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Un giardino per l’anima

Aperto per la prima volta a pubblico nel 2024, l’orto giardino del Santissimo Redentore è un luogo di bellezza coltivato con cura da Adele Re Rebaudengo

Adele Re Rebaudengo con il capo giardiniere, nell’orto giardino del Santissimo Redentore. Foto di Francesco Neri.

L’Orto Giardino del Convento del Santissimo Redentore alla Giudecca a Venezia ha aperto per la prima volta al pubblico il 27 ottobre 2024, dopo un importante progetto di recupero e restauro curato dalla Venice Gardens Foundation. Lo abbiamo visitato con la presidente Adele Re Rebaudengo che considera quest’opera un modo per ricordarci i veri valori e come la natura ci aiuti a perseguirli.

La cura è il vero progetto

«La Venice Gardens Foundation è nata nel 2014 per restaurare, gestire e soprattutto conservare e curare i giardini storici veneziani. Oggi il concetto di cura è stato messo in disparte. Basta guardarsi intorno per vedere lo stato di abbandono dei giardini e delle aree verdi urbane. Non potrebbe essere diversamente in un Paese dove i giardinieri sono pochi e poco formati.

Per noi conservazione e formazione sono fondamentali. Il PNRR ha messo a disposizione fondi importanti per restaurare luoghi straordinari, ma il giorno dopo il proprietario si trova davanti al problema di non avere personale qualificato per occuparsene. Per questo in futuro vorremmo istituire una scuola di formazione.

Intanto abbiamo ripristinato l’orto-giardino del Redentore sull’isola della Giudecca, che papa Gregorio XIII volle come simbolo di rinascita e speranza dopo la peste del 1575-77, che aveva decimato oltre metà della popolazione veneziana. Per il progetto fu chiamato Palladio (l’architetto più importante dell’epoca)».

Il giardino non era accessibile. Come lo avete trovato?

«Ci passavo davanti in barca. E nel dicembre 2019, dieci giorni dopo aver inaugurato i Giardini Reali di San Marco, sono andata a suonare il campanello del convento. Ho chiesto al frate se potevano concederci l’orto giardino per restaurarlo e aprirlo al pubblico. C’erano generazioni che non lo avevano mai visto. Pensavo chiamassero la polizia. Invece, parlando, il rapporto si è fatto più disteso e dopo un anno e mezzo ce l’hanno dato in concessione».

La mappa dell’orto giardino del Santissimo Redentore, aperto al pubblico per la prima volta nel 2024.

Lo stato iniziale

«Era un prato bellissimo, ma non c’era praticamente niente. Molti anni fa i frati coltivavano la terra. Poi è diventato un centro di formazione, dove si studiava. Quando il centro è stato spostato, sono rimasti sette monaci e, con tutte le attività che avevano da svolgere, il giardino non era una priorità».

Cominciano i lavori

«Per il progetto abbiamo chiamato l’architetto Paolo Pejrone, con cui avevamo già lavorato con ottimi risultati ai Giardini Reali sul Canal Grande. L’intervento è stato filologico rispetto alla sua funzione francescana: un uliveto, gli orti, il frutteto che serviva al sostentamento dei frati.

Mescolate alle altre piante, ci sono anche le erbe officinali, come all’epoca della farmacia del Redentore, nata per curare sia in tempo di guerra che in tempo di pace. Poi sono stati piantati molti fiori: un tempo servivano per ornare gli altari e oggi per abbellire il giardino, per le api e per gli altri impollinatori.

Abbiamo realizzato anche quasi 400 metri di pergolato, su cui si arrampicano viti, rose e glicini a seconda della stagione. Al centro c’è la vasca delle ninfee. Abbiamo messo trenta cipressi già alti dieci metri e creato una carciofaia in collaborazione con il Consorzio del Carciofo Violetto di Sant’Erasmo. Qui tutto vive insieme: dalle zucche ai fiori, alle piante sempreverdi».

Un restauro sostenibile

«Si può, anche se la parola sostenibilità non mi piace molto, perché ormai è stata stravolta. C’erano dei lastricati messi negli anni Settanta coperti di cemento. Abbiamo preferito avere un terreno capace di assorbire l’acqua: abbiamo tolto le pietre, le abbiamo ripulite dal cemento e le abbiamo riutilizzate come cordoli delle aiuole. Il riuso è fondamentale, perché dà una seconda vita ai materiali senza doverli rimuovere, trasportare e smaltire».

Quante persone si occupano della manutenzione?

«Abbiamo otto giardinieri tra qui e i Giardini Reali, quattro assistenti, tutti assunti a tempo pieno, e alcuni volontari».

Il recupero degli edifici

«Le antiche officine che ospitavano le cucine, la falegnameria e due cappelle di meditazione sono stati restaurati. Una delle cappelle è diventata il bar, dove si può anche mangiare, e nel menù si trovano i nostri ortaggi di stagione. Quando siamo arrivati, era distrutta, utilizzata come deposito per le barche.

Abbiamo riaperto la facciata verso la laguna, rifatto i pavimenti e lavorato con 21 restauratori e scalpellini, perché qui e nell’altra cappella i frati avevano messo del cemento che aveva aggredito i mattoni orginali».

I costi

«Quasi sei milioni di euro. Abbiamo ricevuto oltre due milioni dal PNRR e abbiamo accettato soltanto erogazioni liberali, non sponsorizzazioni. Volevamo che fosse rispettato lo spirito del luogo e quello monastico.

Abbiamo cercato di lasciare tutto il più possibile naturale. Ma il lavoro di ripristino è stato molto impegnativo e richiede una manutenzione costante. Qui è tutto un «cuci e scuci».

L’uliveto e sullo sfondo la Chiesa del Santissimo Redentore, alla Giudecca. Foto di Francesco Neri.

Un patrimonio per tutti

«Il giardino è aperto tre o quattro volte alla settimana, a seconda della stagione. Restaurare giardini è la nostra missione, ma ancora più importante è restituire loro un ruolo sociale e comunitario. Con il biglietto di ingresso –12 euro – si può stare nel giardino tutto il giorno. I veneziani possono entrare quasi gratuitamente, con una tessera da 30 euro all’anno.

È un progetto a 360 gradi. Si parte dal restauro, che è la condizione necessaria. Poi bisogna far vivere il luogo, dargli un’anima.

Perciò abbiamo istituito due premi letterari: uno nato con il Campiello, che ora continuiamo da soli e abbiamo aperto anche alla letteratura straniera, e il premio giovani per la letteratura, quest’anno alla seconda edizione.

Facciamo anche piccole mostre, ma solo a tema. Venezia non ha bisogno di un altro spazio espositivo, travolta com’è dalla contemporanea. (Così la signora Adele chiama provocatoriamente l’arte contemporanea. Senza arte, ndr)».

Imparare dalla natura

«Con questo progetto, vogliamo trasmettere la nostra idea di natura, ovvero un insieme di esseri viventi che personalmente considero pari a me, con gli stessi diritti. Io al loro cospetto, mi sento minuscola.

Qui si può avere un assaggio di come ci si può sentire in armonia con la natura: si sta meglio, si ristabiliscono quegli equilibri che abbiamo dimenticato.

Noi esseri umani siamo gli unici a distruggere la casa in cui viviamo per perseguire denaro e potere. È vero che il leone mangia la zebra, ma non fa un allevamento intensivo di zebre per trarne profitto. Va a caccia per sfamarsi.

Nei nostri giardini cerchiamo di far sentire alle persone, in profondità, che esistono altri modelli possibili. Dico sentire, perché sono convinta che preceda il capire, anche se siamo diventanti insensibili. E il malessere che ci circonda dovrebbe farci capire che qualcosa non sta funzionando».

Imparare dai luoghi

«Ho imparato moltissimo grazie a incontri importanti, letture importanti e visite di luoghi importanti. Qui abbiamo un capolavoro del Palladio sullo sfondo. È interessante guardarlo da dietro, con i due campanili che ricordano i minareti».

Vive a Venezia?

«Sì, mi sono trasferita sedici anni fa nella città che ho sempre amato perdutamente, da quando sono venuta in gita scolastica a dieci anni e ho pensato: «Non è reale». È la cosa più bella che abbia mai fatto».