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Il mistero di Rapa Nui

Lo studioso ceco Pavel Pavel ha elaborato una teoria plausibile su come la popolazione dell’Isola di Pasqua spostava le gigantesche statue Moai

ahu nau naudi Miriam Acquaroli

Rapa Nui, nota anche come Mataki-te-rangi e Te Pito o te Henua, a noi più familiare come Isola di Pasqua, è una delle terre più remote e affascinanti del mondo. Appartiene politicamente al Cile e culturalmente alla Polinesia, ed è famosa per i suoi colossi di pietra, i Moai.

Solo l’origine dei suoi abitanti meriterebbe decenni di studio. Raggiunta nel XII secolo da una popolazione polinesiana che vi trovò già stanziata una comunità dalla pelle chiara e gli occhi azzurri, assistette nel corso dei secoli a diverse ondate migratorie e spartizioni di potere. Interessante la storia delle tribù delle “Orecchie lunghe”, Hanau Eepe, che probabilmente provenivano dal Sudamerica e che dominarono sanguinosamente i clan delle “Orecchie Corte”, fino a che questi ultimi non si ribellarono e massacrarono i nemici – presumibilmente abbattendo anche la maggior parte delle statue Moai.

OLYMPUS DIGITAL CAMERATante leggende sono ancora legate a queste tribù, come quella volta a spiegare l’aspetto del vulcano Poike che, a differenza degli altri, presenta un versante liscio, privo di quegli spuntoni e di quelle e rocce che caratterizzano quasi tutta l’isola. Invece di attribuirne la causa alla conformazione naturale, per i nativi è una bizzarra leggenda che ne illustra l’origine: allo scoppiare della guerra, le Orecchie lunghe crearono una postazione fortificata sul Poike e per sopravvivere alle ostili condizioni del terreno pietroso, raccolsero tutti i sassi e li gettarono nell’oceano. La spiegazione è avvincente, ma viene da chiedersi perché, dopo aver speso tante energie per raccogliere le pietre, alla fine decisero di buttarle in mare anziché costruirci un imponente muro difensivo? Inoltre, si narra che scavarono un profondo fossato difensivo lungo tre chilometri che separava il vulcano dall’isola ma che fungeva anche da trappola: le Orecchie lunghe, numericamente superiori ai loro avversari, si erano preparate all’offensiva progettando di dar fuoco all’erba secca e alla legna poste in fondo al fosso, ma tra di loro c’era una donna che rivelò tutto ai nemici, così le Orecchie corte aggirarono l’agguato e sferrarono il controattacco. La lotta fu furiosa e gli ideatori dell’insidia vennero lentamente spinti verso la loro stessa trappola, dove bruciarono vivi.

tramonto a rapa nui

Quel che è certo è che i giganteschi Moai rispecchiano i tratti fisici caratteristici delle Orecchie lunghe; per il resto, sono ancora tanti i dubbi che le avvolgono. Come siano state create è stato pressappoco ricostruito: sulle pendici del vulcano Rano Raraku veniva scolpita la sagoma complessiva e mano a mano si rimuoveva lateralmente il materiale di scarto, fino a che solo la parte posteriore della statua  rimaneva congiunta alla roccia madre.  Quando questa connessione si rompeva, i Moai venivano “liberati”, fatti scendere dal pendio e smussati sul retro. Ma a questo punto, come venivano trasportati per centinaia di metri, se non decine di chilometri?

Una risposta molto plausibile è stata fornita dall’ingegner Pavel Pavel, che già nella sua Cecoslovacchia degli anni ’80 aveva ideato e messo in pratica un metodo per spostare una riproduzione in cemento di un Moai di dieci tonnellate. Fu proprio per merito di quell’esperimento che, nel 1986, fu invitato a unirsi alla spedizione del museo Kon-Tiki diretta all’isola di Pasqua, dove poté finalmente realizzare il suo sogno: provare la sua teoria con un esemplare originale. Insieme al famoso antropologo ed esploratore norvegese Thor Heyerdahl, egli riuscì a dimostrare che un colosso di svariate tonnellate poteva “camminare”, esattamente come recitavano i miti e la tradizione tramandati da secoli. E tutto ciò usando solo corde, ovvero tecnologia primitiva, e un numero esiguo di “tiratori” divisi in due squadre, una per produrre l’inclinazione e una per la rotazione.

esperimento cecoslovacchia 1985

L’ing. Pavel ha raccontato la sua prima spedizione in un saggio/diario di viaggio intitolato “Rapa Nui – l’uomo che fece camminare le statue”, recentemente pubblicato in Italia da Bibliotheka Edizioni (traduzione e cura di Miriam Acquaroli). Il libro, oltre a descrivere l’esperimento in sé, le caratteristiche naturali dell’isola, le sue attrazioni e i suoi abitanti, narra anche aneddoti sulla storia, sulla cultura e sulle supposizioni fino a oggi fatte per tentare di far luce sui misteri irrisolti. “Rapa Nui” si rivela dunque un piacevole viaggio antropologico alla scoperta di una delle più misteriose civiltà dei nostri tempi, corredato da disegni fatti a mano dall’autore e foto originali, e da un’appendice apposita che tratta altre destinazioni arcane come Stonehenge e il lago Titicaca.