TOP VIEWS

Il Cabo dell’Utopia

Su una piccola penisola dell’ Uruguay vive una comunità che reclama il ritorno alla natura come stile di vita, ma non chiamateli hippie

Su una piccola penisola dell’ Uruguay vive una comunità che reclama il ritorno alla natura come stile di vita, ma non chiamateli hippie

[slideshow id=167]

Testo e foto di Naida Caira

Mancano più di quattro chilometri, una lunghissima spiaggia deserta dove la schiuma delle onde si addensa sulla riva, eppure da qui sembra già vicino, il Cabo. Siamo riusciti a non perderci tra le dune di sabbia che nel percorso che parte da Valizas cambiano forma e direzione, ma è più facile se si segue il mare. Cabo Polonio la riconosci dal piccolo faro e quando ti avvicini sai già che stai per entrare in un’idea, che ancor prima del paesaggio ti ha catturato perché esiste, e vista da qui non sembra poi nemmeno tanto folle. Un villaggio costiero fatto di ranchos, case stravaganti costruite con materiali di recupero e popolato da un manipolo eterogeneo di bohemien di tutte le età, pescatori e gauchos. Non ci sono strade, niente elettricità e si può arrivare solo in camion, jeep, a piedi o a cavallo. Poco a sud del confine con il Brasile e a 300km da Montevideo questo avamposto un po’ hippie un po’ baraccopoli è quasi completamente tagliato fuori dal resto del paese.

E’ una riserva naturale, il Cabo Polonio, come del resto gran parte della costa nel dipartimento di Rocha. Stretto tra l’oceano e sterminate dune di sabbia più simili a un deserto, è anche un punto privilegiato per avvistare balene e leoni marini, che qui sono praticamente di casa. Ma in qualche modo è anche un riserva culturale, un luogo dove incontrare una dimensione di vita etica e sostenibile che sfugge alla facile tentazione di una nostalgia hippie.

Consapevolmente primitiva, totalmente autonoma, e (per ora) per lo più incontaminata è solo una e forse la più conosciuta delle oltre 100 comunità che in Uruguay hanno scelto il ritorno alla natura e uno stile di vita basato sulla semplicità e la spiritualità. Non stupisce che abbia iniziato a popolarsi a partire dagli anni Sessanta, ma il suo stato legale è tuttora sospeso in una eterna disputa tra i suoi abitanti, il governo uruguaiano e alcuni proprietari terrieri. Nel frattempo si vive, con lentezza, si dipingono padelle con i colori della bandiera giamaicana, si decorano pareti con bottiglie di vetro usate e si riciclano vecchie barche per farne pezzi d’arredo. Si pesca e si passeggia a cavallo.

Pernottare nell’oscurità totale, tra stelle e mare e guidati solo dalla luce del faro è un’esperienza unica, anche se la maggior parte dei visitatori che passa da queste parti sceglie di fermarsi solo in giornata. Nel villaggio ci sono due ostelli ma la soluzione più comoda è senz’altro quella di affittare una stanza o un rancho chiedendo in giro. I prezzi per il pernottamento sono tutt’altro che economici, un letto in ostello costa 40$ in bassa stagione, ma del resto limitare la quantità di turisti è praticamente una necessità per preservare il fragilissimo ecosistema del Cabo.