Questa è la storia di un’antica famiglia nobile, di un principe anticonformista, della sua figlia anarchica, di arte e di vino. Questa è la storia di una Sicilia pioniera, internazionale, all’avanguardia. Una storia che si respira nelle cantine Duca di Salaparuta a Casteldaccia e per le strade di Bagheria, a una mezz’oretta da Palermo, dove il sole splende anche in inverno e la vita è tranquilla, quasi come due secoli fa quando tutto ebbe inizio.
Nella prima metà dell’Ottocento, la dominazione borbonica minacciava l’abolizione dei diritti feudali e con essi le proprietà delle famiglie nobili. Per questo motivo il principe Giuseppe Alliata, duca di Salaparuta, si lasciò il suo ruolo nel governo si ritirò nella sua residenza estiva – Villa Valguarnera, uno dei più begli esempi di barocco nell’isola – a Bagheria, per occuparsi delle sue terre, che spaziavano da Palermo a Casteldaccia, e in particolare dei vigneti. Nel 1824 cominciò a imbottigliare in modo molto artigianale il suo vino nei magazzini della villa, scrivendo la prima pagina dell’enologia siciliana. Fu però il figlio Edoardo a trasformare la passione paterna in una vera e propria azienda. Innanzitutto fece costruire la cantina a Casteldaccia e cominciò a viaggiare in Toscana, in Piemonte e in Francia per imparare da chi ne sapeva a produrre un vino più elegante, sofisticato, con una gradazione alcolica più bassa, come gradiva sia il mercato nazionale che quello internazionale. Grazie a questi cambiamenti, i vini del Duca di Salaparuta migliorarono, entrarono nelle ambasciate e al Vaticano, e cominciarono a vincere premi. Quando le redini passarono al nipote Enrico, l’azienda di famiglia crebbe ulteriormente. Il duca Enrico era un uomo eccentrico, teosofo, vegetariano (ha scritto anche un libro di ricette basate sul crudismo tradotto in inglese), un ecologista ante litteram e portava la figlia Topazia con lui nei vigneti per avvicinarla a quel mondo che un giorno avrebbe ereditato. Con lui il vino migliora ulteriormente, ottiene altri premi ed è apprezzato a livello internazionale, dagli Stati Uniti al Giappone.
Non è difficile immaginare che, con un padre così aperto di mente, Topazia fosse cresciuta come una donna indipendente e anticonformista. Per esempio, è la prima donna ammessa al corso di nudismo all’Accademia delle Belle Arti che nella Sicilia dei primi Novecento non era pensabile. In quell’occasione conobbe Renato Guttuso, uno dei più importanti pittori del Neorealismo italiano. Tra i due nacque un’amicizia stretta, come dimostrano alcuni dipinti a quattro mani e un ritratto del maestro esposto al Museo Guttuso di Bagheria. Topazia fu anche una delle prime donne a prendere la patente di guida a Palermo e, cosa all’epoca straordinaria, camminava da sola per le vie di Palermo. Si sposò poi con Fosco Maraini, uno dei più importanti antropologi italiani del Novecento ed ebbe tre figlie, tra cui la scrittrice Dacia Maraini. Dopo un periodo con la famiglia in Giappone, dove Maraini aveva avuto un posto in università, e dopo gli anni della deportazione per non aver aderito al regime fascista, Topazia torna a Bagheria, dove prende le redini dell’azienda vinicola e crea la sua etichetta Colomba Platino, simbolo di pace, per dimenticare gli anni oscuri della guerra mondiale. Con Topazia, si chiude il cerchio dei quattro personaggi fondamentali dei primi duecento anni di Duca di Salaparuta, che oggi fa parte del gruppo Illva Saronno, una multinazionale che mantiene però solide radici italiane.
Una delle etichette di punta dell’azienda è Duca Enrico, il Nero d’Avola a cui è dedicato il caveau della cantina di Casteldaccia. Prima del 1984, il vitigno siciliano era considerato un vino di scarsa qualità, da taglio, e si vendeva sfuso. Non se ne capivano le potenzialità. Finché Franco Giacosa e un premiato team di enologi, tra cui il leggendario Giacomo Takis, crearono il Duca Enrico. Dopo due anni di affinamento in botte, lo portano a una degustazione alla cieca a New York, dove fu scambiato per un gran cru bordolese importantissimo. Panico e sorpresa quando scoprirono invece l’etichetta siciliana. A parte lo shock, tutti si chiedevano cosa fosse questo Nero d’Avola di cui nessuno aveva mai sentito parlare. Comunque il vino vince i tre bicchieri di Gambero Rosso, prima volta per un vino siciliano, ed esordio con il botto per il vitigno. E ancora oggi quando l’azienda organizza verticali di Duca Enrico, a partire dall’84 primo anno di produzione, dopo 40 anni in cantina, risulta ancora un vino raffinato, dalla bevibilità invitante nonostante i 15 gradi alcolici. Quella dell’84 è l’annata più importante, ma non la migliore. Da lì in poi, l’etichetta ha vinto diversi premi, fino al 2020 quando di nuovo ottiene i Tre Bicchieri del Gambero Rosso.
Le visite guidate in cantina, che dal 1960 si è trasferita dall’antico baglio a una nuova struttura nel centro di Casteldaccia, sono solo la parte finale di un romanzo appassionante, di cui c’è sempre un nuovo capitolo da scrivere nella dirompente storia del vino siciliano. Una sfida ambiziosa il cui ultimo passo è l’esposizione di un trittico dedicato alla personalità poliedrica di Donna Topazia, realizzato da Arrigo Musti, affermato pittore palermitano, con opere selezionate per la Biennale di Venezia e nella sezione dei contemporanei al Museo Guttuso di Bagheria.


