EDITORIAL

Giappone: perché gli spettri hanno il rossetto

Inquietanti mogli-volpi, orchesse feroci, donne-fantasma alla ricerca di vendetta. Dal folclore medioevale al pop contemporaneo: perché il Giappone crea mostri femminili? Lo spiega un saggio che si legge come un romanzo

Spirito di donna-volpe. Di Yōshū Chikanobu (1838–1912). MET New York. Licenza: OA – Public Domain

Spettri femminili di ogni genere, tranquille fidanzate che assumono l’aspetto di insidiose volpi, orchesse furibonde che divorano i passanti (maschi) nelle foreste, donne-fantasma che tornano fra i vivi per vendicarsi di antichi torti subìti. Ma anche vecchie orribili e minacciose, oppure giovani ammaliatrici, tanto seducenti quanto imprendibili, inaffidabili, ingannatrici. Cosa le accomuna? Sono tutte pericolose.
«Cosa spaventa nella donna, cosa minaccia? Perché è così massiccia la presenza di mostri femminili nel folclore giapponese?». Per rispondere a queste domande Rossella Marangoni ha scritto Onibaba. Il mostruoso femminile nell’immaginario giapponese (Mimesis Edizioni).
I libri migliori spesso ci portano in una dimensione mentale analoga a quella del viaggio (nello spazio o nel tempo) per poi riportarci qui dove noi siamo e farci riflettere sul nostro qui e ora. È ciò che succede leggendo questo nuovo libro di Marangoni: si intraprende un viaggio che parte dal Giappone medioevale per arrivare alle donne e agli uomini di oggi.

Due spettri femminili. Di Toriyama Sekien (1712–1788). MET New York. Licenza: OA – Public Domain

Il tema del libro è chiaro: illustrare come e perché si sia affermata la “mostrificazione” delle donne nella cultura giapponese. Ma molto meno chiaro poteva essere l’esito: il rischio era quello di una pesante scrittura accademica. Invece la nipponista Rossella Marangoni – meravigliosa affabulatrice –  con sapienza e leggerezza ci fa attraversare tanti universi culturali differenti per individuare origini e costruzione della “mostruosità femminile”: miti e leggende dell’antico Giappone, storie d’amore e d’orrore,  classici della letteratura giapponese, la sua arte, il suo teatro, la filosofia buddhista ma anche le relazioni fra spiritualità shintoista (basata sui concetti di purezza e impurità) e forme del controllo del corpo femminile “impuro”.
Il processo involutivo sia della posizione sociale delle donne sia della loro rappresentazione nell’immaginario collettivo ha un momento topico. Nelle parole di Marangoni: «Nel Giappone antico la donna è regina sciamana, ha un ruolo fondamentale nella ritualità legata al culto dei kami, la donna gestisce il potere politico, militare, religioso. Poi tutto sembra precipitare come una palla lasciata andare lungo un pendio…Il declino delle donne nel mondo religioso e politico inizia dalla seconda metà dell’ottavo secolo…».

I cento demoni. Di Kawanabe Kyōsai (1831–1889). MET New York. Licenza: OA – Public Domain

Dalla storia antica il racconto alato di Marangoni ci condurrà fino al cinema giapponese del ventesimo secolo e alle sue femmes fatales. La studiosa analizza quei film in cui la “mostruosità” femminile non è più fisica bensì solo psicologica: le dark ladies del cinema giapponese sono spietate, crudeli e sessualmente sfrenate. Loro possono permettersi di esserlo perché sono – virtualmente – fantasmi. Le donne vere, invece, vengono dipinte sempre come tranquille (sotto ogni punto di vista). Le donne restano così, nelle rappresentazioni della cultura di massa fino a pochi decenni fa, il continente sconosciuto sulla mappa della società giapponese. Hic sunt leones.

Toriyama Sekien (1712–1788). MET New York. Licenza: OA – Public Domain