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Cartoline da Saigon

Prendersi il tempo di viaggiare lentamente in un anno sabbatico ad Oriente

Pod Yoga Studio – fare yoga in una piccola foresta urbana

Quello di Saigon è il racconto di un amore fugace e viscerale per una città, o meglio per un quartiere, che mi ha incantato. Saigon, con l’accento sulla prima sillaba: è il suo nome storico ed è così che si ostinano a chiamarla pigramente i vietnamiti perché Ho Chi Minh City è troppo lungo.  Ed è così che ho amato chiamarla io quando ho giocato a vivere qui.

La mia bussola di viaggio mi ha ispirato di nuovo: per prima cosa ho cercato uno studio di yoga e poi ci ho costruito la mia vita intorno. Siamo a Thao Dien, il quartiere degli stranieri, che combina le più attuali tendenze occidentali ad un twist vietnamita. Partiamo dall’appartamento su due piani circondato da una piccola siepe di fiori bianchi dove mi sono sentita a casa per la prima volta dopo mesi. Freddo nell’arredamento, caldo nei colori delle pareti, qui ho abitato, cucinato, ballato.

M Village House, colorato appartamento su due piani

Il ritmo della giornata era scandito dalle lezioni di yoga, in base alle quali decidevo cosa fare, dove mangiare. Facile orientarsi, Thao Dien ha due strade principali, quella dei ristoranti, negozi e localini; l’altra è quella dei supermercati chic e delle scuole internazionali. Da ognuna di essa si aprono lateralmente vicoli verdi con tunnel di piante tropicali: case, boutique, bistrot, spa e palestre fanno capolino a destra e a sinistra per chi si intrufola in queste foreste inaspettate. Il mio studio di yoga era alla fine di uno di questi labirinti verdi, dove si apriva una piccola giungla urbana specchiata su di un laghetto di fiori di loto. Ho benedetto ogni singolo passo che mi ha portata qui, ho assaporato la vivida sensazione di essere esattamente dove dovevo essere. Ho accolto nel corpo ogni movenza dello yoga con la struggente consapevolezza che sarebbe stato un idillio breve: è la nostalgia per qualcosa che stai ancora vivendo e che senti scivolare via.

Se doveva essere breve, allora che fosse intenso. Ho detto sì a tutto: allo street food di frutti di mare mangiati in una bancarella frequentata solo da vietnamiti alla fine della giornata lavorativa, l’inglese non serviva, bastavano i gesti. Allo spostarmi in motorino nonostante il traffico; alle lacrime al Museo dei Residuati Bellici, basico nell’allestimento, profondo nel suo scavare nell’anima; al pranzare da sola in un ristorante raffinato pieno di famiglie e coppie scegliendo sempre il tavolo al centro della sala. Al cucinare solo per me i migliori spaghetti al pomodoro accompagnati da una bottiglia di Chianti Superiore; all’andare in giro tutto il giorno lasciando schegge di cuore ovunque, in più posti possibili.

Ngon Restaurant, ottima cucina vietnamita in un ambiente allegro e colorati

Una di queste schegge è rimasta a Book Street, minuscola stradina che corre accanto al Central Postal Office, palazzo coloniale progettato da Gustave Eiffel alla fine del secolo XIX. Spedire una cartolina da Saigon è una esperienza di per sé e la liturgia è precisa e piacevole: visitare tutti i negozietti colorati di Book Street alla ricerca di quella perfetta, visto che dovrà fare un lungo viaggio fino all’Italia. Qui non ci sono le classiche cartoline turistiche ma storiche, dipinte a mano, ricamate. Forti del bottino ci si sposta nel grande ufficio postale e ci si mette pazientemente in fila; indipendentemente dalla destinazione estera, una gentile signora vende sempre lo stesso numero di francobolli. Io ho comprato anche una busta aerea, una di quelle con i bordi colorati di blu, bianco e rosso. Mi ha ricordato la corrispondenza con la mia amica di penna giapponese; in tempi freddamente digitali, ricreare l’emozione di inviare un messaggio tangibile è una tentazione a cui non vuoi resistere. Il rito finisce con il provare di nuovo il brivido perduto di attaccare i francobolli e scrivere un testo. Le parole sono le stesse, ma sono più vere se scritte a mano, nello spazio di una cartolina.

Tiziano Terzani scriveva: «Viaggiare è un’arte. Bisogna praticarla con comodo, con passione, con amore». Io l’ho fatto a Saigon. Quando si viaggia bisogna tenere i sensi aperti, in allerta e trovare un luogo che ci corrisponda, che ci risuoni, di cui sentire letteralmente le vibrazioni. E poi seguire quelle energie sottili e fidarsi del proprio istinto concedendosi il tempo, tanto tempo.

L’Indocina è il mio luogo dell’anima; pensavo sarebbe successo in India, invece è stato questo sperone di Sud-Est asiatico bagnato dal Mekong a compiere la magia. Ho lasciato Saigon in lacrime, ancora non sapevo che il Laos mi avrebbe fatto innamorare un’altra volta.

UP
Yoga Pod è una piattaforma sospesa tra acqua e natura, devi letteralmente farti largo tra piante spontanee e libellule per arrivare al suo ingresso: palme, banani, steli di papiro e frangipani da raccogliere e mettere tra i capelli. La natura entra e la piattaforma di legno esce; si praticano tutti gli stili yoga in un ambiente benigno e rigenerativo. Link qui.

Café Marcel ricrea i colori e lo stile di un bistrot parigino; saranno le sue sedie in rattan intrecciato, sarà la sua offerta gastronomica, sarà la sua playlist ma qui l’accento francese echeggia forte. Link qui.

Altro angolo, angolo baretto francese. In luoghi come questo, sembra che Saigon abbia fatto pace con il suo passato coloniale e riesca a trattenere solo il bello dell’eleganza boho-chic. Al Bonjour The Art Cafe ho scritto, guardato le persone e bevuto tanto succo di guava rosa. Link qui.

L’acqua di fiumi e canali definisce la geografia della città, si insinua e la scolpisce. Arrivare in riva al fiume Saigon – un motivo in più per usare il vecchio nome – non è facile ma basta cercare Hong Cafè su Google Maps, sedersi, ordinare un Martini al passion fruit e lasciar scorrere il tempo.

Vale la pena lasciare il quartiere di Thao Dien per provare l’ottima cucina vietnamita del Ngon RestaurantLink qui.

Il Mekong è ovunque, le sue acque sono scure, limacciose, la sua corrente è forte. È una forza attrattiva a cui non resisti mentre la barca risale il suo Delta. Tutta la vita si svolge e scorre su questo generoso fiume, una giornata non basta per capirlo ma è sufficiente per farlo entrare nelle vene.

DOWN
I quartieri moderni della città hanno poco da dare, anche il Ben Thanh Market è stata una delusione, la fiera del contraffatto e poco altro. Meglio rimanere vicino all’acqua, seguirla, fino al Mekong.