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Open Amsterdam

Come una vacanza di famiglia ad Amsterdam può essere l’occasione per parlare di civiltà e aprire la mente

di Sara Magro

Quest’anno le vacanze di famiglia le ha decise nostra figlia, 15 anni, 16 tra qualche mese. Data l’età, non è difficile intuire la destinazione proposta: Amsterdam 🙂

Va bene. Anche se è la terza volta nella città e la quarta in Olanda, e pur non avendo visto ancora molte città europee, approviamo con entusiasmo, garantendoci in cambio la sua complicità durante il viaggio. Pur col tacito accordo di stare alla larga dai coffee shop 🙂

Prenotiamo sei notti al Room Mate Aitana, che ha una posizione strategica, fondamentale per visitare comodamente una città straniera: 10 minuti a piedi dalla stazione dei treni (dove arrivano gli Intercity dall’aeroporto di Shiphol), capolinea di tutti i mezzi per raggiungere facilmente (anche a piedi) ogni monumento e angolo. Room Mate ha un altro vantaggio che fa la differenza: offre agli ospiti, gratuitamente, un rooter che fornisce wifi a 5 device contemporaneamente, da usare in tutta la città.

Sistemata la logistica, ci siamo muniti delle City Card, che per 24, 48 o 72 ore permettono di usare tutti i mezzi pubblici, di entrare nella maggior parte dei musei, e di ottenere sconti per altre mostre e ristoranti. Il risparmio sia economico che di tempo è garantito.

Quando si viaggia con un adolescente, bisogna stabilire, insieme e prima della partenza, alcune regole, e le nostre si possono sintetizzare in tre brevi punti: mai più di due ore al museo, un po’ di shopping, un po’ di tempo da soli 🙂

I musei di Amsterdam difficilmente annoiano. Sanno raccontare storie, accompagnare nei percorsi, coinvolgere durante la visita. Non è facile, per esempio, spiegare una psicologia complessa come quella di Vincent Van Gogh, eppure con l’allestimento attuale si intuisce almeno l’evoluzione del malessere dell’artista fino alla presunta follia, il retroscena famigliare, il rapporto complementare e imprescindibile con il fratello Theo che ha posto le basi del successo postumo di Van Gogh pittore. Ci sarebbe da passare ore e ore in quella mostra, dove è raccolta la più grande collezione di opere e di lettere della sua corrispondenza con i famigliari, proficua quasi quanto la pittura.

È vero, e devo dire purtroppo, la nostra quindicenne non era troppo interessata né all’arte né al personaggio, tuttavia l’ho vista indugiare davanti ad alcune opere, e ho accettato che dopo un’ora uscisse dalla mostra. (Consiglio: prenotate i biglietti online, per dimezzare i tempi d’attesa in coda, sempre lunga).

Più coinvolgente è stata la visita al Museo di Anna Frank. Perché? «Avendo letto il libro, ho riconosciuto i luoghi di cui parlava. E comunque anche lei aveva 15 anni come me. Forse capisco meglio cosa doveva provare a stare nascosta in una casa, senza poter mai uscire, stare all’aperto, incontrare i suoi amici…Deve essere stato terribile».

Di mostre ne abbiamo viste tante, compresa la casa-studio di Rembrandt, il museo della fotografia FOAM, Museo Ebraico, l’istituto cinematografico Eye, il Museo dei Canali, che è un esempio di come, secondo me, dev’essere un’esposizione chiara e sintetica: un racconto multimediale e vocale della storia del progetto di ampliamento di Amsterdam alla fine del Seicento con un sistema di canali che caratterizzano ancora oggi la struttura urbanistica cittadina.

Ovviamente non ci siamo fatti mancare le birre ghiacciate al pub, le pause dolci ai cafè (carinissimo Droog, in centro), le cene al Seafood Bar, con aragosta e plateau royal, lo shopping chic nelle Nove Vie, e quello vintage al De Pejip, un quartiere bohemien con piccoli negozi indipendenti e l’enorme mercato Albert Cuyp, con 300 bancarelle tra cibo, abbigliamento, scarpe, insomma tutto.

Sul volo di ritorno, chiedo a mia figlia di dirmi a bruciapelo la cosa che le è piaciuta di più: «Waterlooplein, il mercatino delle pulci; ho trovato tanti regali per i miei amici, porta tabacco, cartine aromatizzate, anelli, orecchini, piccole cose che costavano poco. Mi è piaciuto anche girare per la città, dove ho imparato a orientarmi presto, e scoprire com’è facile conoscere nuove persone».

Devo aggiungere che per la prima volta all’estero, mia figlia si è mossa anche senza di noi, prendendo i mezzi, proprio come a Milano. Ha incontrato la sua psicologa, casualmente di passaggio, e una compagna delle medie che ha fatto la quarta superiore ad Amsterdam. E a un certo punto mi arriva un sms: «Mamma mi è successa una cosa bellissima». Quando ci ritroviamo mi racconta che un giovane austriaco, figlio di uno degli ambulanti di Waterlooplein, l’ha invitata ad uscire la sera. Eccolo lì l’imprevisto inimmaginato. E ora come ci comportiamo? Con mio marito ci consultiamo e alla fine, a malincuore devo ammettere, acconsentiamo a un paio di ore, a patto di avere un recapito telefonico dello sconosciuto e bellissimo principe azzurro. E per fortuna avevamo il rooter per restare sempre collegati, anche telefonicamente con whatsapp. Per questa volta mi sono risparmiata il patema, perché poi alla fine l’appuntamento è saltato, e non per causa parentale. Adesso però sappiamo, anzi ne siamo certi, che la situazione potrebbe riverificarsi, ed è dunque impellente escogitare una tattica per lasciare la libertà vigilata, o esercitare il controllo a distanza per eventualmente intervenire prontamente. Provate a mettervi nei nostri panni: vostra figlia vuole assolutamente uscire con uno sconosciuto in una città straniera! Non è facile, garantisco.

Un’altra cosa che ha lasciato allibita la fanciulla, che è informata su fumo e di droghe, avendo quindici anni e non vivendo su Marte, è la disinvoltura con cui si vendono e si usano ad Amsterdam. Voleva a tutti i costi entrare in un coffee shop e ci ha provato, con il mio consenso. Ma, cosa che mi ha rassicurato molto e reso felice per la serietà, chi li gestisce è tassativo sull’età d’ingresso: 18 anni dimostrabili con carta d’identità, e non valgono documenti fotografati, né altro genere di deroghe, neppure la presenza materna. «Mamma, arrivano certe sbanfe (zaffate di mariuana, traduco!) che ti fanno sballare senza nemmeno fumare».

Non scandalizzatevi per favore: siamo passati anche per il Red Quartier, con le fanciulle seminude in vetrina e decine di sexy shop, che se li guardi con altri occhi sono uno spasso raro, con quegli oggetti, talvolta di incomprensibile uso altre di dimensioni inimmaginabili, che espongono. A dire il vero non c’erano tante famiglie con ragazzi in giro per il quartiere, ma che importa? La libera circolazione di tutto ciò che da noi è scandaloso o proibito è ciò che rende Amsterdam una città attraente per i giovani (e non vi dico il numero di italiani). Addentrarsi in questi mondi peccaminosi è un’occasione per osservarli, per parlare di temi spesso taciuti e di una cultura più aperta della nostra, antiproibizionista, nella quale sia io che mio marito crediamo fermamente. Quest’anno Amsterdam festeggia pubblicamente, con tanto di brochure dell’ufficio del turismo, i 20 anni  di Gay Pride e i 15 anni di matrimoni omosessuali, un traguardo che a fatica noi in Italia abbiamo raggiunto solo quest’anno, con tanti, probabilmente tantissimi, ancora contrari. Alla fine proprio a questo serve viaggiare, soprattutto con i figli. Si toccano realtà completamente diverse, si vede con i propri occhi come funziona una società contemporanea e laica. Ho la speranza che da adulta mia figlia si faccia portatrice di questi valori anche in Italia.