EDITORIAL

Il mondo di Fosco Maraini in mostra a Lugano

Un’ esposizione imperdibile. Per riscoprire, a vent’anni dalla scomparsa, un fotografo, scrittore e antropologo giustamente definito “uno dei grandi outsider della cultura italiana del Novecento”

“Bambini corrono sul lago sul lago Kutsharo, Hokkaido”. 1953. Foto di Fosco Maraini. Courtesy Musec Lugano.

Rimane aperta fino al 19 gennaio 2025 al Musec – Museo delle Culture di Lugano, la mostra fotografica “L’immagine dell’empresente. Fosco Maraini, una retrospettiva”.
L’occasione per comprendere –  a vent’anni dalla scomparsa – quello che Francesco Paolo Campione – direttore del Musec, curatore della mostra e dello splendido catalogo Skira –  definisce “uno dei grandi outsider della cultura italiana del Novecento”.
L’esposizione svela il talento e le passioni culturali del grande viaggiatore Maraini, attraverso 223 scatti di una potenza sorprendente, esaltata dal bianco e nero e sottolineata dal rincorrersi sapiente di luci ed ombre nelle immagini. Quasi avesse assimilato nelle sue tante “Ore Giapponesi” (uno dei suoi libri più famosi) l’estetica del Paese del Sol levante.
Insofferente alle leggi raziali fasciste, Maraini nel 1939 grazie a una borsa di studio s’installò (insieme alla moglie Topazia Alliata e alle figlie Dacia e Toni) a Sapporo, nell’isola di Hokkaido. E’ questa la terra più a nord dell’arcipelago giapponese e casa degli aborigeni Ainu, primi abitatori del Giappone. Dal soggiorno in Hokkaido scaturirono tre anni di intense osservazioni e studi su questo popolo, così minuziosi che ancora oggi gli Ainu, per recuperare le loro antiche tradizioni, si affidano a volte agli scritti di Maraini.

“La fumata della donna Ainu”. 1954. Foto di Fosco Maraini. Courtesy Musec Lugano.

Apre dunque la mostra il lavoro di ricerca etnologica forse più importante di Maraini, con scatti che restituiscono la selvaggia bellezza delle distese di neve e ghiaccio dell’Hokkaido, luoghi dove negli esseri vegetali e animali albergano i Kamui, gli spiriti della natura precursori dei Kami dello shintoismo giapponese.
Ritratti di uomini e donne così intensi da penetrare negli occhi dell’osservatore, scatti che fissano gesti quotidiani o cerimonie ormai quasi perdute come lo Iyomante, letteralmente “farlo partire”, riferito all’ orso, la cui uccisione rituale lo fa tornare ad essere spirito della natura, “ponte” fra l’umano e il divino dove un ruolo importante è giocato dagli sciamani.

“Preghiera ai Kamui del fiume Saru”, 1939. Foto di Fosco Maraini. Courstesy Musec Lugano.

Se Maraini per alcuni anni, disvelò per primo la realtà degli aborigeni giapponesi, dopo la Seconda Guerra Mondiale raccontò l’aprirsi del Sol Levante al resto del mondo, ritraendo personaggi vestiti all’occidentale per le strade di Kyoto e altrove. Ma si focalizzò anche su realtà sconosciute come le pescatrici di etnia Ama dell’isola di Hèkura nel Mar del Giappone, immortalate (come Maraini stesso suggerisce) “alla Gauguin”. Scatti subacquei di donne-pesce che riposano sulle barche nella loro innocente nudità, sirene nell’elegante gesto di immergersi (senza bombole né muta) nelle profondità marine, in cerca di preziosi molluschi awabi.

“Giù, decisamente giù”. 1954. Foto di Fosco Maraini. Courtesy Musec Lugano.

Con occhio indagatore Maraini blocca sulla pellicola i luoghi più remoti del Pianeta. Come un Tibet quasi mitologico,  (quel “Segreto Tibet” che è un altro dei suoi libri più celebri), esplorato nel 1937 e nel ’48 in veste di fotografo del celebre orientalista Giuseppe Tucci. Senza dimenticare ovviamente l’India o il Pakistan, quando racconta il popolo Kalash, gli “Ultimi Pagani” refrattari all’islamizzazione di una remota vallata dell’Hindu Kush.

“Gyantse”. Tibet, 1937. Foto di Fosco Maraini. Courtesy Musec Lugano.

Con la stessa curiosità antropologica viaggia in luoghi molto più vicini. Ecco allora che la Sicilia degli anni ’50 e addirittura le acciaierie Falk di Sesto San Giovanni (unici scatti a colori, o meglio monocromi, illuminati dall’arancione fosforescente della fusione) rivivono di un nuovo punto di vista che diventa significante nuovo.
Sempre, in ogni foto, lo “studium” cioè il contenuto razionale, l’informazione che Roland Barthes descrive ne “La Camera Chiara”, si fonde mirabilmente con il “punctum”, l’aspetto emotivo che colpisce nel profondo chi osserva. E’ questo – spiega Maraini stesso – “l’attimo fuggiasco in cui si materializza l’esperienza, e in cui io ne entro in possesso”. E noi anche, grazie a lui.