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Cuba subito

Finito l’embargo degli Stati Uniti, firmati gli accordi tra Obama e Castro, è bene affrettarsi se si vuole vedere la Cuba mitica

Firmati gli accordi tra Obama e il fratello di Fidel e finito l’embargo, è bene affrettarsi se si vuole vedere la mitica Cuba prima che cambi

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di Claudio Agostoni

Primavera 2015. Sono giorni in cui si stanno scrivendo pagine che entreranno nei libri di storia di Cuba. Un buon periodo per un viaggio ‘dentro’ l’isola, cercando di carpire gli umori dei suoi abitanti. Un viaggio in macchina, anche se è risaputo che da queste parti le macchine sono reperti d’antiquariato. Ogni motore è un’enciclopedia del reale, il risultato di tecniche che si mescolano con antiche tecnologie. Chi avrebbe mai pensato che una Chevrolet sarebbe durata più di 55 anni?  E che avrebbe resistito a ricambi fatti di tubi e pezzi di aspirapolvere? Per non correre rischi oltre ad affittare una macchina mi regalo un autista. La benzina costa quasi come in Italia e le strade, tendenzialmente, sono buone. La prima tappa è Remedios, un nome che evoca afrori che rimandano a Gabriel Garcia Marquez. La Remedios cubana è una placida cittadina  a poco più di mezz’ora da Santa Clara. Il mohito migliore lo fanno da El Louvre, un locale attivo in città dal 1866. È sotto un porticato sorretto da colonne in ghisa dipinte di azzurro. Le pareti esterne sono dipinte di rosa. El Louvre è una carta moschicida che cattura decine di avventori, che degustano infinite lattine di Cristal. È una delle due birre made in Cuba, l’altra è la Bucanera, dal sapore più marcato. A pochi metri c’è la chiesa parrocchiale di San Juan Baptista de Remedios. Un altare dorato, un soffitto in mogano e il pezzo forte locale: una statua con un’immacolata Conception raffigurata gravida. Se chiedi ti spiegano con orgoglio che è l’unica scultura della Vergine in cinta di Cuba. Remedios è uno degli insediamenti coloniali più vecchi dell’isola. Non ha un marketing come quello di Trinidad, e quindi è fuori dagli itinerari turistici classici. Chi finisce qui si trova immerso in un’autenticità priva di abbellimenti. Case coloniali tinteggiate color pastello si sgretolano al sole. Alcune presentano stucchi che rimandano a glorie passate. Tutte hanno la porta che si apre sull’interno, dove in bella vista c’è una sedia a dondolo. Il barbiere di Remedios mi mostra con orgoglio la sedia su cui fa sdraiare i suoi clienti: è made in St. Louis (Missouri) ed è vecchia di 100 anni. Anno più, anno meno, vanno per i cento anche le piastrelle del locale dove si gioca a scacchi. Una grande passione dei cubani. Come sono queste piastrelle? Ovviamente a scacchi, bianche e nere.

A meno di un’ora di macchina da Remedios c’è uno dei più importanti progetti di sviluppo edilizio di tutta Cuba. Interessa le cosiddette Cayerìas del Norte: una manciata di isolette, piatte come un’omelette. L’arrivo è segnalato dalla presenza di un piccolo aeroporto, alle cui spalle si intravedono delle gru. Lo sfruttamento dello spazio naturale sembra di vasta portata. La cosa non può non sconcertare, visto che la località confina con la riserva della Biosfera dell’Unesco di Buenavista. I cayos erano ancora terra selvaggia infestata da zanzare quando nel 1998 è stato costruito il primo hotel: Villa las brujas. Diciassette anni dopo ampi scampoli dei cayos sono foderati di lussuosi resort. Per il futuro si parla di raddoppiare la capienza ricettiva: passando dalle odierne 5000 a 10.000 camere d’hotel. Conviene venirci prima che faccia la fine di Varadero. Oggi è ancora un angolo di paradiso. A fatica trovo un passaggio tra le mangrovie: un piccolo sentiero che mi porta sulla spiaggia. Km di sabbia alla mia destra. Altrettanti a sinistra, dove in lontananza si intravede una gru. Mi incammino sulla spiaggia chilometrica, con i piedi a mollo nella risacca. Dopo aver proseguito per trenta minuti arrivo in una piccola baia dove una dozzina di cormorani volano a una decina di metri d’altezza, per poi lanciarsi in picchiata in acqua, dopo aver avvistato un pesce. Mi sembra una buona compagnia per un bagno. Mi tuffo anch’io. Anche se non ho avvistato alcun pesce…

Tre ore abbondanti di macchina attraversando paesini vivaci e percorrendo strade sul cui asfalto è steso a seccare il riso, e sono a Camaguey. Né oriente, né occidente: Camaguey ha sempre voluto far di testa sua. È la più grande provincia dell’isola: per lo più piatta come una tavola, una sinfonia pastorale di bestiame al pascolo e sciatte città dello zucchero e, nella parte meridionale, catene di colline non molto alte ma deliziose. Il suo centro storico è Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Sontuose chiese, raccordate da un contorto labirinto di strade, concepito per disorientare i pirati predatori. È la città natale del Poeta Nazionale di Cuba, Nicolás Guillén, e sede del Balletto de Camagüey, rinomato in tutto il mondo. Intriganti studios di artisti, come quello di Ileana Sànchez, una pittrice che ama i gatti e alla sua città ha regalato una serie di murales chiaramente con protagonisti i felini domestici. Piazze lastricate di ciottoli, statue storiche e numerosi vasi di terracotta, i “tinajones”. Oggi usati a scopo ornamentale, un tempo servivano per raccogliere l’acqua piovana necessaria per affrontare i periodi di siccità. Per scoprire Camaguey l’ideale è affittare un bici-taxi e spendere un paio d’ore a zonzo tra i monumenti. Tappa tassativa al Mercado Agropecuario Hatibonico, famoso per i tipici pregones, i richiami cantilenanti, talvolta comici, con cui i venditori offrono le loro merci. Obbligatoria una sosta alle bancarelle degli erberos, che offrono erbe medicinali, pozioni ed elisir dalla formula segreta. Se la visita al mercato ha stuzzicato l’appetito per cena la dritta è prenotare un tavolo al Restaurante 1800. A questo locale coloniale, che si affaccia su Plaza San Juan de Dios, non manca nulla, come dimostra la sua maestosa facciata. Entrate, fateci un giro, un paio di foto e poi uscite e prendete posto in uno dei tavolini all’aperto. A vostra disposizione, oltre alla piazza più affascinante di Camaguey, c’è un sontuoso buffet. Assaggiare l’insalata di polpo: indimenticabile. Non eccedete con i cocktail, perché prima di andare a dormire dovete gustare il miglior daiquiri della città. Lo servono al rooftop bar del Grand Hotel, un albergo che sembra essere rimasto nell’anno in cui fu costruito: il 1939. Per arrivarci percorrete tutta Calle Maceo, il corso Buenos Aires locale. Per salire sul tetto dell’hotel c’è un ascensore d’epoca. Con tanto di fattorino e cancelletto vecchio stile. Arrivati in cima vi aspetta una strepitosa vista by night. Un cameriere raccoglie le ordinazioni e un barman gigantesco scekera i vostri desideri. Il risultato è un daiquiri frozen da favola…Uno stereo diffonde le note di un celebre bolero. Da qualche parte ho letto che il turismo è un modo per andare in giro per il mondo ad accumulare i ricordi. Quello di questa sera a Camaguey, complice il daiquiri e il bolero, è di quelli indelebili…

Lasciata Camaguey, dopo aver superato Bayamo, si percorre uno dei tratti più intriganti del coast to coast che collega l’Occidente cubano con l’Oriente. L’Avana con Santiago. Ci si arrampica su dolci colline arredate da una bulimica flora tropicale. A un certo punto, in mezzo a questo oceano verde, ai lati della strada compaiono, sempre più frequenti, delle bancarelle che vendono ghirlande di fiori gialli. Un cartello stradale spiega l’arcano: Basilica de Nuestra Señora del Cobra km 2. La Vergine della Carità del Rame, familiarmente detta Cachita, è l’icona più venerata dai cubani. Si tratta di una statuetta della Vergine Maria con il Bambino in braccio e la luna sotto i piedi, ammantata di giallo, che sarebbe apparsa miracolosamente nella Baia di Nipe a tre raccoglitori di sale agli inizi del 1600. Più prosaicamente gli storici laici raccontano che è  l’opera di un artigiano spagnolo di fine XVI° secolo. A prescindere dalla sua genesi, per i cubani questa Vergine è un importante simbolo patriottico. È davanti a questa statuetta, infatti, che è stato letto, il 19 maggio 1801, il decreto regio che concedeva la libertà agli schiavi che lavoravano nelle miniere di rame di El Cobre. E’ lì che nel 1868, durante la guerra di indipendenza, i ribelli separatisti – i “mambis” – si sono affidati alla Vergine “mambisa” affinché concedesse loro la vittoria contro le forze spagnole. Antonio Maceo, nel corso della sua vittoriosa campagna per liberare la parte occidentale dell’isola, arrivò addirittura ad indossare lo scapolare della Vergine della Carità. Negli anni ’50 molti nazionalisti cubani portarono con sé l’immagine della Virgen quando si unirono a Fidel Castro e a ‘Che’ Guevara sui monti della Sierra Maestra, per lottare contro il dittatore Fulgencio Batista. E nel 1957 Lina Ruz, madre dei fratelli Fidel e Raul Castro (allora impegnati a combattere sulla Sierra Maestra), lasciò ai piedi della vergine la statuetta di un piccolo guerrigliero affinchè la Madonna proteggesse i suoi due figli. E’ sempre a questa Vergine che Ernest Hemingway (anche per fare un dispetto a Batista) decise di donare la medaglia da 23 carati vinta quando gli consegnarono il premio nobel per la letteratura nel 1954. E recentemente la blogger cubana dissidente Yoani Sanchez le ha donato il premio giornalistico Ortega y Gasset, da lei vinto. La Virgen de la Carid è anche un riferimento per i cultori della Santeria, la più importante religione di origine africana figlia degli schiavi originari di quel continente. Mescolatasi sincreticamente con il cattolicesimo, oggi è praticata da un gran numero di fedeli al punto di essersi convertita in una rilevante componente culturale dell’identità nazionale cubana. Cachita, nei culti sincretici della Santeria, è associata alla bella orisha Ochun, dea yoruba dell’amore e della danza, simbolo religioso molto amato dalle donne di Cuba. Ochun ama gli specchi, il miele, le penne di pavone e il numero cinque. Ma soprattutto il colore giallo e questo spiega perché molti fedeli che incontro nel santuario sono vestiti interamente di giallo o indossano almeno un capo di questo colore. Piuttosto che niente una maglietta da calcio della nazionale brasiliana.

Santiago è una città nera. I discendenti degli schiavi africani qui sono molto più numerosi che nel resto di Cuba. Una città contaminata quanto riesce a esserlo una città portuale, un continuo incrocio di razze e suoni. L’esplorazione di Santiago non può iniziare che nel Museo del Carnaval, in calle Heredia. E’ la strada più sensuale della città, nonché una delle più antiche. Il carnevale solitamente viene festeggiato nelle ultime due settimane di luglio e se capitate a Santiago in un altro periodo dell’anno questo museo può dare una piccola idea di cosa succeda nelle strade di Santiago in quei giorni. Impazzano le congas, i cortei carnevaleschi che prendono il nome dagli enormi tamburi africani che accompagnano il passaggio delle numerose comparsas, i gruppi di musicisti, ballerine e figuranti che, danzando ininterrottamente, avanzano per le strade. Imperversano i munacones, maschere vestite di cartapesta che personificano antiche divinità africane o pantomime del passato e del presente. Parate di carri con le regine del Carnevale, palchi sparsi per la città, musica per tutta la notte. La visita al museo si chiude con uno spettacolo di rumba, un po’ turistico: ma è un’utile infarinata per chi è ai primi rudimenti sull’Africa a Cuba. Uscendo per strada ci si ritrova in calle Heredia, dove ti aspetta un combo della terza età che quando capisce che sei italiano improvvisa un De Andrè in salsa cubana. Qui i taxi sono sostituiti dalle moto. Le strade sembrano più adatte a cavalli e pedoni, che non alle macchine che invece, per colpa della loro vetusta età, sputano senza pietà un inquietante fumo nero.  Nonostante le polveri neanche tanto sottili, rimanere in calle Heredia ha il suo perché. In poche decine di metri c’è una scuola di danza dove provare vergogna per quanto la vostra elasticità sia simile a quella di un palo della luce. La mitica Libreria La Escalera dove trovare copie storiche del Gramma e libri usati che potrebbero essere stati sfogliati da qualche misconosciuto barbudos. Le possenti colonne neoelleniche del Museo Municipal Emilio Bacardi Moreu e gli spartani studios di artisti di ogni età e scuola pittorica. Ovviamente c’è anche una Casa della Trova, ed è una sorta di santuario della musica tradizionale santiaguera. Nel pomeriggio si suona al piano terra, mentre la sera si sale al primo piano dove si può ballare anche su balconi che ricordano il quartiere francese di New Orleans. Qui l’atmosfera è decisamente caliente. Nonostante qualche patetico settantenne abbracciato a splendide bellezze locali e a qualche signora attempata che si fa corteggiare senza ritegno da giovanotti dai muscoli torniti, la Casa della Trova regala emozioni. Merito della musica, densa come melassa, zuccherosa come un pan di mandorla, forte come un rum lungamente invecchiato…