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Beato Angelico vs. Rothko (e molto altro)

Arturo Galansino, presidente di Palazzo Strozzi, spiega come una mostra di arte antica o contemporanea a Firenze diventa the place to be

Tra il 2025 e il 2026, Arturo Galansino, presidente della Fondazione Palazzo Strozzi a Firenze, ha ospitato due mostre evento straordinarie: quella sul pittore rinascimentale Beato Angelico terminata a gennaio 2026 e quella sul pittore americano Mark Rothko fino al 23 agosto, sempre del 2026. Ma c’è un legame tra queste due mostre, una sorta di continuità perché Mark Rothko, quando visitò Firenze nel 1950, restò folgorato dai dipinti mistici e surreali di Angelico al Convento di San Marco, dove alcuni quadri del pittore americano sono stati accostati a quelli del prete fiorentino in un confronto di sensibilità spirituali. Due mostre colte che hanno registrato un boom di presenze e un interesse mondiale.

Un affresco di Beato Angelico nelle celle dei monaci al convento di San Marco e, di fianco, un dipinto di Mark Rothko, in occasione della mostra dedicata al pittore americano.

La mostra su Beato Angelico ha registrato 250.000 visitatori, un record per Palazzo Strozzi. Siete riusciti a far diventare pop l’arte antica 

«Ci aspettavamo che avrebbe avuto successo, ma non fino a questo punto. Abbiamo avuto un pubblico enorme, dai massimi esperti – collezionisti, direttori dei musei, curatori – ai neofiti, e in effetti questo è un indizio curioso».

A cosa attribuisce il successo planetario?

«Al fatto che fosse un evento straordinario. È la dimostrazione che la qualità è ancora capace di muovere le persone. Hanno capito che questa mostra si poteva vedere una sola volta nella vita, forse nella storia. Visitarla era un’occasione per capire qualcosa di più e in modo unico un gigantesco artista rinascimentale». 

Cosa aveva di unico?  

«L’ambizione e il valore di questo progetto è stato riunire tutte le opere di Angelico, con pezzi prestati in esclusiva, anche trasgredendo alle regole dei proprietari. C’erano 28 ricostruzioni di pale d’altare, fatte a pezzi nell’Ottocento, riassemblate ed esposte per la prima volta dopo duecento anni. Inoltre la visita continuava nel convento di San Marco, per guardare in situ gli affreschi».

Due opere di Rothko nel vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana, una delle tre sedi della mostra fiorentina dedicata al pittore americano. Due dipinti sono qui, cinque al Museo di San Marco. La parte più corposa dell’esposizione è nelle sale di Palazzo Strozzi.

Lei ha detto che questa mostra resterà nella storia. Perché? 

«Una mostra entra nella storia quando fa cambiare l’opinione su un artista o riesce a farlo diventare parte della cultura generale. Pochissimi conoscevano la grandezza di Angelico. Fondamentalmente perché è stato letteralmente “fatto a pezzi” e sparpagliato in tanti musei del mondo. La mostra di Palazzo Strozzi ha dato una visione complessiva della sua opera. Ha rivelato che non era il pittore conservatore di cui la storiografia ha spesso parlato, e lo ha ufficialmente inserito tra gli innovatori del Rinascimento. Forse gli specialisti lo sapevano, ora lo sa anche il grande pubblico».

Quanto pesa Firenze nel successo delle vostre mostre?

«Le nostre mostre sono sempre legate alla storia dell’arte fiorentina, Donatello, Pontormo, Rosso Fiorentino… Anche quando presentiamo l’arte contemporanea, c’è sempre un link con la città. La Fondazione è un luogo molto identitario per Firenze. C’è però l’altro lato della medaglia. La maggior parte dei turisti va in primo luogo a visitare gli Uffizi, l’Accademia, il Duomo. Noi invece, il nostro pubblico, ce lo siamo dovuti conquistare. E ora c’è chi viene apposta. Ed è un’occasione per tornare in una città meravigliosa, evitando i periodi e i luoghi più affollati».

Una sala di Palazzo Strozzi con le opere di Rothko. La grande mostra è stata curata da Elena Geuna e Christopher Rothko, figlio del pittore.

Anche la nuova mostra su Rothko parla di Firenze?

«La mostra (fino al 23 agosto) evidenzia il rapporto imprescindibile del pittore americano con Firenze. Per la prima volta, e forse l’ultima, nelle celle del Museo di San Marco si possono vedere cinque suoi quadri di fianco agli affreschi di Angelico che tanto lo avevano colpito, portandolo alla pittura astratto spirituale. Stessa cosa per il vestibolo di Michelangelo nella biblioteca medicea di San Lorenzo: quell’architettura puramente rinascimentale ha ispirato i Seagram Murals, e appendere due sue opere lì conferisce loro più valore. Lo stesso Chris Rothko, curatore e figlio del pittore, ha detto che questa è la mostra che suo padre avrebbe sognato, perché amava Firenze e gli ha insegnato tanto. Di nuovo, abbiamo realizzato un progetto che non sarebbe stato possibile fare altrove». 

Prossima mostra?

«Il 25 settembre comincia Broken (fino al 24 gennaio 2027), una mostra sul frammento nella storia della scultura, in collaborazione con la National Gallery di Washington. Il frammento è un archetipo presente in moltissime culture, dal 3000 a.C. a oggi, in Sud America, Oceania, Asia, Europa… Ovunque si sono sempre rotte statue e sculture per diverse ragioni – devozionali, damnatio memoriae, guerre religiose, furti –, e si sono sempre conservati alcuni pezzi. Per noi è un tema atipico, non appartiene ai nostri soliti filoni di ricerca, ma apre nuove interessanti strade».