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Madama Impiraressa

La Venezia popolare delle infilatrici di perle con Marisa Convento, artigiana, storica e promotrice della “Perla Veneziana” come Patrimonio dell’Umanità

Giro nella Venezia popolare delle infilatrici di perle. La nostra guida è Marisa Convento, artista-artigiana, storica e vice presidente del comitato per la candidatura della Perla Veneziana a Patrimonio dell’Umanità Unesco

Marisa Conventodi Sara Magro

Marisa Convento, di mestiere, fa l’impiraressa, un termine che ha pescato dal dialetto veneziano antico per indicare le donne che infilavano le conterie prodotte nelle vetrerie di Murano per l’esportazione. Erano donne povere, mogli di pescatori, che alla mattina si sedevano per tre o quattro ore nelle piazzette del Sestiere di Castello per lavorare insieme, e intanto spettegolare. Servivano poche cose per smaltire il lavoro a cottimo: una sedia, una ciotola di legno (la sessola), e una sessantina di aghi lunghi infilati con cotone per raccogliere le perline di vetro e farne mazzi da mezzo chilo dello stesso colore. Il lavoro veniva distribuito da un’unica persona, e poiché invidia e ingiustizia sono sempre stati di questo mondo, le teneva in pugno con la consolidata strategia divide et impera. Così, spesso nascevano liti feroci, per accaparrarsi lo scarso lavoro e gli scarsissimi guadagni che, a fine giornata, permettevano di comprare appena il pane quotidiano.

DSCF5594Una decina di anni fa, Marisa Convento, che faceva tutt’altro nella vita, si è appassionata alle conterie e alle perle, di cui l’isola di Murano era uno dei maggiori centri di produzione ed esportazione. Ha iniziato a studiare il mondo sociale che stavano dietro le quinte di quei preziosi oggetti, ha raccolto fotografie d’inizio del Novecento, ha individuato i luoghi di lavoro nel sestiere di Castello e ha così ricostruito la storia delle “infila perle” veneziane fino a oggi. Con la guida di Marisa si entra in una Venezia poco turistica e tuttora popolare che si sviluppa oltre i Giardini dell’Arsenale e la Biennale, tra piccoli campi, altari mariani, chiesette. Quanto ai segreti del mestiere, quelli, Marisa, ha dovuto impararli da sola: «È un lavoro, un mezzo di sostentamento, nessuno ti svelerebbe le sue tecniche. Ma tanto, siamo tutte un po’ impiraresse e quindi alla fine ho capito come si fa: provi anche lei!» Raccogliere le perline nella sessola con una dozzina di aghi lunghi e sottili non è così complesso: basta capire il movimento giusto. Tutt’altra invece è imitare i lavori artistici che Marisa fa come se fossero facili facili. Con movimenti rapidi e consapevoli, intreccia fil di ferro, seta e perline rosse e ne fa dei tronchetti che poi monta in un unico ramo di corallo: sembra vero, tanto è ben fatto.

La storia però non finisce qui: Marisa indossa una collana lunga di perle di Murano. Sono colorate, di forme e tecniche diverse. «È il mio catalogo», dice sollevando gli occhi azzurrissimi, sopra gli occhiali mentre infila veloce conterie. «Qui ci sono mille anni di storia del vetro, e tante tipologie di lavorazione. È una bella fortuna poterla indossare, non sarebbe lo stesso se facessi lampadari e specchiere!», scherza. Una volta fatte le singole perle, andavano lucidate. E questo era un lavoro che, di nuovo, svolgevano le “perlere”. «Erano lavori da donne, perché si potevano svolgere in casa, senza sottrarre tempo alla cura domestica».

IMG_3845Secondo Marisa il mestiere di impiraresse e perlere va protetto e può diventare un motore economico di sviluppo sostenibile ed etico. «Sono lavori etici perché tramandano valori di identità ed esprimono continuità storico-artistica; e sono sostenibili perché rappresentano tuttora una significativa fonte di guadagno per le donne, offrendo posti di lavoro “leggero”, non industriale, artigianale, sicuro e rispettoso dell’ambiente: la materia prima è prodotta localmente così come gli apparati e gli strumenti, il trasporto e gli imballi delle merci sono ridotti: insomma chilometro ed emissioni vicini allo zero!». Convinzioni queste che, tutte sommate, hanno spinto Marisa Convento e altri appassionati a creare un’associazione, di cui lei è vice presidente, per candidare la “Perla veneziana” all’Unesco come Patrimonio dell’Umanità.

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Il nostro tour nella storia di perle e conterie termina nel piccolo atelier Venetian Dreams, dove chiunque può incontrare Marisa Convento che, vestita a colori e i ricci bianco e nero, infila i suoi coralli, ricama costumi, scarpe, borsette, e ironicamente esclama il suo veneziano antico: «Xe Venexia backstage!» Vero, una Venezia dietro le quinte che fa innamorare.