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Niente futuro senza passato

Generazione ’60: il piatto forte della Biennale di Venezia 2015. Contenuti, letture e poca tecnologia è “All The World’s Futures”


di Barbara Pietrasanta

La Mostra della Biennale edizione 2015 merita un metodo di visione nonché una chiave di lettura data l’immensità, non tanto in fatto di estensione ma in fatto di contenuti.

Sì, dopo tanto tempo mi sembra che si ritorni a parlare proprio di contenuti che per anni si erano offuscati dietro a effetti speciali ed effimere visioni.

Il tema “All The World’s Futures“, ambizioso e al tempo stesso visionario, ha stimolato ricerche nelle più diverse direzioni, da un lato il recupero del passato in quanto storia e matrice dell’oggi, dall’altro il futuro liquido, impalpabile, fatto di molteplici aspetti che non soccombono più alla tecnologia docet, ma la assoggettano a sé quale semplice strumento di fruizione come tanti.

Alcune cose saltano all’occhio: prima fra tutte la preponderante presenza della generazione nata negli anni sessanta che fino ad ora si era trovata nel luogo sbagliato al momento sbagliato, troppo giovane per essere storicizzata e troppo vecchia per l’onda del giovanissimo imperante. Generazione, però, che ha maturato, proprio per il suo vissuto, una grande capacità critica che qui appare come chiave di lettura del presente. Il messaggio chiaro è “non c’è futuro senza passato” e questo è il fil rouge che guida i progetti in visione dai linguaggi espressivi molteplici senza più preponderanza mediatica di uno sull’altro.

Tutto insieme appassionatamente: video, dipinti, oggetti, materiali, sculture, ma anche azioni, testi, suoni per un coinvolgimento attivo e partecipativo del pubblico. Lo conferma l’opera di Adrian Piper, vincitrice del Leone d’oro di questa edizione con una performance interattiva in cui, in un ambiente aziendale simulato, i visitatori possono firmare dichiarazioni di responsabilità morale del tipo “Farò sempre ciò che dico” oppure “ Sarò sempre troppo cara per essere comprata”.

Inoltre, c’è anche un ritorno alla narrazione, forse più allo storytelling, che conduce lo spettatore in ambienti e percorsi.

E proprio collegandomi a questo ultimo aspetto, vista la numerosa partecipazione degli artisti e l’accostamento stipato delle opere nelle sale, vorrei segnalare quelle che per me meritano una visione più attenta.

Tra le prime che appaiono all’Arsenale, quella dell’artista cinese Quio Zhijie con il suo “Jing Ling Chronicle Theatre Project” che mischia dipinti a china su tela imbibiti di tradizione cinese fusi a oggetti trasformati nella funzione, baldacchini, lanterne, sgabelli, utensili ma anche schermi e suoni, quasi un’opera totale in cui il ruotare di alcuni meccanismi si collega alla circolarità del tempo cinese. Proseguendo lungo le Corderie non sfuggono le inquietanti seghe elettriche di Barbara Bonvicini, alla sua seconda Biennale, che aprono a una successione di opere seriali, ripetitive, quasi ossessive.

Il bianco e il nero domina la scena nelle grandi sale infilate a cannocchiale, fino alla stanza di Katharina Grosse dove un’esplosione di colore invade letteralmente gli occhi e le narici, tra polveri, puzza di orina di gatto e tele colorate dall’effetto un po’ kitsch. Ogni tanto, buttando l’occhio in giro sulle opere sparse, ci si accorge che intorno non manca nulla: qualche ruberia dal design, con la georgiana Thea Djordjdze, un patinato collezionismo nelle teche di oggetti e libri d’artista stile cartoleria di lusso del cubano Ricardo Brey, una strizzatina d’occhio al sociale nei teli scarabocchiati sui banchi di scuola dai bambini di 35 scuole di 20 Paesi del mondo, raccolti nel progetto “Frequences” di Oscar Muriglio, un po’ di pittura con i dipinti neo simbolisti dell’inglese Chris Ofili.

Talvolta si fa capolino, quasi un rifugio, davanti a qualche video, e ce ne sono molti per cui vale la sosta. Bello e poetico quello del cileno Christian Boltanski, “Animitas”, con l’installazione di 850 campanelle giapponesi al vento, da non perdere “NoNoseKnows” l’ultima bizzarra produzione dell’argentina Mika Rottenberg (io questo video l’ho visto ben tre volte) svolto in una fabbrica cinese di perle che svela metaforicamente il mondo e la sua relazione con i sistemi di produzione visti come sfruttamento di genere.

Blocca letteralmente lo spazio il progetto di Marco Fusi a favore dell’Archivio Primo Moroni di Milano, sito in un centro sociale autogestito, con un enorme  bancale di copie dell’antologia fai-da-te “ From the Horde to the Bee” con scritti militanti. In cambio di una copia della pubblicazione si lasciano sul tavolo 10 euro.

Un piacevole stacco si ha ammirando i dipinti dell’americana Lorna Simpson con grandi figure femminili in slip su tele nere accostate alle colonne di stracci colorati della brasiliana Sonia Gones, e la circolare stanza che lascia letteralmente a bocca aperta con i grandi corpi capovolti di Georg Baselitz, grande maestro tedesco che ha recuperato il linguaggio espressionista per restituire alla forma umana il ruolo centrale nella pittura. Finalmente la forza della pittura, senza maschere né compromessi.

E, mentre in tutto questo bombardamento di media ci si chiede che fine abbia fatto la tecnologia, si approda alla spettacolare onda sospesa dell’artista turco Kutlug Ataman, composta da diecimila pannelli a cristalli liquidi, in realtà schermi di cellulari, ciascuno dei quali contiene una fototessera di una persona che si è vista cambiare la vita dalle buone azioni del magnate Sakip Sabanci, amico dell’artista. Qui la mostra finisce e continua ai Giardini e, nel lembo di terra che congiunge i due luoghi passando per il Giardino delle Vergini, è impossibile non sognare di volare sulle ali delle due immense Fenici, figure mitologiche cinesi, realizzate dall’artista di Pechino Xu Bing con ingranaggi e detriti edilizi e adagiate sull’acqua.

Nel Padiglione Centrale, cuore che batte tra i piccoli nuclei dei padiglioni delle varie nazioni, si ritrovano altri lavori degli artisti presenti all’Arsenale insieme a delle chicche singolari come i lavori di Fabio Mauri, scomparso nel 2009, il “Muro occidentale” e l’installazione omaggio al suo amico d’infanzia, Pier Paolo Pasolini, qui la sua denuncia sociale, da sempre trattata, si accosta a quella del suo dolore privato.

E, girando a spirale tra gli altri artisti presenti, voglio segnalare le tele del pittore giapponese Tetsuya Ishida, dipinte negli anni ’90, con personaggi in circostanze insolite, dalle grandi teste in stato di trance, i delicati dipinti di Elen Gallagher con colti riferimenti letterari, l’albero morto di Robert Smithson predecessore della land art e precocemente scomparso negli anni ’70 e, per finire, un ospite d’onore: Karl Marx, con la sua grande opera “Das Kapital”, messa in scena anche con letture programmate in un vellutato teatro rosso.

Sarà la chiave per una lettura critica del valore e del plusvalore dell’arte nell’era immateriale?