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Africa hopping a bordo di un aereo privato

Dal Kenya all’Uganda alla Tanzania, sorvolando il lago Vittoria, il lago Natron e il cratere di Ngorongoro. Per avvistare i grandi animali delle savane e i gorilla di montagna delle foreste impenetrabili

Il Cessna C208 che sarà il mezzo di trasporto ideale per i “salti” da uno Stato all’altro dell’Africa

Quando s’incontrano per la prima volta si capisce che il meraviglioso, il mai visto, sta irrompendo e prende possesso del viaggio. Sono i Samburu, parenti dei Masai che in Kenya non sono stati toccati dal turismo di massa e conducono come sempre una vita semi-nomade allevando zebù, pecore e capre, cacciando, coltivando patate o sorgo. Per raggiungerli abbiamo sorvolato paesaggi bizzarri, affidandoci alle ali di un piccolo aereo in grado di scavalcare antichi vulcani e sorvolare il lago Turkana in cui si tuffano colate laviche nere come la pece; nella Rift Valley le cicatrici profonde del Pianeta – placche tettoniche scontratesi nella notte dei tempi – contrastano con il rosa confetto quasi irreale di migliaia di fenicotteri, che al passaggio del Cessna si alzano in volo sullo specchio d’acqua del lago Logipi. A ogni salto aereo si atterra in un altrove profondo, che si manifesta nelle cattedrali vegetali delle euforbie, nelle sabbie sempre in movimento di forme e colori, nella maestosa vastità del lago Vittoria, nome che rievoca le mitiche esplorazioni dell’800, alla ricerca delle sorgenti del Nilo.

Una famiglia di gorilla di montagna nel Bwindi Impenetrable National Park in Uganda.

A tu per tu con i gorilla di montagna

L’Africa dei contrasti viene fuori ovunque, e uno percepibilissimo è quello fra il pieno e il vuoto. Fra le strade polverose di un’umanità sempre in cammino, che sia per andare a scuola con le divise in stile british sulle treccine colorate delle bimbe, oppure per andare al mercato; donne avvolte in tessuti optical con enormi fardelli in testa e uomini che trasportano l’inverosimile sulle biciclette antiquate. Per contro si svolta nei silenzi animati dei monti Virunga in Uganda, vulcani quiescenti che in un abbraccio primordiale introducono al cuore del meraviglioso di questo viaggio. Per emozionarsi davvero si deve camminare perché la vegetazione è fittissima, come promette il nome del luogo, Bwindi Impenetrable National Park. Qui il grande continente africano ha dato il suo meglio in fatto di biodiversità e l’ecosistema è prorompente: 120 diverse specie di mammiferi fra cui la metà della popolazione mondiale dei gorilla di montagna. Non è solo avvistare animali, come in un safari. Camminando fra 200 varietà diverse di alberi e una moltitudine di felci, con l’umidità palpabile delle nubi che galleggiano a mezz’aria, si entra in un tempo elastico, dilatato all’infinito oppure condensato in un istante. È l’attimo in cui improvvisamente si sente, o piuttosto s’intuisce, il suono di un ramo spezzato; in cui sembra di vedere il fremito delle foglie di una pianta. È quando si mette a fuoco lo sguardo e si cattura una macchia scura in movimento. Pare impossibile dire di aver visto un animale, perché il gorilla che appare e ci osserva è altro: nei suoi occhi ci si specchia e si vedono i nostri sentimenti. La tenerezza delle madri, la curiosità dei giovani, la fierezza dei maschi poderosi. Allora sembra folle presunzione l’aver creduto di essere unici, non solo nell’universo, ma anche sul Pianeta Terra. Perché si scoprono in loro i nostri gesti quotidiani: sbucciare un frutto, grattarsi, riflettere, accarezzare un neonato. Anche i gorilla di montagna vivono in famiglia, e questi sono i Nkuringo (dalla zona), e hanno nomi propri: il capofamiglia Rwamutwe, il suo vice Tabu, la neo-madre Furaha, il giovane Guma e così via. Sapere di aver contribuito alla loro protezione, grazie alla partnership di Wildplace (che gestisce il lodge) con Africa Wildlife Foundation, fa sentire meno effimera l’intrusione nelle loro vite.

I monti Virunga in Uganda.

L’Africa nell’immaginario

Occorre però un altro volo sul blu del lago Vittoria, un altro salto col piccolo aereo ormai versatile come un’auto con le ali, per uscire dalla malìa di questo mondo che ha acconsentito a farsi guardare (ma solo per un’ora, per non disturbare). E solo una visione potente, varcato il confine della Tanzania, può distogliere dalla precedente. È il Serengeti, icona d’Africa, luogo delle savane all’infinito con il bush spinoso e le acacie all’orizzonte; unico inciampo dello sguardo sono i Moru kopjes, le gigantesche rocce di granito stondate dai millenni rifugio di “inquilini” a volte possenti, come i leopardi o i rinoceronti neri. È wilderness pura nella lotta per la sopravvivenza, da contemplare con rispetto, di gnu e zebre – milioni di vite – che attraversano in una calca apocalittica il fiume Mara, alla ricerca di pascoli verdi verso il Kenya del Masai Mara. È emozione nel vedere, uno dopo l’altro, i “big five” (elefanti, leoni, leopardi, rinoceronti, bufali). È la dolcezza struggente dei tramonti sorseggiando un drink accanto a un gruppo di tranquille giraffe. Momenti che richiamano alla mente i protagonisti degli anni Trenta, avventurieri in volo anch’essi su piccoli aerei come Beryl Markham, maghi delle parole come Karen Blixen e Ernest Hemingway. Il Serengeti è calarsi in un film o, per le menti dal rigore scientifico, in un documentario del National Geographic.

Le cascate Vittoria, in Zimbabwe.

Cose dell’altro mondo

Il Cessna ha la capacità, in un decollo, di farci uscire da questi mondi nello stesso battito di ciglia (o di ali) con cui ci siamo entrati. Un ultimo volo è come un gran finale nell’immaginifica creatività dell’Africa. Appare un lago di aspetto infernale, con acque alcaline dal rosso porpora all’arancione al rosa e le rive orlate di sale candido; in pochi esseri – alcuni cianobatteri e milioni di fenicotteri – sopravvivono qui. Natron è il suo nome e anche la sigla del carbonato decaidrato di sodio, prodotto dalle violente evaporazioni dell’acqua che le ha rese simili ad ammoniaca e capaci di pietrificare, o meglio mummificare, gli animali morti sulle sue rive. Esattamente come gli imbalsamatori egiziani facevano, millenni or sono, usando proprio il Natron. Questo paesaggio distopico è chiuso dall’Ol Doinyo Lengai che in lingua locale significa “Monte di Dio”, cono vulcanico perfetto orlato di lave fredde e biancastre che, fra boati e fumarole, incute il senso del sacro nella gente dei villaggi Masai. Quando gli occhi al finestrino, come a uno schermo su un film di fantascienza, sembrano saturi di impressioni, appare Ngorongoro, una caldera colossale, di 14 km. Laghi, paludi, praterie che nella nebbia del mattino si fondono in un mélange verde-azzurro sono la casa della più alta concentrazione di leoni d’africa; e poi leopardi, elefanti, gazzelle, zebre, facoceri, iene in una sorta di straordinaria Arca degli animali cristallizzata in un altrove indefinito. Sembra di volare sopra a Il mondo perduto di Arthur Conan Doyle, e atterrare è come chiudere un libro letto nell’infanzia. Aveva ragione Hemingway che nel racconto “Vero all’alba” scriveva: «L’Africa, vecchia com’è, rende tutti bambini».

Il viaggio proposto da noi
Tour Operator: Gabbiano Livingston
Durata: 12 giorni
Partenza: da concordare
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