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Armenity a Venezia

Nel padiglione dell’Armenia alla Biennale di Venezia, un collettivo di artisti racconta l’epoca della diaspora d’inizio Novecento

Nel padiglione dell’Armenia alla Biennale di Venezia, un collettivo di artisti racconta l’epoca della diaspora

di Valeria Delvecchio

Resilienza è una delle parole che, in questo determinato periodo storico-sociale, sembra essere entrata in pianta stabile nel vocabolario corrente. Se ne abusa talvolta senza capirne il vero significato o si associa a persone, contesti, comunità in modo poco consono. Questo mi ha spinto a documentarmi sul termine stesso scoprendo che in psicologia la resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà. È la capacità di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza perdere la propria umanità. Per intenderci, le persone resilienti sono coloro che immerse in circostanze avverse riescono, nonostante tutto e talvolta contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e perfino a raggiungere mete importanti. Così riassumono Wikipedia e qualche manuale di psicologia che ho consultato. Devi essere quindi una sorta di santo, una forza della natura, un essere speciale. Perché, obiettivamente, quanti possono dirsi realmente resilienti? Quanti davvero riuscirebbero a reagire in maniera proattiva a un evento che sconvolge il proprio equilibrio psichico? Mi vengono in mente due o tre nomi al massimo. E tra questi un collettivo di artisti contemporanei della diaspora armena.

Avere come eredità storica un genocidio (non deportazioni e trasferimenti come insinuano alcuni, ma un vero e proprio olocausto avvenuto nel 1915) tra l’altro negato, dimenticato e tumulato nella memoria e coscienza dei più, ha delle terribili ripercussioni sulle generazioni future. Qualcosa che difficilmente si riesce a comprendere, come prova la pièce La bestia sulla Luna, dramma in due atti di Richard Kalinosky diretto da Michael Rodgers che intende far capire agli spettatori che cosa significhi ricomporre un “ordine frantumato dall’abominio, dalla tragedia, dalla violenza”. Che cosa voglia dire convivere perennemente con un dolore indicibile e meschino che si propaga come un virus da generazione a generazione. Io non lo so, ma ho imparato che si può limitare la vulnerabilità della popolazioni emarginate. Che rispettare e incontrare l’altrui sofferenza restituisce la speranza e l’appartenenza e soprattutto “contesti di riconoscimento”. Questa è la lezione che mi è inconsapevolmente arrivata da Armenity, in occasione della commemorazione del centenario del genocidio armeno

Armenity è un progetto che si interroga sul concetto di identità armena contemporanea come risultato delle connessioni storiche che hanno caratterizzato la cultura armena attraverso i millenni, dalle terre dell’Anatolia al Caucaso e attraverso le successive tappe della diaspora. La ricchezza della mostra – espressa attraverso la diversità della creatività, della narrazione e della visione di ciascun artista e intellettuale coinvolto – è la diretta riflessione di un processo continuo di preservazione e arricchimento che ha permesso alla cultura armena di essere integrata ma non assimilata, a dispetto di ogni avversità storica.

Il padiglione nazionale di Armenia, all’interno della 56a Esposizione internazionale d’arte La biennale di Venezia, raccoglie 18 artisti significativi a livello internazionale e di generazioni differenti, un insieme “transnazionale” sotto l’insegna di un’identità frammentata e si trova sull’isola di San Lazzaro, dove nel 1717 il monaco armeno Mekhitar fondò l’ordine mechitarista che nei suoi trecento anni di storia ha aiutato a preservare l’eredità culturale unica dell’Armenia, che sarebbe altrimenti andata perduta.

Armenity è in toto un esempio di resilienza. Di rinascita. Di comunione, dialogo e ritorno alla nostra umanità. A un’identità storica e culturale. A un popolo che vuole solo sentirsi tale.

Monastero Mechitarista
Isola di San Lazzaro degli Armeni, Venezia

Date: fino al 18 ottobre 2015
Orari di apertura: Lunedi – Domenica dale ore 13 alle 17.30, e su appuntamento
Come raggiungere l’isola di San Lazzaro
Vaporetto speciale ACTV fino al 30 giugno Partenza dai Giardini per San Lazzaro
(10′) ogni 30′ dalle 13 alle 17. Ritorno ogni 30′
Vaporetto ACTV n. 20 dal 6 maggio al 18 ottobre Partenza da San Zaccaria per San Lazzaro
(15′) alle 13.10, 14.30 e 15.10. Ritorno 15.25, 16.45, 17.25

Biglietti
Ingresso San Lazzaro + mostra: 6 €
Ingresso San Lazzaro + mostra (possessori del biglietto della 56. Esposizione Internazionale d’Arte – la Biennale di Venezia): 3 €