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Sempre meglio un amico albero

Un brano di “Suite per un castagno” di Raethia Corsini. Come spiega l’editore Guido Tommasi, che esce con il libro in piena pandemia, pubblicarlo è un modo per portare i lettori lontano, in un bosco pieno di vita e di storie

Brano estratto da Suite per un castagno (Guido Tommasi, marzo 2020, https://www.guidotommasi.it/guido-tommasi-editore/catalogo/suite-per-un-castagno)

Tra Carnevale e Pasqua, in quel frangente in cui il bosco era ancora spoglio e iniziava a sgranchire i rami al cielo, le radici facevano amicizia con la prima erba spuria punteggiata da qualche ranuncolo variopinto e forsizia gialla, si sentiva lo scricchiolio dei fusti riemergere dal letargo. A quel punto dell’anno la cattiva stagione aveva i giorni contati e gli dei certe volte regalavano piccoli acconti di primavera.

Tutte le volte che gli equinozi si danno il cambio con i solstizi e viceversa, capitano delle sviste termiche, raccontava nonno Mengo e aggiungeva che era un messaggio preciso dell’Onnipotente per chi vede la vita costretta in un cliché, in un sistema binario, bianca o nera, calda o fredda, facile o difficile. Invece l’esistenza, diceva, è piena di chiaroscuri, gradazioni, accenni, sfumature. Come la natura, che è lì per insegnarcelo. E la bruma improvvisa in una mattina d’inizio primavera ne è la dimostrazione. Mio nonno era un bestemmiatore accanito per via del fatto – sosteneva – che credeva in Dio, così, quando non lo insultava, gli riconosceva un mucchio di qualità. La svista termica come messaggio per i manichei era una di quelle che citava più spesso. Poi riattaccava con le bestemmie: un rosario variegato, dotazione del lessico familiare in molte case toscane.

Tra fine febbraio e inizio marzo, il ghiaccio si scioglieva e la neve rimasta veniva ammucchiata lungo il ciglio delle vie, a ridosso dei muri delle case, destinata a diventare guazzabuglio ai primi raggi di sole. Ne restava ancora tanta sui monti, ma verso valle iniziava a lasciare intravvedere, qua e là, piccole isole brune, a tratti di un verde simile al fondo dei fiaschi dove in autunno nonno Mengo imbottigliava il Chianti, quello dal profumo incerto, il sapore agro e il colore simile agli arilli della melagrana, se li guardi in controluce .

In quella via di passaggio “non-più-ma-non-ancora”, come il bucaneve che porta un pegno di disgelo, il Carnevale era l’occasione perfetta per fare capolino da un lungo inverno e scacciarlo con travestimenti pagani. Un anno mi camuffai da Cappuccetto Rosso: calzamaglia color corda conciata con la corteccia di castagno (antica pratica arrivata fino agli anni Sessanta), maglioni ai ferri dritto-rovescio, mantella e cappuccio in lana cotta e un cestino di vimini con un finto panetto di burro fatto di legno – opera di Carlino il falegname – una mela vera, pane raffermo e, ovviamente, qualche castagna secca. Vinsi il premio per la maschera più bella . Il merito era di mia madre che aveva cucito quell’abito. E la gara, in effetti, era tutta fra adulti. I bimbi come me, sebbene il travestimento carnascialesco li divertisse, preferivano abbandonare la recita per un piatto ricolmo di polenda dolce – acqua e farina di castagne raccolte in autunno – cotta nei paioli di rame, sul fuoco acceso nella piazza della chiesa. Due uomini mescolavano e uno, di fisso, era nonno Mengo: ci davano di bicipiti a girare con un bastone di legno per ore. A meno quattro gradi, serviva anche a scaldarsi. E ne scodellavano di polenda dolce come fossero in catena di montaggio. Noi bimbi ci si rimpinzava e a pancia piena si correva verso l’ingresso del bosco, che però era proibito senza la presenza di un adulto, specie a un Cappuccetto Rosso come me. Comunque, dismessi gli abiti pagani, si scappava lo stesso e in uno schiocco di dita eravamo già su per i sentieri verso i castagneti ancora spogli. E si giocava. I maschi, in particolare, passavano ore a costruire capanni da caccia da dove tiravano con la fionda a tutto quello che si agitava tra gli alberi. Odiavo quel passatempo crudele, dal quale stavo alla larga andando a trovare il mio amico Gnone. Lo guardavo mettendomi a testa in giù. Rimanevo così, per un mucchio di tempo, felice che nessuna mamma o nonna o adulto in generale urlasse: “Ti va il sangue alla testa, tirati su!”.

Il gioco era salire su un ramo, sedersi e, tenendosi con le braccia, scivolare fuori con il deretano fino a rimanere agganciata con l’incavo delle ginocchia e a quel punto, penzolando, godersi il panorama. Siccome i castagni non hanno rami abbastanza bassi, avevo costruito una scaletta con i sassi per raggiungere quello più abbordabile e da lì guardavo Gnone sottosopra: da quella prospettiva ribaltata, quando metteva le foglie, era uguale uguale a una mongolfiera. E volava nel cielo. Un mucchio di cose se le guardi a rovescio diventano altro, pensavo. Una divertente risorsa che moltiplica le esperienze della vita, osservò molti anni dopo una strizzacervelli che pareva un cipresso.

“Dove mi porti, oggi?”, era la domanda rituale che facevo a Gnone. E poi lo ascoltavo, provando a eclissare il vocìo degli altri bambini in lontananza. “Ti porto con me ad avvistare i rondoni”, rispondevo facendo finta di essere lui, “o magari il cuculo, che si sente cantare ma non si vede mai”.

Cucù cucù cucù cucù, lo stesso suono dell’orologio a pendolo attaccato in salotto: una casetta di legno dipinta di verde con le pigne bronzate appese alle catenelle per la ricarica. Un design anni Sessanta tra i più orridi, oggi vintage doc.

E comunque: vuoi mettere il canto ascoltato fra gli alberi?
E poi c’era il gioco del cuculo sibilla. Ad alta voce, affinché ci sentisse ovunque si fosse nascosto, si faceva una domanda al volatile invisibile: cuculin cuculò quanti anni avrò prima di… Ognuno completava la frase con una domanda personale secondo l’età: quanti anni avrò prima di avere quel giocattolo, prima di dare il primo bacio, prima di sposarmi, prima di mangiare la cioccolata, prima di diventare grande. E via di fantasia e desideri, piccoli o grandi, sciocchi, serissimi o surreali. Posto il quesito, si contava quante volte il cuculo “cuculava” (così dicevamo noi bimbi) e quella sarebbe stata la predizione.

Un giorno di un anno memorabile, l’ultimo della mia infanzia che avrei trascorso fra i monti prima di diventare cittadina, “parlando” con Gnone capitò che un cuculus canorus si posasse, per un tempo infinitesimale che parve infinito, sul ramo di un vicino di casa del mio amico albero. Era pasciuto, il cuculo, come una colomba – mica smilzo come quello dell’orologio – con la coda lunga, la pancia a righe e il dorso grigio rossiccio tipico di una femmina, perché nei maschi la groppa è azzurra. Stava depositando le uova nel nido di un falconcino. Un cuculo che depone le uova nel nido di un altro volatile. Già. È un tipo che non fatica per costruire una sua casa: nidifica negli appartamenti di passeriformi e quando, dopo due settimane, l’uovo si schiude, il cucciolo di cuculo già sa di dover eliminare le uova degli altri, non ancora schiuse, per rimanere così l’unico da sfamare. E i genitori adottivi, ignari, lo svezzeranno come fosse figlio loro. La storia me l’aveva raccontata il boscaiolo Libero, che poi era mio zio. Pensavo mi prendesse in giro e invece si chiama “parassitismo di cova”, un modo come un altro per assicurarsi la riproduzione della specie senza le incombenze della cura: la cosa mi ricordava qualcuno di famiglia, così fantasticavo che, forse, magari, anch’io ero un po’ figlia di cuculo. Pensieri bambini che volavano via sulle ali del primo rondone di passaggio, mentre guardavo il cuculo depositare l’uovo (uno solo) e poi librarsi nuovamente in cerca di altri nidi ad annunciare che sì, anche quell’anno, la stagione mite aveva fatto il suo ingresso nelle nostre vite.

Dunque, una rondine non fa primavera perché primavera è quando il cuculo canta. E anche quando cantano le donne di casa iniziando le pulizie, appunto, di primavera. Nel paese dove sono stata piccina io, mentre nei prati sbocciavano le viole, sui davanzali delle finestre fiorivano cuscini e coltroni imbottiti di lana o di piume. Le massaie li lasciavano penzoloni in bella mostra all’aria del mattino, sprimacciandoli con il battipanni di bambù. Menavano con un vigore tale che pareva stessero piuttosto percuotendo il sedere di certi figli e mariti, quando perdevano denaro e sobrietà giocando a briscola o a biliardo.

Era pure quello un indice climatico: le pulizie per accogliere la stagione mite si facevano (anche) per liberarsi di pesi e stantii riti invernali, nella speranza di fare spazio a una nuova fioritura. E tra una percossa a un cuscino e a un materasso, le regine del focolare facevano a gara di canti. Lungo la strada principale del paese, passando sotto le finestre, certi giorni pareva di essere alla Corrida di Corrado: rimbalzavano gorgheggi portatori di messaggi cifrati rivolti a figli, mariti, nuore, suoceri e perfino ingenui nipoti come la sottoscritta, ancora ignari dell’intricato tessuto di relazioni al vetriolo. Sì, perché pur contando solo cento anime o giù di lì, in paese, assieme al tipico cinismo montanino, son sempre circolati a quintali sentimenti d’invidia e gelosia, fomentati ora da versioni di Iago e Azzeccagarbugli de noantri, ora da perpetue poco timorate di Dio, da Grimildi senza bellezza e senza corona e da Penelopi per nulla pazienti.

In un briciolo di carta geografica, la concentrazione della (a)variata umanità.

E mentre le donne cantavano sgobbando da sera a mane gloria et amore dei, gli uomini come mio nonno Mengo si dedicavano al lavoro, ma retribuito: nei boschi e sui monti, come nella fabbrica in città. E questo li autorizzava a mettere, a pranzo e cena, le gambe sotto il tavolo apparecchiato dalle donne di casa, comportandosi come commensali al ristorante. I più gentili gustavano silenziosi i piatti del giorno, i più bruschi lanciavano critiche impietose, sbeffeggiando e intimando le femmine di adoperarsi a cucinare menu migliori, sigillando la richiesta con un rutto. E se non tornavano al lavoro, c’era il bar ad aspettarli. Rincasando dopo aver giocato a carte e bevuto vino, berciavano per smorzare pretese da figli e mogli dalle quali, la notte, non accettavano negoziazioni sull’intimità.

Quando ero piccina io, lì dove ho vissuto – ma anche altrove non era tanto diverso – le donne non facevano le boscaiole né le operaie, ma tutto il resto: madri, mogli, massaie e contadine e in più affiancavano i mariti a sistemare la legna, spennare la cacciagione, sgozzare galline. Quelle baciate dalla fortuna governavano gli alberghi, i negozi, piccoli laboratori tessili ma tutto senza uno stipendio, perché l’intero motore dell’economia era a gestione familiare, formalmente amministrata dal capofamiglia, maschio. E se i mariti erano morti in guerra o per altre ragioni, l’elenco dei lavori diventava la somma tra quelli casalinghi e quelli destinati a produrre denaro.

C’erano anche donne che facevano le sarte come mia madre, capace di cucire cappotti perfetti in una notte; le parrucchiere-imprenditrici come le mie zie; le maestre come lo era stata un tempo la signora Alda che mi dava ripetizioni di aritmetica, materia con la quale litigavo. Erano artigiane e professioniste, ma con uno stipendio da ballerine di seconda fila e per nulla esonerate dai suddetti lavori di casa. Un’ingiustizia tollerata “mandan- do giù rospi” e aspettando che diventassero principi. Mai capitato.

Così, in quel cantarsela a finestre spalancate si giocava l’atto di protesta di una vita covata nei rancori, senza sconti e ruvida come le loro mani, destinate a bucati nel pozzo con l’acqua fredda, che d’inverno spaccava la pelle già consumata dalla cura dell’orto, degli animali da cortile da allevare e uccidere e dalla fatica nei campi che, a 800 metri d’altezza, a parte patate e frumento, non danno molta soddisfazione. Dice il proverbio: il montanino raccoglie poco grano e la speranza l’ha sulla castagna. Quando la castagna va fallita, il montanino fa trista vita. Per quella bisogna però aspettare l’autunno. Ora invece era primavera, tempo di pulizie dentro e fuori. E mentre le massaie col battipanni in mano gorgheggiavano ad alta voce innocue canzonette, col chiaro intento di raggiungere le vie per liberarsi di certe scorie dell’anima – e chi voleva intendere, intendeva – nel bosco si potava.

Mi porti a pulire il castagneto, zio Libero? A me piccola femmina non era permesso partecipare a certe attività. Ai bimbi, i maschi, invece sì. Le signorine dovevano imparare a restare ballerine di seconda fila rimuginando sul proprio destino non retribuito e spettegolando su quello degli altri. Una tela di ragno: questo mi pareva la vita domestica delle donne. Si rischiava di rimanerci incollate. Meglio i castagni.

Raethia Corsini è toscana da più di cinque generazioni e ha trascorso l’infanzia e buona parte dell’adolescenza sull’Appennino tosco-emiliano. Ha girato i cinque continenti e oggi vive e lavora a Roma. Giornalista professionista, free lance dal 1989, ha girato i cinque continenti, scrive di viaggi, cibo, società per i principali magazine italiani. Collabora con D-laRepubblica e Wall Street International. Ha pubblicato racconti di viaggio e costume in Francia e in Italia. A favore dell’associazione di promozione sociale Smallfamilies® è co-curatrice di smALLbooks (Cinquesensi ed.), prima collana editoriale italiana dedicata ai temi della famiglia che cambia. Con Guido Tommasi ha pubblicato Nei miei panni, autobiografia intima di Mila Schön (2006 – edizione limitata) e Spiriti Bollenti. Ritratti terrestri di 21 chef stellari (2011) Premio selezione Bancarella della cucina 2012 e ora Suite per un castagno (2020). Il suo sito è www.zippora.it.