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La montagna è una star

Cervino CineMountain, il festival del cinema di montagna più alto d’Europa, si conclude il 5 agosto con la premiazione a Valtournanche. E per chi resta, i percorsi sui luoghi del film

Il Cervino. Foto Enrico Romanzi.
Il Cervino. Foto Enrico Romanzi.

Non poteva che iniziare con Le otto montagne la ventiseiesima edizione del Cervino CineMountain, il festival del cinema di montagna più alto d’Europa. Girato quasi interamente in Val d’Ayas, il film tratto dal libro di Paolo Cognetti ha per protagonisti non solo Filippo Timi, Alessandro Martinelli ed Alessandro Borghi, presente il 29 luglio in sala a Valtournanche, ma anche le vette della Val d’Aosta. Che accompagnano il lungometraggio in una scalata in ascesa. Dopo il Premio Giuria al Festival di Cannes e i David di Donatello, a fine giugno è stato inserito da Variety, la rivista-Bibbia dello spettacolo, nella Top 10 dei film più belli del 2023.

Una scena di Le otto montagne, protagonista di CineMountain, il festival dedicato alla montagna in Valle d’Aosta.

Un rara amicizia maschile

Un successo che ha ricadute sul territorio e sulla promozione internazionale del film, pressoché mondiale. «Si fa quasi prima a dire dove non verrà distribuito», racconta Catia Rossi, Head of International Sales di Vision Distribution. Dietro ai risultati c’è un mix di fattori. «Certo la selezione al Festival di Cannes e il premio ricevuto», aggiunge Rossi. «Ma anche l’essere stato girato in formato 4:3, una cifra capace, come dice il regista Felix Van Groeningen, di restituire la verticalità delle montagne. Oltre alla dimensione rara e intensa di un’amicizia maschile».

Il castello di Graines. Foto di Carmen Rolle.

Vette compagne di vita

«Il film è il più richiesto delle arene estive», conferma Alessandra Miletto, direttrice di Film Commission Valle d’Aosta. «Ha scardinato l’idea che la montagna non funzioni nel cinema di finzione, inaugurando una nuova forma in cui il paesaggio alpino diventa protagonista». Capace, in questo caso, non solo di accompagnare il percorso dell’amicizia tra Pietro e Bruno, dall’infanzia all’età adulta, ma anche di influenzarne l’evoluzione e le scelte di vita. Non a caso il film è stato inserito in un nuovo contenitore del festival, Mountaintelling, che vuole proprio esaltare il grande schermo come mezzo per raccontare il ruolo delle terre alte nel cinema di finzione contemporaneo. Non più solo sfondo di storie, scenografia di documentari o ambientazione di grandi imprese e di sfide ai limiti, la montagna diventa attrice che dirige lo sviluppo della narrazione e la crescita dei personaggi.

Meglio se è tutto vero

Nella serata di apertura Alessandro Borghi ha confessato l’innamoramento per il libro di Cognetti. «Sapevo di voler fare Bruno. Con questo personaggio potevo vivere la montagna non da turista ma da vero montanaro. Con la fatica, le sveglie presto e la necessità di imparare a pascolare, mungere, fare il formaggio». Dall’amore per il libro a quello per la montagna il passo è stato breve. «E poi c’era Luca, con cui avevo già girato Non essere cattivo ed è un vero amico. L’alchimia, la fiducia, la stima tra noi traspaiono chiaramente nel film». Nelle scene si manifesta anche tutta la potenza della montagna. «Gli americani avrebbero girato in interno usando trucchi per cambiare gli sfondi. Invece la produzione ha scelto luoghi reali: abbiamo affrontato ore di cammino per arrivare a 2.400 metri di quota. Ma la montagna vera è un grande vantaggio: rende autentici e spontanei i sentimenti».

Cosa resta alla comunità

«I location manager hanno girato a lungo la Valle d’Aosta per individuare luoghi più comodi di quelli in cui è ambientato il libro», racconta Alessandra Miletto, «ma alla fine si è tornati in Val d’Ayas, al punto di partenza. Il successo del film nasce anche dall’essere stato girato proprio là dove è nata la storia». Ma non solo. «La produzione di Le otto montagne anziché sottrarre al territorio e all’ambiente, come spesso accade sui set, ha saputo restituire luoghi alla comunità». Quella che nel film era la casa di vacanza della famiglia di Pietro, in realtà era la vecchia scuola di villaggio di Graines. Oggi è un piccolo museo etnografico più fruibile e curato. Anche il rudere in alta quota, che nel film diventa la baita risistemata da Pietro e Bruno, è stata ristrutturata in modo permanente da una vera impresa edile.

D’altronde, si sa, nel turismo Montalbano docet. Anche in Valle d’Aosta sono ingenti le ricadute economiche e promozionali di film e fiction. Anche grazie a mega produzioni come House of Gucci, girato a Gressoney, Diabolik ambientato a Courmayeur o le incredibili azioni degli Avengers, gli eroi della Marvel che hanno avuto come set il Forte di Bard. Ma anche la serie tv Rocco Schiavone ad Aosta (leggi l’articolo qui). «Senza contare che a volte la visibilità dei territori si amplia in modo sorprendente», dice Catia Rossi. «In Giappone, il biglietto di Le otto montagne viene dato insieme alla cartina dei percorsi nati sulle tracce del film».

Il Lago Blu con il Cervino sullo sfondo. Foto di Enrico Romanzi.

Estate sui sentieri delle valli

Il Cervino CineMountain continua fino al 5 agosto, con un ricco calendario di appuntamenti con grandi ospiti, dal cinema alla montagna, dalla letteratura al giornalismo. Ma se non si facesse in tempo sono numerose le proposte del territorio.

In Val d’Ayas sono ben descritti dal nuovo sito www.tourleottomontagne.com i percorsi nei luoghi che hanno ispirato il libro di Paolo Cognetti, da fare in compagnia di muli e giovani guide escursionistiche. Si può partire da Graines (Grana, nel libro e nel film), antico borgo a 1.375 metri con uno scenografico castello, dove c’è la vecchia scuola elementare riaperta come museo. L’escursione porta ai laghi di Frudières con i muli usati davvero nel film carichi del necessario per il picnic, preparato dal ristorante Il pranzo di Babette a Estoul (il ristorante di Lara nel film). Oppure si può salire all’Alpe Merendioux, la Barma Drola, il vecchio alpeggio ristrutturato dalla produzione. Ma anche, con le guide alpine di Champoluc, arrampicarsi al Rifugio Mezzalama, da dove il padre Giovanni sale al ghiacciaio con Pietro e Bruno bambini. A 3.036 metri lo storico rifugio è intitolato a Ottorino Mezzalama, alpinista torinese travolto da una valanga sul ghiacciaio di Malavalle nelle Alpi Breonie. Posto sulla morena laterale del Grande Ghiacciaio di Verra, si affaccia su un ampio panorama di ghiacciai che però, per l’ingente arretramento dovuto al cambiamento climatico, non sono più nelle immediate vicinanze del rifugio.

Anche tra Breuil-Cervinia e Valtournenche ci sono itinerari per tutti i livelli di allenamento. Con la possibilità qui di abbreviare i tempi di percorrenza grazie agli impianti di risalita, ideali per diminuire la fatica. La passeggiata più classica è quella di una mezz’ora da Cervinia al Lago Blu. Da cui i più sportivi possono in un paio d’ore scollinare e raggiungere Valtournenche dall’Alpe Manda sino a Salette, con una notevole vista sulle Grandes Murailles. Il sentiero percorre un tratto della Grande Balconata, anello che tocca i luoghi più suggestivi della Valtournenche, come Antey-Saint-André, La Magdeleine, Chamois, Cheneil, Breuil-Cervinia, Cignana, Torgnon. Una settantina di chilometri divisibili, appunto, anche in tratti più brevi.

Ha anche un forte aggancio con il territorio e la sua storia il sentiero Jean Antoine Carrel nato nel 2015 in occasione del centocinquantenario della conquista del Cervino. È dedicato allo scalatore che giunse per primo in vetta alla Gran Becca, come da sempre i valligiani la montagna, dal versante italiano, il 17 luglio 1865. Il percorso è un anello che parte e arriva a Perrères, tocca il rifugio l’Oriondé (2.808 metri), sotto il Cervino, arriva a Plan Maison e da qui giunge alla diga del Goillet per ridiscendere a valle passando dalla cappella Sant’Anna Notre Dame de la Garde. Trenta chilometri fattibili in 10 ore, ma che può anche essere suddiviso in tratti o facilitato dagli impianti di risalita.

Per un viaggio tutto funivie, la novità è poi ovviamente il nuovo Matterhorn Alpine Crossing, completato lo scorso 30 giugno. Con cui sperimentare l’itinerario attorno al Cervino, incluso l’attraversamento del confine in funivia più alto delle Alpi, a 3.480 metri.