
Un’area di circa 250 chilometri quadrati che racchiude un paesaggio veramente unico, caratterizzato da dolci colline punteggiate di graziosi paesi e rigogliosi vigneti, parte dei quali si spingono fin quasi a lambire la sponda meridionale del Lago d’Iseo. Stiamo parlando della Franciacorta, una delle zone italiane più vocate per la produzione di vini, in particolare lo spumante Metodo classico Docg.
Del resto, da queste parti la viticoltura ha origini antiche: come attestano diverse fonti storiche, c’erano già vigneti ai tempi dei Romani, anche se la coltivazione sistematica della vite si fa risalire all’XI secolo. Periodo in cui monaci cluniacensi e cistercensi provenienti dalla Francia effettuarono numerose e vaste bonifiche ottenendo così territori adatti alla piantumazione di barbatelle portate dall’altro versante delle Alpi. Al tempo stesso, grazie anche alle condizioni pedoclimatiche favorevoli, i religiosi affinarono le tecniche per la coltivazione, la maturazione e la lavorazione delle uve in cantina.
Per quel che riguarda i secoli a seguire ci sono diverse testimonianze della produzione di vini locali “mordaci”, ovvero briosi e con le bollicine, ma per sancire il passaggio da una produzione di spumante amatoriale a quella moderna e codificata bisognerà aspettare l’inizio degli anni ’60 del Novecento: nel 1961 venne, infatti, prodotta la prima bottiglia di Pinot di Franciacorta, mentre nel 1967 la zona ottenne la Doc. Ancora qualche anno – siamo nel 1995 – e la Franciacorta potè fregiarsi della prima Docg italiana riservata a uno spumante metodo classico, ovvero un processo di vinificazione che prevede una seconda fermentazione in bottiglia.
In quegli anni la produzione ebbe un’impennata, ma senza nessuna attenzione alla sostenibilità: i problemi del cambiamento climatico, dell’inquinamento ambientale e della salute nel piatto – e nel bicchiere – non erano ancora molto sentiti, sia dai produttori sia dagli acquirenti. In altre parole, le tematiche legate all’ecologia e alla conservazione della biodiversità venivano viste come un pericolo dai contorni sfumati, non sostenuto da sufficienti prove scientifiche: un ostacolo alla crescita economica determinato dai vaneggiamenti di una piccola élite pessimista.
Per fortuna, già in quegli anni, una cantina locale, la Barone Pizzini di Provaglio d’Iseo, seppe guardare lontano mostrando una sensibilità ambientalista fuori del comune. Fondata nel 1870 e tra le più antiche della Franciacorta, nel 1997 mise, infatti, in discussione il modello convenzionale cominciando, dall’anno successivo, a coltivare le prime vigne biologiche pur sapendo che questo avrebbe comportato notevoli sforzi sia dal punto di vista dell’innovazione sia da quello economico. Come spiega Silvano Brescianini, Ceo dell’azienda, «nel 1997 il contesto culturale era molto diverso: la sensibilità dei consumatori era orientata verso altri parametri e un termine come “sostenibilità” non era di proprietà del linguaggio comune né tanto meno dell’immaginario collettivo. È vero che c’era un movimento di grande credibilità, Slow Food, che cercava di rompere gli schemi, tuttavia la strada era in salita perché eravamo autentici avanguardisti. Si era guardati con sospetto e soprattutto diffidenza perché nessuno scommetteva che si potesse fare uva sana e di qualità senza usare i sistemici e i diserbanti. In questo senso è stato fondamentale l’incontro con Pierluigi Donna, agronomo e studioso della vita nei campi, che ci ha guidati sin dal primo giorno con pazienza e tanta condivisone nel lavoro che sviluppiamo ancora oggi».

Gli anni successivi alla scelta di intraprendere la strada del biologico furono caratterizzati da molteplici tappe – per esempio, la costruzione nel 2007 di una nuova cantina edificata con criteri di bio-edilizia in grado di garantire un basso impatto ambientale e un limitato consumo energetico – e altrettanti imprevisti, soprattutto per vincere, come già detto, le numerose riserve culturali. Nonostante le inevitabili difficoltà, nel 2001 tutti i vigneti dell’azienda ottennero comunque la certificazione biologica e nel 2004 venne presentato sul mercato il primo Franciacorta bio. Un percorso intenso e ricco di sfide, coronato nel 2012 da un’importante svolta. Racconta Bassanini: «Il prestigioso concorso di Londra International Wine Challenge nel quale una giuria internazionale attribuiva premi ai migliori vini prodotti in tutto il globo consacrò, per la categoria bio, il nostro Franciacorta Rosé vendemmia 2008, come numero uno al mondo. Un riscontro inatteso, ma così importante da proiettarci improvvisamente ancor di più sotto i riflettori permettendoci di chiudere l’equazione secondo la quale il vino bio poteva raggiungere vette qualitative assolute».
Un altro progetto in cui Barone Pizzini si è rivelata assolutamente all’avanguardia riguarda l’Erbamat, un’antica varietà a bacca bianca autoctona recentemente reintrodotta nel disciplinare di produzione del Franciacorta Docg – in aggiunta ai vitigni ammessi che sono Chardonnay, Pinot Nero e Pinot Bianco – proprio in virtù della sinergia tra l’azienda e il già citato agronomo Pierluigi Donna: grazie a diverse coltivazioni sperimentali di questo vitigno, iniziate nel 2008, ne sono emerse le caratteristiche tipiche, ovvero spiccata acidità, notevole sapidità, basso contenuto zuccherino e maturazione tardiva, tutti elementi importanti che lo rendono un vitigno in grado di dare al Franciacorta Docg una grande freschezza. Come sottolinea Brescianini, «a seguito di queste sperimentazioni opportunamente studiate scientificamente, da parte del Consorzio di tutela è stata proposta, e successivamente approvata dal ministero competente, la modifica del Disciplinare Franciacorta: variazione che ha consentito di inserire l’Erbamat nelle composizioni con una percentuale non superiore al 10 %. Così, nel 2021, Animante, vino “anima” di Barone Pizzini, è quindi stato il primo Franciacorta con Erbamat a presentarsi sul mercato tra la curiosità di tutti gli appassionati».
Le vigne di Erbamat e tutte le altre della Cantina Barone Pizzini, 29 in totale, si estendono su una superficie complessiva di 54 ettari a un’altitudine tra i 200 e i 350 metri s.l.m. Ogni vigneto è diverso dagli altri: ciascuno possiede proprie caratteristiche per esposizione, altitudine e composizione del terreno. Però tutti sono, appunto, accomunati dalla coltivazione bio che, come sottolinea Pierluigi Donna, «migliora la vitalità degli strati esplorati dalle radici estendendo nel tempo, in profondità, una fertilità equilibrata ed attiva».
Oggi la cantina Barone Pizzini è meta di numerosissimi enoturisti, molti dei quali stranieri. «Il nostro team di accoglienza», spiega Bassanini, «si basa su 20 anni di esperienze e offre percorsi di visita caratterizzati da un mix equilibrato fra storia, didattica in campagna e sperimentazione in cantina. Quest’ultima è stata pensata e costruita come fosse un albero: la “chioma” a vista d’uomo e le “radici” interrate che vanno in profondità. Dopo una fase iniziale dedicata alla conoscenza di vigna e territorio, ovvero quella che abbiamo appunto definito come la “chioma”, accompagniamo i visitatori alla scoperta interna della cantina della quale possono vedere davvero il cuore: abbiamo, infatti, creato una terrazza di osservazione che si affaccia sulla zona dedicata alla produzione proprio per mostrare ai nostri ospiti, con grande trasparenza, ciò che facciamo in tutte le fasi della lavorazione artigianale. Infine, li guidiamo sino a 12 metri sottoterra, ovvero alle “radici”, dove taluni vini affinano in barrique e dove le bottiglie di Franciacorta riposano, a seconda della tipologia, da un minimo di due anni fino a 120 mesi».
Tra le tante etichette che si possono assaggiare ci sono i già citati Animante Franciacorta Docg e Rosé Franciacorta Docg, ma anche l’indimenticabile Bagnadore Franciacorta Riserva Docg, prodotto in quantità limitate e solo dalle migliori vendemmie. O ancora, il Naturae, un altro Franciacorta Docg vinificato da uve provenienti dal vigneto più elevato della proprietà, Pian delle Viti. Oltre a tutte queste prestigiose bollicine, non bisogna dimenticare Polzina Curtefranca Bianco Doc, Chardonnay in purezza in versione ferma; il Curtefranca Rosso Doc ottenuto da uve Merlot, Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon; stesse uve per un altro rosso, il San Carlo Sebino Igt che prende il nome dalla località di San Carlo, dove la viticoltura è documentata sin dal Quattrocento. Tutte etichette che, indipendentemente dalla tipologia, condividono una caratteristica: sono il prodotto di una terra viva, ricca di biodiversità che si racconta magnificamente nel calice. Provare per credere!
Per info e prenotazioni: https://baronepizzini.it; visite@baronepizzini.it; https://baronepizzini.it/visite-e-degustazioni/#proposte