animali fantastici tratti dal bestiario del Classic of Mountains and seas, il testo mitologico e geografico cinese del III secolo a.C. Creature mitologiche che fluttuano nello spazio, invitando a una riflessione sulla storia e sull’antichissima identità culturale cinese, quasi spazzata via dalla Rivoluzione Culturale, e portando a un confronto con la Cina attuale che crea mostri per controllare la popolazione.
Alla cancellazione della memoria storica in Cina nella seconda metà del Novecento si riferisce anche l’iconico trittico fotografico Dropping a Han Dynasty Urn. A quest’opera si accompagnano la vetrina con i resti del vaso risalente a duemila anni fa e il ready made Han Dynasty Urn with Coca Cola, che evoca a un tempo Andy Warhol e Marcel Duchamp. «La maggior parte delle mie attività – spiega lo stesso Ai Weiwei – riguarda l’aggiornamento o la ridefinizione degli oggetti. Avevo questo vaso da un po’ e ne ammiravo la forma, ma non sapevo cosa farne. Sembrava così spoglio, così vuoto, e volevo renderlo più attuale: per me, il logo della Coca-Cola è un chiaro annuncio di proprietà e di identità culturale o politica, ma è anche un simbolo evidente del non-pensiero. È perciò ignoranza, ma è anche ridefinizione».
Di antiche vestigia si compone anche l’installazione White Stones Axes, costituita da centinaia di asce neolitiche, che invitano il pubblico a riflettere su cosa significhi l’avanzamento della civiltà.
Anche Left Right Studio Material denuncia la persecuzione subita dall’artista in patria. Questo tappeto blu è infatti composto da frammenti di opere in porcellana come Bubble provenienti dalla distruzione, a opera del regime, dello studio Left/Right di Ai Weiwei a Pechino nel 2018.
Tra le opere esposte non mancano gli oggetti che ricordano il progresso negli ultimi decenni come la serie di installazioni Forever Bicycles, realizzate con biciclette assemblate in strutture complesse, che rappresentano una riflessione sul cambiamento sociale e urbano in Cina.
Un consistente gruppo di opere in mostra è dedicata al tema delle migrazioni nel Mediterraneo. La carta da parati Odissey, composta in fregi come vasi attici, rappresenta le difficili esperienze dei migranti e dialoga con i cicli di affreschi cinquecenteschi di Palazzo Fava: il parallelismo tra le vicende narrate nell’Eneide e le attuali crisi migratorie sottolinea la continuità dei temi dell’esodo dalle guerre e della ricerca di una nuova patria nella storia umana. «Le mie cosiddette opere d’arte – racconta l’artista – sono tutte frutto dei miei pensieri e delle mie emozioni. Non mi pento di averle create. Riflettono autenticamente i miei sentimenti e le circostanze in cui mi trovavo in quei momenti, strettamente legati con le mie esperienze e la mia educazione».
Grandi protagoniste sono le opere composte da mattoncini Lego, che riprendono, mutandole ironicamente, alcune importanti opere della tradizione pittorica occidentale. Nel contesto della sua pratica artistica, Ai Weiwei ha adottato questo mezzo espressivo dal 2014 creando una nuova forma di linguaggio che, come precisa Galansino «si basa su pixel, digitalizzazione, segmentazione, frammentazione e disconnessione». Un approccio che permette di «esprimere il rapporto tra cultura, politica e ambiente personale in una nuova lingua, combinando sensazioni attuali e memoria culturale, e collegando la comprensione del passato con le aspettative moderne».
In mostra diversi capolavori della pittura rinascimentale, barocca e moderna subiscono questa irriverente trasformazione, come la Venere dormiente di Giorgione (Gemäldegalerie Alte Meister di Dresda), a cui Ai Weiwei aggiunge una gruccia per ricordare gli aborti autoindotti prima della legalizzazione dell’interruzione di gravidanza o l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci (chiesa di Santa Maria delle Grazie, Milano), dove il personaggio di Giuda ha le fattezze dello stesso Ai Weiwei. Direttamente ispirate alla tradizione pittorica bolognese e realizzati espressamente per la mostra a Palazzo Fava, sono invece gli ironici rifacimenti dell’Atalanta e Ippomene di Guido Reni (Museo e Real Bosco di Capodimonte, Napoli), dell’Estasi di Santa Cecilia di Raffaello (Pinacoteca Nazionale di Bologna) e di una Natura Morta di Giorgio Morandi (Pinacoteca di Faenza).
Nella serie di fotografie Study of Perspective, emerge invece la volontà dell’artista di porre delle domande anziché fornire delle risposte univoche, invitando alla discussione e al dibattito.
Palazzo Fava. Palazzo delle Esposizioni
21 settembre 2024 – 4 maggio 2025


