EDITORIAL

Il turismo antropologico che salva la dignità di popoli e turisti

No safari esotici, no lodge di lusso. Sul lago Kivu, in Rwanda, si vive come i pescatori. L’ospitalità è gratuita, ma gli ospiti sono invitati a lasciare una donazione per pagare le assicurazioni sanitarie

Isola di Nkombo, Lago Kivu, Rwanda. Gli abitanti al lavoro per costruire le capanne del nuovo villaggio turistico.

L’impresa di Sextantio sembrava utopistica all’inizio: rianimare luoghi abbandonati o spopolati con progetti di ospitalità rurale. Ma Daniele Khilgren ci è riuscito, e nel 2004 trasformato il borgo medievale di Santo Stefano di Sessanio nell’albergo diffuso Sextantio. Qualche anno dopo, ha preso in concessione le Grotte della Civita a Matera,  e di nuovo ci ha ricavato un hotel. In entrambi i progetti la struttura è stata restaurata mantenendola praticamente com’era, senza curarsi di creare spazi confortevoli, come vuole il turismo viziato di oggi. Nelle camere non ci sono tv, mini bar e nemmeno poltrone. Sono sobrie fino al minimalismo, da vivere come una volta, in nome dell’autenticità. Eppure il soggiorno costa più o meno come un cinque stelle. L’obiettivo è poco chiaro: chi vorrebbe spendere tanto per ridurre i servizi al minimo? Kihlgren spiega bene il fine di questo modello apparentemente contraddittorio: «Puntiamo all’autoselezione di un turismo che non sia né invasivo né irrispettoso. Chi viene è realmente interessato a questi posti e al tipo di soggiorno sostenibile che proponiamo, dove l’elemento prevalente è il territorio nella sua identità. Chi viene nelle nostre strutture riconosce il valore all’esperienza nel suo complesso, non ai confort delle stanze». La camera, comunque elegante con arredi e corredi originali o in stile, è un posto per dormire, il resto del tempo va usato per esplorare e vivere all’aperto.

Kihlgren ha acquisito altri borghi tra Lazio e Abruzzo, ma al momento non ne ha ancora iniziato la trasformazione. Invece è attualmente impegnato a completare un villaggio sull’isola di Nkombo, in Rwanda, al confine con il Congo. L’obiettivo di quest’ultimo progetto è preservare una minoranza culturale con una storia speciale. «Nella società monogama del Rwanda» – racconta – «le fanciulle che rimanevano incinte prima del matrimonio venivano gettate nel lago Kivu. La loro unica salvezza i pescatori congolesi che abitavano nell’estremo più a nord e più lontano dalla terraferma dell’isola. Le ripescavano ma poi le sfruttavano come schiave, e talvolta le sposavano». Tra leggenda, tragedia e lieto fine, così è nata una piccola comunità musulmana in parte congolese e in parte rwandese che ora vive in pace di pesca, agricoltura e pastorizia. E chi vuole può trascorrere qualche giorno nel villaggio con loro.

Le nuove capanne per ospitare i turisti sull’isola di Nkombo.

Al momento, le capanne per gli ospiti sono tre, costruite dalla gente del posto con materiali e metodi locali, seguendo il modello delle antiche capanne di cui restano le foto esposte al Museo Etnografico di Butare, capitale del Rwanda. Lo scopo di un viaggio a Nkombo è condividere del tempo con la gente del posto, condividendo la loro quotidianità, e nutrendosi delle stesse cose: zuppa di pesce, verdure dell’orto e birra di banana, una bevanda fermentata molto comune nella foresta equatoriale occidentale.

A differenza dei lodge e dei resort africani che portano i servizi dell’hotellerie occidentale nelle savane più remote, qui l’esperienza è puramente antropologica, con una duplice missione: non alterare i sottili equilibri socioculturali del territorio, e finanziare tramite la onlus di Sextantio (www.sextantionlus.org) le assicurazioni sanitarie per prevenire malattie non gravi ma tuttora ad alto tasso di mortalità. «In Rwanda, non c’è bisogno di applicare tariffe alte, come facciamo a Matera e in Abruzzo», spiega Kihlgren. «Qui l’autoselezione si basa su altri criteri: quanti si prendono la briga di arrivare fino all’isoletta? Pochi, assicuro. Al contrario, per dormire nelle capanne non si paga affatto. Ognuno dà quello che vuole per le assicurazioni. Contiamo su un principio di responsabilità sociale che non toglie dignità né alla gente del posto, né ai turisti».

Ancora una volta, il team di Sextantio arriva da pioniere, e può essere un esempio virtuoso in Rwanda. Il Paese è infatti sotto i riflettori del turismo internazionale sempre a caccia di nuove esperienze e di nuove terre. Infatti, nelle edizioni 2019 delle fiere dell’alta villeggiatura, come Pure e ILTM, sono arrivati l’Ente del Turismo Nazionale e diversi operatori locali e internazionali che promuovono il paese come destinazione per i prossimi viaggi di lusso.