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A Bologna con Francesco Guccini

Appena uscito, il libro di Matteo Chiavarone è una piccola guida vissuta della città, un racconto di oggi che si incrocia con i luoghi e le canzoni del cantautore che in questa città ha abitato tanti anni

Le torri di Bologna. Foto di Bianca Ackerman/Unsplash
I portici di Bologna. Foto di Hugo Kruip/Unsplash

La sera mi trovo da solo a percorrere via de’ Giudei. Margherita non c’è perché ha dovuto raggiungere un amico in procinto di lasciare l’Italia e di trasferirsi in Germania per lavoro. Ci arrivo per caso, camminando pensieroso per le vie del centro. Non ho fame e vorrei bere qualcosa, ma trovo saracinesche chiuse o insegne di locali cinesi o giapponesi che non fanno per me in questo momento. È un po’ di tempo che non attraverso questa strada e mi sembra diversa. Sarà perché Il tinello, una delle osterie più famose e storiche di Bologna e una di quelle frequentate da Guccini, è chiusa da quasi un paio di anni. Sulle motivazioni ci sono diverse versioni: “Ha sofferto gli anni del Covid”, “È stata chiusa per delle irregolarità”, “Non c’è stato nessuno scambio generazionale che continuasse l’attività”. Delle tre ipotesi non mi convince nessuna. Il ristorante è stato chiuso e basta. Andato via per sempre, all’improvviso, come tante altre cose che si credono eterne.

Questa strada è uguale o molto simile a tutte quelle di questa parte del centro, all’ombra delle due torri. Ma è diversa perché fa da palcoscenico a Scirocco, una delle canzoni più suggestive di Guccini, inserita in un album, “Signora Bovary”, del 1987, che ho apprezzato più tardi rispetto al primo ascolto. Un disco elegante e raffinato, musicalmente superiore agli altri, che rimanda a certe atmosfere della Nouvelle vague francese, grazie ai toni ancora più intimi e riflessivi rispetto agli album precedenti. Le canzoni che ne fanno parte sono quadretti quotidiani che raccontano la vita di personaggi comuni, storie minime che rivelano significati universali con lo stesso realismo poetico di certi film di Truffaut (penso a
Jules e Jim) o di Godard (mi viene in mente Fino all’ultimo respiro). Lo sguardo è cinematografico e disincantato, e
si posa, come una cinepresa, sulla noia borghese e sulle disillusioni dell’uomo comune.

E proprio in Scirocco c’è un senso di calore immobile e sospeso. È un vento che non ti porta dove vuoi, ma che ti lascia addosso la sensazione di un passaggio, di qualcosa che ti ha sfiorato senza fermarsi. La canzone non parla solo di un incontro, ma di un’occasione mancata, di quelle che restano a lungo nella memoria, non perché sono successe, ma perché non sono successe. Lo scirocco porta sabbia negli occhi, sfuma i contorni, mescola i profumi, confonde ciò che poteva essere con ciò che è stato. È il vento dei “quasi”, degli istanti che si chiudono prima di aprirsi davvero.
In questo racconto c’è il narratore che intravede un amico “dietro al vetro di un bar impersonale”. L’uomo è “seduto a un tavolo da poeta francese” e non è sereno, ha la “solita faccia aperta ai dubbi”, schiavo forse della routine quotidiana. Lui vorrebbe entrare a salutarlo, ma arriva “affrettata” una donna con “un abito di percalle” a fasciarle i fianchi e decide di non raggiungerlo.

Lei ordina qualcosa, i due parlano, tra lacrime e “nubi a branchi”. Lui deve scegliere tra questa donna e la sua famiglia, una moglie e due figli. La donna se ne va “senza voltarsi indietro, mentre quel vento la riempiva di ricordi impossibili” e lui non si alza per raggiungerla, impedendo ai loro destini di incrociarsi e mettendo una pietra tombale sull’attrazione provata. Rimangono solo pensieri e il vento di scirocco che soffia.
È una canzone meravigliosa che, raccontando una storia personale, forse inventata – forse ispirata alla vita del poeta e amico di Guccini, Adriano Spatola e della sua compagna, Giulia Niccolai – diventa una riflessione più ampia sulla vita, sull’amore e sul desiderio di cambiamento che spesso reprimiamo.

Cammino piano, quasi senza meta, in cerca di un locale simile a come mi sono immaginato quello della canzone. Ma non lo trovo.

Questo brano è tratto da:
A BOLOGNA CON FRANCESCO GUCCINI
Geografia poetica all’ombra delle Torri
Matteo Chiavarone
(aprile 2026, Passaggi di dogana, pagine 128; 16 €)

Una passeggiata riflessiva che parte da via Paolo Fabbri, la casa di Francesco Guccini che ha dato il titolo a uno dei suoi album famosi, e attraversa Bologna che è stata il centro di generazioni in fermento. Ogni luogo diventa occasione per guardarsi dentro e rileggere le canzoni del cantautore come specchi di vita, cronache di un’epoca e riti laici capaci di unire comunità diverse. Il percorso non si ferma in città: prosegue fino a Pavana, il borgo dell’Appennino dove Guccini ha vissuto fino all’ultimo giorno, quasi a chiudere un cerchio tra radici, memoria e presente. Una mappa poetica e nostalgica che racconta la città attraverso l’esperienza personale dell’autore e la voce del suo cantore più emblematico, mancato il 6 agosto 2026.

Matteo Chiavarone (Roma, 1982(, docente di Lettere, fondatore della casa editrice indipendente Ensemble, ha scritto diversi libri in poesia, prosa e saggistica. Con Perrone ha pubblicato A Trieste. Passeggiate letterarie da James Joyce a Claudio Magris (2015) e due raccolte poetiche: Gli occhi di Saturno (2006) e Blanchard close (2011). Alcuni suoi testi sono tradotti in francese e spagnolo. www.matteochiavarone.com