LIBRI

Atlante delle isole remote

Cinquanta isole da guardare e da leggere come mito letterario raccontate da Judith Schalansky

di Andrea B. Nardi

Che differenza c’è tra un deserto e un’isola? Tra una prateria circondata nei suoi 360° solo dall’insufficienza del nostro sguardo, e un lembo di sabbia e rocce custodito tutt’attorno da leghe d’oceano? In entrambi i luoghi capita d’avvertire la corrispondenza magica fra noi e il mistero del mondo, una prossimità incerta con ciò che solitamente ci sfugge. Nelle terre sconfinate e vuote, però, il dialogo tenta di fuoriuscire da noi per incontrare l’Altro, chiunque esso sia, disperso su quell’immensità. Nell’isola, al contrario, l’aspettativa si ripiega dentro noi stessi, il misticismo dell’ignoto si trova a scavare nella nostra anima.

Nell’immaginario, letterario e individuale, l’isola è sempre associata alla volontaria fuga paradisiaca, oppure al naufragio trasformatosi comunque in eden inaspettato. Atolli polinesiani e spiagge caraibiche, tuttavia, nascondono insidie feroci, come ben sanno i marinai di Cook, creduti dèi dagli indigeni delle Sandwich e perciò fatti a pezzi non appena non furono all’altezza di quanto ci si aspettava incarnassero; così come gli ammutinati del Bounty, che a Pitcairn videro quanto il sogno di pace possa facilmente trasformarsi nella follia dell’incubo.

Da una prateria si può sempre uscire, ma nel mare gelido di iceberg, o in quello lontano da tutte le rotte, al di là della barriera di corallo, si affoga in pochi istanti. Niente al mondo è tanto ambiguo come un’isola, al contempo rifugio e prigione, aspirazione di libertà e costrizione insopportabile. Scrive Judith Schalansky nel suo Atlante delle isole remote, che forse il paradiso è un’isola: di sicuro lo è l’inferno.

Cinquanta ne descrive l’autrice in questo raffinatissimo volume illustrato con disegni, tutte reali, “dove non sono mai stata e mai andrò”; e l’ambiguità di queste minuscole croste emerse sperdute negli oceani si riflette nell’affascinante esposizione. Ogni coppia di pagine si apre a destra con l’immagine grafica colorata in filigrana della carta nautica su cui galleggia l’isola; a sinistra, altre piccole immagini in alto ne tracciano la posizione sul mappamondo con alcune date significative, spesso lontane secoli; infine, al centro pagina, si distende di volta in volta il racconto. Per narrarne di ognuna stralci di storia ed episodi impensabili, tutti rigorosamente veri, la scrittrice si avventura in uno stile incantato, quasi borghesiano, dove la vicenda e la cronaca si smarriscono come le bottiglie coi messaggi vanamente lanciati fra le onde. La realtà supera sempre la fantasia, così incontriamo drammi, violenze, solitudini, scoperte, tesori, amori, naufragi, battaglie, pazzie, desolazioni, spettacoli grandiosi e forse inutili della natura. Ogni storia d’ogni pagina riserva sorprese eccitanti, spesso malinconiche, a volte soltanto il nulla di scogliere disabitate, talmente lontane dalla geografia umana da essere dimenticate dagli atlanti, riperdute per sempre non appena trovate per caso sotto la nebbia d’una mattina. Pochi libri fanno sognare come questo.

Atlante delle isole remote, di Judith Schalansky, Bompiani, 2013, pp. 144, euro 21,50