EDITORIAL

State a casa. Sì, ma quale casa?

Ma se i casi accertati di contagio sono limitati, tutti loro subiscono le pesanti conseguenze del lockdown, che ostacola i servizi essenziali, dal pasto nelle mense alle docce pubbliche chiuse. Per molti, l’unica salvezza viene dalle organizzazioni di volontariato coordinate dal Comune, che portano viveri, mascherine, disinfettanti e il conforto di una chiacchiera e di una tazza di tè

Foto di Bruno Zanzottera, @ParalleloZero.

#IoRestoACasa. Questo hashtag accompagna da lunghe settimane milioni di italiani, costretti a rimanere chiusi nelle loro case a causa della terribile epidemia di coronavirus. Ma chi una casa non ce l’ha? In una grande città come Milano, capoluogo della Lombardia, la regione più funestata dal virus, sono circa 3-4.000 gli homeless “recensiti”. Probabilmente molti di più. E, come tutti, a rischio Covid19. Un’emergenza nell’emergenza.

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Sembrano addirittura di più adesso che di gente in giro ce n’è sempre di meno. E ancora più abbandonati a loro stessi. Sono un po’ ovunque, in centro come in periferie, a due passi dal Duomo o presso la Stazione Centrale, storico punto riferimento dei senza fissa dimora milanesi. In questa città vuota e surreale, sono tutti chiusi in casa tranne loro, i senzatetto, quelli che una casa non ce l’hanno.

Foto di Bruno Zanzottera, @ParalleloZero.

La Milano che corre e che produce, la città della finanza e della moda, la metropoli che pullula di eventi e di turisti si è fermata, messa in ginocchio da un organismo minuscolo e invisibile, che in Lombardia ha colpito più duro che altrove e che non ha risparmiato neppure il capoluogo. Le autorità, sia nazionali che locali, sono state costrette a prendere misure via via sempre più drastiche. E sono stati sospesi anche molti servizi dedicati specificamente agli homeless. Che così, oggi, in tempo di emergenza, sono ancora più soli ed emarginati.

Foto di Bruno Zanzottera, @ParalleloZero.

Il Comune di Milano ha cercato di correre ai ripari, prolungando il “Piano freddo”, che avrebbe dovuto concludersi a fine marzo, con più di duemila persone accolte nei rifugi notturni (aperti eccezionalmente anche di giorno) e un Centro per senzatetto in quarantena a Quarto Oggiaro. Casa Jannacci – che porta il nome di un famoso cantautore che ha celebrato nelle sue canzoni quelli che in dialetto milanese venivano chiamati familiarmente barbùn (barboni) – ha dovuto trasferire quasi metà dei circa 500 ospiti in dormitori di emergenza. Ma è diventato complicato gestire anche tutti quei servizi che vengono coordinati dal Centro Aiuto Stazione Centrale (Casc), frutto della collaborazione tra Comune e numerosi enti del privato sociale. Tutti sono mobilitati. E tutti in difficoltà.

Foto di Bruno Zanzottera, @ParalleloZero.

«Qui in centro incontriamo tra i 100 e i 150 senzatetto ogni sera», racconta Davide Pisu della Ronda della Carità e della Solidarietà, che esce quattro sere a settimana e in questo periodo ha distribuito a tutti gli homeless mascherine chirurgiche. «Portiamo aiuti, ma anche informazioni su cosa sta succedendo, sui servizi aperti, sulle normative vigenti… Spesso non si rendono conto esattamente della situazione, anche perché, chi ha il cellulare non riesce a ricaricarlo perché è tutto chiuso».

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«Oggi è diventato più difficile anche aprire un dialogo con queste persone», conferma Vittorino Riva dell’unità di strada di Sos Milano, che opera da una decina di anni e copre l’area nord-ovest del capoluogo. «Continuiamo a fornire generi di prima necessità e kit igienico-sanitari, ma dobbiamo mantenere le distanze e così diventa difficile stabilire un contatto. Il virus li ha ulteriormente isolati, privandoli anche di quel poco di relazioni che avevano».

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La Croce Rossa di Milano, con 150 operatori in città e provincia, gestisce il Servizio segnalazioni del Comune in funzione tutti i giorni 24 ore su 24. «Inoltre – precisa Davide Parisi, co-coordinatore del servizio unità di strada – abbiamo un’unità psicologica ed educativa e una di medicina di strada che operano in varie aree della città. Usciamo quattro volte la settimana, sia di giorno che di sera, e se vediamo casi sospetti di coronavirus li segnaliamo al numero di emergenza 112. Sinora, tuttavia, su circa 300 senza dimora che monitoriamo regolarmente, ne abbiamo individuati molto pochi. Semmai queste persone subiscono particolarmente i contraccolpi negativi del lockdown, come la chiusura di alcuni servizi».

Foto di Bruno Zanzottera, @ParalleloZero.

Gli operatori della Croce Rossa intervengono anche nelle docce pubbliche e nello storico rifugio di via Sammartini, gestito dalla Caritas ambrosiana. «Abbiamo attualmente 53 ospiti, solo uomini e solo di notte – ci dice Alessandro Pezzoni, responsabile dell’Area gravi emergenze -, mentre una stanza e un’infermeria sono accessibili anche di giorno. Per qualche tempo, siamo riusciti a tenere aperto anche il Refettorio ambrosiano a Greco, con ingressi contingentati. Ma in seguito a un caso di coronavirus, abbiamo dovuto optare per il cibo d’asporto».

Foto di Bruno Zanzottera, @ParalleloZero.

Quello delle mense è uno dei problemi più seri. L’Opera San Francesco o l’Opera Sant’Antonio – solo per fare due esempi -, che garantiscono migliaia di pasti caldi al giorno per le persone bisognose, sono state costrette a preparare e consegnare borse con viveri. Tutti i guardaroba sono chiusi, così come quasi tutte le docce. E l’accesso ai servizi igienici è diventato un vero problema, con bar e fast-food chiusi e i supermercati con ingressi contingentati e controllati.

Foto di Bruno Zanzottera, @ParalleloZero.

Progetto Arca, che accoglie oltre mille persone fragili nelle strutture che gestisce a Milano, ha dovuto prendere tutte le precauzioni necessarie sia per gli ospiti che per gli operatori e i volontari. Mouhib Abdelilah guida la loro unità di strada ed è un veterano del mondo dei senzatetto milanesi. Per il suo impegno di oltre quindici anni, ha ricevuto, lo scorso dicembre, l’Ambrogino d’Oro, la più importante benemerenza cittadina. Marocchino d’origine, vive da oltre trent’anni in Italia, con moglie e quattro figli. «Incontriamo in media 300 senza dimora», racconta mentre risponde a una chiamata d’emergenza del Comune per una persona in zona Forlanini, nei pressi dell’aeroporto di Linate, est di Milano. «Distribuiamo panini e tè caldo, ma anche cibo confezionato e gel per le mani. Alcuni sono molto preoccupati, altri sottovalutano l’emergenza».
«A noi ci schifa pure il coronavirus!», esclama con forte accento napoletano un senzatetto che si è appena sistemato sotto i portici della centralissima via Hoepli, dove ha trovato un giaciglio confortevole sul divanetto di un bar chiuso, solitamente preso d’assalto dai praticanti dell’Happy Hour. E non si capisce se sta scherzando o se prova anche lui a esorcizzare questo male invisibile.

La situazione
Secondo la Federazione italiana organismi per le persone senza dimora (fio.PSD), sono oltre 55 mila le i senzatetto presenti nel nostro Paese. A Milano, se si contano anche coloro che vivono in condizioni abitative estremamente precarie nelle aree dismesse, sarebbero circa 12 mila. Per tutti loro la fio.PSD – i cui organismi operano da oltre trent’anni in oltre 500 servizi specifici per gli homeless – ha sollecitato «l’attenzione delle istituzioni nazionali e degli organi competenti a livello locale a rafforzare le misure di tutela sanitaria per le persone senza dimora e a garantire adeguati sistemi di sorveglianza sanitaria agli operatori sociali coinvolti nell’erogazione di servizi e di attività straordinarie, richieste per l’emergenza Covid-19».