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Lanzarote l’austera

Sotto l’influenza del Sahara, l’isola ha una natura meravigliosa, solo apparentemente ostile

di Claudio Agostoni

Un occhio distratto potrebbe scambiare Lanzarote come un disumano paesaggio vulcanico. L’isola canaria dista solo 170 km dalle coste africane e il Sahara le è talmente prossimo che il fatto di non assorbirne il clima è possibile solo perché, essendo situata lungo il percorso dell’Aliseo di Nord Est, gode del suo effetto di raffreddamento che le consente di mantenere le temperature giornaliere a livelli moderati. Questo non impedisce a numerose tempeste di sabbia, trasportate dallo scirocco, di attraversare la stretta fascia di mare che separa Lanzarote dal deserto, facendo salire le temperature anche a 40° e riducendo la visibilità a meno di 100 metri. Si chiama ‘calima’ e non è proprio uno spettacolo da cartolina. Cesar Manrique, architetto, scultore e pittore nativo di Arrecife, la capitale dell’isola, disse che “L’austerità è una grande pedagoga e Lanzarote è un’ottima insegnante”. Effettivamente la sua è un’isola austera, ma chi ci vive è stato in grado di realizzare un originale rapporto tra uomo e una natura apparentemente ostile. Per sincerarsene Ryanair ha messo a disposizione dei voli che in tre ore e mezza collegano l’aeroporto  di Bergamo-Orio al Serio con quello dell’isola. Si atterra a dieci minuti dalla città di Tìas, dove sorge la casa-biblioteca dove lo scrittore portoghese José Saramago passò gli ultimi 18 anni della sua vita. Sull’isola non ci sono treni ed è quindi opportuno noleggiare una macchina, meglio se una di quelle griffate dalla firma di Manrique, in cui il turista può trovare un cd che è in grado di trasformarsi in un’ottima audioguida. Quindi si parte. In un nulla spiazzante. «Spiazzante» perché non assomiglia a nessun nulla di cui abbiamo esperienza. Spiazzante perché questo nulla, in realtà, è stracolmo di cose, ma inerti: pietre nere, colate di lava rafferma, sterpaglie già morte alla nascita… E una serie impressionante di vulcani. Un paesaggio con pochi eguali al mondo, una bellezza frutto di un dramma, di un disastro. In una notte terribile dell’anno 1730, la terra si aprì e spuntò all’improvviso una montagna. L’isola per giorni interi, per mesi, per anni, fu devastata da eruzioni incessanti che l’hanno lasciata ricoperta di lava solidificata, sassi sputati come bombe che hanno formato crateri imponenti. In sei anni circa un terzo dell’isola venne sconvolta e stravolta nella sua geografia. Al termine della fase eruttiva, a base di gas e lava fusa, la fisionomia dell’isola di Lanzarote era completamente diversa da quella fino ad allora conosciuta. E’ questa la Lanzarote che vediamo oggi. (Info: www.turismolanzarote.com)

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Parque Nacional de Timanfaya.  Situato nella regione nord-ovest dell’isola, è stato istituito nel 1974 e comprende la cima di Pico Portido, alta 571 metri. Un paesaggio lunare che farebbe la gioia di numerosi registi di fantascienza, formato da grigia roccia vulcanica e sabbia color rame. Qui la lava continua a ribollire sotto il terreno e nell’aria aleggia un costante sentore di zolfo. Il parco è visitabile a piedi con una guida, in pullman o (sconsigliata) a dorso di cammello. I confini del parco sono segnalati da un logo raffigurante un malizioso diavoletto ideato da Cesar Manrique.

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Natura nel  Parque Nacional de Timanfaya. A prima vista il Parco è un deserto privo di vita, un arido terreno policromo con sfumature colorate di grigio, nero, marrone e rosso. Non a caso è chiamato “malpais”, letteralmente “cattivo terreno”. Invece  la vita sta tornando anche qui e oggi è popolato da più di 180 specie di licheni, felci, piccole piante grasse e un’infinità di arbusti spinosi. Che siamo però in un territorio speciale è confermato dal Restaurante El Diablo, l’unico all’interno del Parco, la cui specialità è la carne alla brace cotta a 450° C, usando il calore geotermico del vulcano dormiente sul quale sorge.

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Vigne a Lanzarote. Quella del vino di Lanzarote è la storia di una sfida vincente dell’uomo contro la forza della natura. E’ chiamato il “vino dell’impossibile” perchè l’uva cresce in viti basse, aderenti al terreno, circondate dagli zocòs, muretti  semicircolari costruiti in pietra lavica, che somigliano a piccoli crateri. Il picòn, la nera cenere lavica, viene utilizzata per mantenere l’umidità del terreno durante la notte ed evita che questa evapori durante il giorno. La zona del vino per eccellenza è la regione della Geria. Tra le cantine una delle migliori è la Bodegas Rubicòn. Tra i bianchi ottima la Malvasia prodotta in purezza; da provare anche il Diego e il Moscatel, ottenuti dalle uve omonime. Tra i rossi imperdibile il Listan Negro.

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Fundacion César Manrique. Per capire la filosofia di César Manrique basta visitare la sua casa a Tahiche, oggi sede della Fondazione che porta il suo nome (http://fcmanrique.org/?lang=it). Ricavata all’interno di 5 bolle vulcaniche, è stata abitata dall’artista fino al 1987. Calata nel mezzo di un malpais (una superficie composta da inospitali blocchi di lava neri), quello che si nota dall’esterno è poco più di un giardino recintato, bello e curato. Attraversato il giardino con le sue sculture che si mescolano a numerose piante grasse, si entra negli spazi del piano terra (adesso convertiti a museo). Spazi apparentemente normali in cui la natura prende il sopravvento, sia fisicamente con lingue di lava lasciate entrare dalle finestre, che con delle vetrate enormi che ti catapultano con lo sguardo fuori, sui paesaggi surreali che caratterizzano Lanzarote.

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Harìa. Case bianche a forma di cubo, ombreggiate da folti palmizi: sembra un angolo d’Africa magrebina alla deriva nell’Oceano Atlantico. La cittadina, nel nord dell’isola, si erge all’ombra del misterioso vulcano della Corona lungo le strada delle montagne, in una scenografica vallata, conosciuta come “valle de las mil palmeras “. In passato questo palmeto, il migliore di palma autoctona dell’isola, erano ancora più folto, ma un incendio scoppiato durante un attacco di pirati nel 1856 ne ha ridotto l’ampiezza. Tutte le vie del villaggio confluiscono nell’ombrosa e alberata Plaza Leon y Castillo. Una sosta in uno dei bar della piazza, all’ombra di allori ed eucalipti, è quasi d’obbligo.

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César Manrique. Pittore, scultore, architetto e artista multidisciplinare, negli anni ‘60 vive a New York, all’epoca la mecca dell’arte. In seguito ritorna a Lanzarote per stabilirsi stabilmente nella sua isola natale. Qui avvia un progetto  personale e ambizioso: usare l’isola come tela su cui plasmare le proprie idee artistiche. Grazie all’appoggio delle istituzioni, è riuscito a far promulgare una ferrea tutela ambientale dell’isola in cui gli interventi umani si armonizzassero coi paesaggi unici di Lanzarote. E’ grazie a lui che l’edilizia selvaggia degli anni del boom turistico si è tenuta lontana da questa isola. Gli interventi di Manrique vanno dal decretare che il colore per tutte le costruzioni fosse il bianco (come da tradizione delle antiche case fatte con la calce) a vari interventi spettacolari dove la sua capacità di fondersi ed integrarsi con l’ambiente ha dato vita a capolavori.

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La Caleta de Famara. Posta all’estremo nord-est dell’isola, La Caleta è una località perennemente investita dai venti, a tal punto che le sue strade sono spesso invase da nuvole di sabbia e da cespugli spinosi a forma di palla. Roba da film western, tanto per intendersi. Davanti al piccolo borgo si stende un un litorale formato da più di cinque chilometri di sabbia dorata: è la rinomata spiaggia di Famara. Con la bassa marea, quando l’acqua forma una sottile patina sulla sabbia, riflette il cielo e l’adiacente massiccio montano come fosse un gigantesco specchio. E se la marea coincide con il crepuscolo, con l’isola di La Graciosa che si staglia all’orizzonte, si possono scattare foto che garantiscono minimo un centinaio di like su Instagram. Il vento di cui sopra e le onde regolari fanno di questa spiaggia un paradiso per gli amanti di surf, bodyboard, windsurf e kitesurf.

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Nautilus Lanzarote. Complesso di appartamenti circondato da 1200mq di giardini, sito a Matagorda, nelle adiacenze di Puerto del Carmen. E’ l’unico complesso turistico in Canaria ufficialmente certificato come libero da barriere architettoniche. Il mare dista un centinaio di metri e vanta due piscine climatizzate.

Ha una sala sociale dove viene servito il buffet della prima colazione e dove si può richiedere cibo d’asporto dalle 9.00 alle 12.00. Nelle adiacenze una biblioteca garantisce la possibilità di scambiarsi libri. Nella parte sottostante alla reception si trovano mini market, sala massaggi e fisioterapia. Il Nautilus ha una residenza  per artisti che al termine del soggiorno lasciano “in eredità” una o più delle loro opere.

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Charco de San Ginés, Arrecife. Capitale di Lanzarote sin dal 1852, Arrecife è una tranquilla cittadina spagnola con case moderne e passeggiate lungo viali alberati. Atmosfere completamente diverse nell’area adiacente al Charco de San Ginés. Le abitazioni, storiche dimore dei pescatori, si affacciano su un laghetto collegato al mare e in parte sono state trasformate in bar e ristoranti. E’ l’area della movida di Lanzarote, ma va specificato che siamo lontani mille miglia dalle notti delle altre isole canare. Qui è tutto più raccolto e meno rumoroso.

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Jardin de Cactus. Lungo la Carretera General del Norte, all’altezza di Guatiza (Teguise), c’è uno dei capolavori targati César Manrique: il Giardino dei Cactus. Realizzato in una vecchia cava da cui si estraevano le ceneri vulcaniche utilizzati dagli antichi coltivatori di fichi d’india per conservare l’umidità notturna del terreno, è  una curiosa area suddivisa in terrazze dove si coltivano oltre 1400 specie di cactus perfettamente classificati. Manrique è andato oltre al concetto di cactus come graziosa pianta da decorazione da interni. Ha creato un intero anfiteatro, con tanto di cavea e di gradinate, ricoperto con grande senso estetico ed equilibrio distributivo di ogni sorta di cactus e di pianta grassa.E’ la prima installazione nel panorama dell’arte moderna ad avere come tematica l’equilibrio tra l’uomo (il teatro, dalle forme classiche) e la natura. Recentemente ha vinto il premio Carlo Scarpa 2017,  assegnato annualmente dal Comitato scientifico della Fondazione Benetton.