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La signora dell’arte

Patrizia Sandretto Re Rebaudengo festeggia i vent’anni della sua Fondazione con la mostra di Villar Rojas e annuncia progetti per l’arte contemporanea in Italia

Patrizia Sandretto Re Rebaudengo festeggia i vent’anni della sua Fondazione a Torino con una mostra straordinaria e annuncia grandi progetti per l’arte contemporanea in Italia

di Sara Magro

Il 15 dicembre ero a Torino per una lezione alla Scuola Holden di Torino, e il giorno dopo ho, cosa sempre più rara, tutta la giornata libera. Finalmente posso andare alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Il mercoledì è chiusa, ma fanno un’eccezione (piccolo privilegio concesso a noi giornalisti). Vado per provare Spazio 7, il ristorante aperto un anno fa da Emilio Re Rebaudengo nella galleria di famiglia. Prima di sederci a tavola, visitiamo la mostra per i vent’anni della Fondazione (nella , nata appunto nel 1995, e responsabile di una nuova attenzione italiana all’arte contemporanea. La mostra celebrativa è stata affidata ad Adrián Villar Rojas, il quale ha creato un’installazione specifica per il luogo (foto sopra). Ha portato 21 massi dalla Turchia a Torino, dove è stato per 45 giorni con i suoi 10 assistenti per lavorarli, levigarli, trasformarli in nuove sculture. Ha creato nature morte con frutta, verdura, formaggi, pesci lasciati alla loro evoluzione, ha trovato incastri naturali tra cocci, metalli, strumenti e i massi, oppure li ha premeditati lavorando le materie. Nella fondazione, senza luce artificiale e senza riscaldamento, cammino tra i grovigli di pietra, legno e corda, come se non ci fosse mai passato nessuno, come se ci fosse stato un naufragio, poco tempo fa o un secolo fa, come se fossimo noi i superstiti di un altro tempo e di un altro mondo. Eppure non c’è un oggetto che non appartenga all’oggi, che non si potrebbe acquistare nuovo nell’alimentari sotto casa, dal ferramenta, nel negozio di scarpe, alimentando la quotidianità in un perenne “Rinascimento”, titolo appunto della mostra.

Per la visita ho una guida d’eccezione: Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, la fondatrice di questo luogo del contemporaneo, promotrice dell’arte di oggi in Italia. Mi racconta di come è nata la mostra Rinascimento. «Ho chiamato Adrian Villar Rojas perché lo trovo un artista straordinario, che in quattro anni ha bruciato tutte le tappe di una carriera artistica: Venezia, Documenta, Istanbul, MoMa, fondazione Vuitton. L’ho invitato a Torino per fare una mostra per la Fondazione. E lui – cosa faccio cosa non faccio – l’ha sconvolta: ha chiuso la biglietteria in una scatola bianca per non farla più esistere, ha demolito i muri, ha aperto un taglio sul soffitto per far entrare la luce naturale. Inizialmente doveva usare le opere in argilla della nostra collezione, poi è stato invitato alla Biennale di Istanbul e ha avuto un’ispirazione diversa.

Alla mostra si accede da un corridoio ai cui lati sono appoggiati indumenti e altri poveri resti, che potrebbero essere appartenuti ai desaparecidos argentini o agli emigranti di oggi. Quindi si entra in una grande sala dove sono sistemati 21 massi e su ciascuno Villar Rojas e i suoi 10 collaboratori hanno cercato gli oggetti e adattando la pietra. Alimenti, ferri, strumenti da lavoro, maschere antiche, anfore ha creato delle nature morte. Ha usato persino il corpicciuolo di uccellino che secondo lui faceva parte della fondazione essendo morto nel giardino davanti: «Gli ha fatto le zampette d’oro e la messo su un sasso come fosse una lapide», spiega la signora Sandretto. La mostra si intitola Rinascimento, ed è un invito ad andare avanti. C’è una pietra tutt’uno con una corda che deve essere stata per anni in fondo al mare. Sui sassi sono stati appoggiati pesos, conchiglie, quindi ha creato tutto un mondo così complesso e ricco che ogni volta che si riguarda la mostra si scoprono nuovi oggetti. «È un continuo scoprire, si può stare delle ore a guardarla. C’è un vero pescespada che sa ancora di mare. È stato tassidermizzato ed è diventato una scultura. Bisogna però monitorare tutto, perché tra pesci, formaggi, salumi, frutta non so come ce la caveremo fino al 29 febbraio….», si preoccupa la padrona di casa. Perciò non si può accendere il riscaldamento! Villar Rojas ha cercato e creato gli incastri perfetti tra sassi e oggetti.

Dopo la visita pranziamo allo Spazio 7, il Ristorante della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, inaugurato nel dicembre 2014 e gestito da Emilio, il giovane figlio di Patrizia. Tra un orto nel piatto e un pacchero alle cime di rapa e riccio di mare, Madame Sandretto mi racconta tante cose e accenna a mille idee. È un vulcano.

Tutti gli anni ospitano tre curatori (25-30 anni) provenienti dalle più importanti scuole del mondo scelti da una giuria, vengono qui per 4 mesi e viaggiano tutta l’Italia, da Torino a Venezia alla Sicilia per conoscere gli artisti italiani, le gallerie, incontrano i direttori. Alla fine del progetto curano una mostra con i giovani artisti italiani scelti da loro. «Noi li aiutiamo, viaggiano con un tutor e hanno anche un piccolo budget a disposizione per far produrre le opere. Da quattro anni abbiamo anche una scuola per curatori italiani, ne selezioniamo una decina su 100 domande. Fanno esperienza in Fondazione e viaggiano in diverse regioni italiane. Di solito le scuole non offrono questo lavoro sul campo. Noi diamo sì lezioni frontali ma anche l’occasione di entrare nel circuito dell’arte contemporanea. Nel settembre 2014 abbiamo creato un comitato di 15 fondazioni private con spazi aperti al pubblico in cui rientrano anche Pistoletto, Trussardi, Pinault, Brodback e l’obiettivo è per metterci in rete, scambiandoci idee su progetti educativi. Grazie a questo progetto abbiamo potuto contattare il Ministro Franceschini che alla Fiera del Libro di Torino aveva dichiarato di credere in due cose: la collaborazione tra pubblico e privato e l’arte contemporanea. Io ho alzato la mano, e ho detto che avrei potuto creare un comitato di Fondazioni private. Se lo fa, ne parliamo, mi ha detto. L’ho fatto, l’ho chiamato e gli ho chiesto: bene, e ora come procediamo? Il seguito è che abbiamo firmato un protocollo d’intesa tra il Ministero e noi per lavorare insieme sul sistema arte contemporanea in Italia». Mi offre l’occasione per fare qualche domanda

Come siamo messi con i giovani artisti italiani?
«Abbastanza male. Abbiamo dei buoni artisti, mancano invece le buone accademie per sostenere e aiutare gli artisti nel momento di formazione e crescita. E poi abbiamo un sistema commerciale di gallerie generalmente molto complesso; d’altronde non c’è nessun supporto. Quindi questi giovani artisti spesso devono andare all’estero per riuscire a trovare la giusta strada. Per questo stiamo cercando di collaborare con il Ministero».

Che impostazione avrà il lavoro con il Ministero?
«Siamo agli inizi. Certamente in Italia serve creare una rete tra il Governo e i privati che possa supportare gli artisti nella loro crescita fin da quando iniziano a esporre nei primi musei, quando sono invitati alle prime manifestazioni importanti in Italia e nel mondo. C’è da fare un grosso lavoro sui giovani. Se poi si riuscisse a fare un bel lavoro anche sulle accademie il risultato sarebbe grande».

Cosa intende?
Innanzitutto bisogna affidare le cattedre agli artisti, cosa che accade molto raramente in Italia. Siamo ancora fermi a fare pittura e scultura nel senso classico, mentre bisognerebbe prestare maggior attenzione alla contemporaneità, e confrontarsi con quanto accade nel mondo. L’accademia è un istituto su cui c’è molto da fare».

Lei colleziona qualche esordiente italiano?
«Sì, lo faccio io e lo fanno anche altre fondazioni. Per esempio il progetto delle residenze per curatori nasce proprio per supportare i giovani artisti, perché poi questi ragazzi li esponiamo e a volte li acquisiamo. C’è attenzione, ma è ovvio che il nostro non è un mercato forte come quello americano, tedesco, londinese. Noi facciamo molta più fatica, però il sistema arte c’è. Bisognerebbe riuscire a farlo diventare ancora più sistema. Dialoghiamo con l’Amaci, associazione dei musei, e con il Ministero vorremmo trovare modi e strumenti proprio per sostenere maggiormente i giovani. Inoltre va fatto un grosso lavoro sulle periferie urbane, perché c’è bisogno di portare quest’arte in mezzo alla gente. Il problema in Italia è che abbiamo così tanto di patrimonio antico che delle volte va a discapito della contemporaneità. Il nostro compito è far conoscere il contemporaneo. Lo vedo a Torino, la gente viene e dove va? Al Museo Egizio e al Museo del Cinema, mica a veder l’arte di oggi, pur essendo una città che ha avuto il primo Museo di Arte Contemporanea nel 2009 e il museo di Rivoli che ha aperto nel 1983».

Al proposito cosa succederà a Rivoli?
Adesso abbiamo la nuova direttrice, Carolyn Christov-Bakargiev, molto brava. Ha fatto Documenta, la Biennale di Istanbul e Sydney. È una delle maggiori curatrici del mondo. Ovviamente però c’è bisogno di denaro per fare grandi mostre. Stiamo a vedere».

Alla fine della nostra conversazione Patrizia Sandretto mi fa un dono prezioso: il libro sulla sua collezione di Costume Jewellery. Sono bijoux dagli anni Venti a oggi, che raccontano una storia culturale, politica e sociale degli Stati Uniti, iniziata con la Grande Depressione, quando la gente non poteva più comprare gioielli veri, e si producevano con materiali poveri ma tanto ricercati e belli da sembrare veri. «A realizzarli c’erano grandi designer costretti a emigrare dall’Eruopa all’America. Insomma, la storia di questi gioielli è interessante di per sé. Io li indosso sempre». Collezione nella collezione è la serie di alberi di Natale, che venivano inviati ai soldati statunitensi in Corea come augurio. Erano piccini ed economici, un regalo ideale. Infatti sono gioielli democratici perché si producevano in serie e a poco prezzo. Personalmente ne possiedo un migliaio, tra spille, braccialetti, collane, tiare. Ho delegato una mia amica che abita in America ad acquistarli per me, che ormai è diventata espertissima. La prima volta l’ho esposta a Ca’ D’oro a Venezia, ma spero di poterla ripresentare presto anche in Piemonte».