DESTINATIONS

Sola nel Deserto Rosso

Di come una bellezza a cui si può credere solo vedendola, scolpisce le sensazioni del viaggiatore. Viaggio nell’Outback australiano

di Sara Magro

Capitolo I: La montagna sacra
Non starò qui a raccontare tutte le leggende di Uluru che ho sentito. Sono come la Genesi e le favole di Fedro, ma vanno ascoltate sul posto, con i segni che le hanno ispirate sotto gli occhi. Grammy, la guida naturalista dell’hotel Longitude 131, le ripete tutti i giorni ai suoi gruppi.

Ayers Rock, o Uluru con il nome indigeno, insomma l’immensa roccia di sabbia rossa, sacra al popolo degli Anangu, pulsa energia solo a guardarla. Improvvisamente si impenna per oltre 300 metri da un deserto piatto e infinito all’orizzonte. Per forza è un posto magico: impossibile non interrogarsi sulla sua formazione; impossibile non associarla a un’energia primordiale, alla Creazione. Un grande pubblico di ammiratori si sveglia presto al mattino e sciama ai suoi piedi per vedere l’immensa mole illuminarsi con l’alba. Ha un che di rituale questo raduno che si verifica ogni singolo giorno del calendario. Foss’anche per tutto quello passaggio silenzioso e ammirato di persone, l’energia si palpa, si sente addosso. In alcuni punti non si può fotografare, perché gli aborigeni non gradiscono, e per tutelarlo fanno firmare un protocollo con i vincoli. Non gradiscono nemmeno che si scali o che si faccia il pic nic. D’altra parte, chi proverebbe a fare un barbecue in piazza San Pietro? Di questo luogo, come ogni luogo sacro, bisogna avere rispetto, non buttare a terra nemmeno un torsolo di mela, né portare via un suo sasso. Per questo è ancora meraviglioso nonostante i quasi cinquecentomila turisti all’anno. È uno dei rari luoghi che meritano tutte le 24 ore di volo e i due giorni di viaggio da casa. Una mattina si va ad Uluru la successiva si va a Kata-Tjuta, l’altra montagna improvvisa del parco nazionale, stavolta un conglomerato di sabbia e sassi che si svolge in cupole rosse una di fianco all’altra. Gli Anangu ci vanno ancora per i rituali di iniziazione dei fanciulli. Ma non li vedrete mai. Gli aborigeni sono riservati, non amano mettersi in mostra e preferiscono comunicare attraverso le loro arti e la loro cultura. Non amano mescolarsi con lo scenario turistico dell’Ayers Rock Resort, che pure procura loro denaro e offre un palco per trasmettere le loro tradizioni, con dimostrazioni di pittura, didgeridoo, lancio del boomerang, danza. Ayers Rock un’attrazione da milioni di dollari all’anno, e il suo valore comprende la sua storia e il suo popolo. Agli aborigeni vanno i soldi del biglietto d’ingresso al parco (25 Aus$), e dei manufatti in vendita al centro culturale, dove in pochi sintetici pannelli e in uno straordinario documentario si racconta come vivono e come è stato duro, a volte massacrante, a volte straordinariamente umano l’incontro con i “nuovi australiani”. Il loro arrivo ha sconvolto millenni di storia e migliaia di vite. Ma qui si è giunti a qualche ragionevole compromesso, per cui lo show del folclore indigeno è almeno parzialmente risparmiato ai visitatori e ci sono occasioni più soddisfacenti per conoscerne la cultura, come comprarsi una ciotola di legno, un serpente intagliato da un ramo contorto, o una pittura a puntini colorati. Sono oggetti bellissimi, che esprimono le doti di un popolo altrimenti difficile da decifrare. O meglio, ci vorrebbe molto più tempo dei due giorni solitamente dedicati al posto.

Capitolo II: Incontri
Dal Longitude 131 (http://longitude131.com.au) siamo partiti in tre: Grammy, la guida, Mimi e io. Mimi è una signora belga sorridente. Quei sorrisi di chi si è riconciliato con il mondo dopo aver molto sofferto. Dopo poche parole, mi svela che la ragione della sua gioia: pratica l’aurasoma, una disciplina che non ho mai nemmeno sentito nominare. Mimi racconta come l’ha scoperta, dei suoi corsi di aggiornamento, dei benefici delle cento e passa bottigliette colorate con cui ci si curano disagi e disordini personali, di quante ore e quanti soldi ha speso in un negozio esoterico di Sydney. Domanda di rito: è in viaggio da sola? No, dice: Sono qui con i miei vicini di casa. Solo che i suoi vicini di casa sono, come lei, gli abitanti di The World Residences at the Sea, una nave che invece delle cabine è divisa in appartamenti di proprietà. In pratica un immenso condominio galleggiante in giro per il mondo. Ovunque approdi, i proprietari possono scendere, visitare i posti, e poi tornare a casa! Mimi ha una casa sull’undicesimo ponte per sei mesi all’anno.

Grammy, giustamente, chiede un break per raccontare qualcosa di Uluru, visto che siamo lì. E finalmente prende la parola.

In un solo giorno al Longitude, ho incontrato una belga miliardaria e new age, due nomadi veri e due ex grandi chef in pensione. Uno dei nomadi è proprio Grammy, la guida naturalistica. Avrà sessant’anni, non ha casa, possiede solo un’auto che gli permette di spostarsi da un posto all’altro. Quello è il suo ultimo giorno al Longitude. L’indomani parte per Cangaroo Island, ma non sa quanto si fermerà. Forse per la stagione turistica, ma chi può dirlo. Non ha casa, e come indirizzo usa quello dei suoi genitori. Lo stesso è per Sherry, blogger della categoria “nomadic traveler” (http://www.ottsworld.com/). Sette anni fa ha lasciato lavoro, casa, auto negli States e si è messa a vagabondare per il mondo, raccontando le sue avventure. Ha solo un piccolo storage a New York, per i cambi stagione. Per il resto tutto nello zaino, sempre sulle spalle. Ogni sera alla stessa ora, indipendentemente dal fuso in cui si trova, scrive per i suoi follower un post con le avventure della giornata appena trascorsa.

È bello viaggiare da soli, perché ai momenti di raccoglimento e pensiero si alternano incontri inattesi. Come con i due chef, capostipiti della nouvelle vague gourmand che è esplosa in Australia. Adesso il paese ha tutte le carte in regola per proporsi anche come food destination, ed è già al quinto posto nelle classifiche mondiali. Se ciò è stato possibile, è anche grazie a Damien Pignolet e Janni Kyritsis, due autentiche star del settore, ora in pensione ma ancora famosissimi, il primo propietario di 9 ristoranti di successo, il secondo titolare della cucina del Garage di Sydney, unanimamente ricordato come uno degli indirizzi migliori di tutto il Paese. Ricordavano i tempi d’oro, quando nel menu erano elencate Maserati e grosse cilindrate che si potevano ordinare esattamente come i piatti di ispirazione greca. Solo il conto era un bel po’ più salato! E parlavano di quando ordinavano dall’Italia la miglior pasta, il miglior riso, la miglior salsa di pomodoro, il miglior caffè. Tutto di produttori mai sentiti nominare prima. Ridevano come matti, perché intuivano dalla mia espressione che il top per l’esportazione non ha gli stessi parametri dei prodotti per il consumo interno. Sempre ridendo Janni racconta che lo scorso anno ha ricevuto da Barilla un container di prodotti gratuiti. Volevano farsi perdonare per le dichiarazioni anti-gay, e salvaguardare clienti come lo chef greco, che aveva appena perso il suo compagno di una vita. «Sai cosa ho fatto? Ho preparato cene per tutti per un mese!»

Alla visita al centro culturale aborigeno, all’aperitivo davanti Ayers Rock, alla cena sotto le stelle c’era anche una giovane signora sulla sedia a rotelle, col cappello e i guanti sempre addosso. Tossiva fino a sputare l’anima, e la madre anziano e il fratello l’assistevano amorevolmente. È una triste storia. Lei, prof di Melbourne, era malata terminale di tumore. Ma prima di morire aveva espresso il desiderio di passare qualche giorno nel deserto rosso, di vedere Uluru, la montagna magica che non poteva restituirle la salute, ma la gioia di una visione onirica da conservare come ultima immagine.

Capitolo III: Kings Canyon
Sulla carta sembra vicino. Sempre deserto è, sempre Red Centre, sempre Northern Territory (http://www.australiasoutback.it/). Per arrivare a Kings Canyon ci vogliono otto ore di bus! Otto ore senza “nessun servizio” sul telefonino, attraverso un paesaggio brullo di terra rossa e cespugli crespi, e solo qualche rara stazione di sosta per far rifornimento di gasolio e bevande. Tipo il Far West.

Kings Canyon è una catena di montagne con orridi che la spaccano e il percorso del fiume in fondo. Lo scenario è struggente, desolato, selvaggio. Ci sono una stazione di servizio (Kings Creek Station) e due alberghi. Oddio, alberghi non è proprio il termine giusto. Uno è un resort, il classicone per turisti, l’altro è un lodge con dieci tende. Niente a che vedere con il concetto di lusso, ma un posto così non si dimentica facilmente. L’accoglienza al Wilderness Lodge (www.aptouring.com.au/travel-styles/Wilderness-Lodges/Northern-Territory) è aussie-style, un concetto di informalità peculiarmente australiano che si apprezza subito. Want a coke? Then I’ll show you your room. La camera è una tenda spartana con un terrazzino di legno, dal quale consigliano di non scendere, per evitare incontri ravvicinati con serpenti e dingo. La sera li senti ululare e, nel buio e silenzio assoluti, qualche brivido lo danno.

Per cena, spezzatino di canguro e insalata, davvero ben preparati. Il falò scoppietta, affumica, illumina, riscalda. Il clima della tavolata, con gli altri ospiti del lodge è conviviale. Chi è già andato, racconta del trekking nel canyon. Tre ore di cammino dolce, e viste maestose: a perdita d’occhio, solo natura, oasi verdi, piante sconosciute, minuscoli laghetti con palme giganti, e poi roccia, roccia rossa, stratificata, spaccata, solo roccia. La stessa che si vede per chilometri e chilometri sorvolando la zona in elicottero. Solo così si può capire la grandiosità degli spazi liberi, un concetto che visivamente si avvicina all’infinito, dove pascolano mandrie di bovini e cammelli (l’Australia, in particolare il Red Centre, è il posto dove ce ne sono di più al mondo: 2 milioni!).

Capitolo IV: Alice Springs
Altre sei ore di viaggio. Città! Insomma, si fa per dire città. Alice Springs è un paesino con una via centrale, piena di gallerie d’arte e artisti aborigeni, e le sedi della School of the Air e dei Royal Flying Doctor Service, servizi che così strutturati esistono solo in Australia. Perché le case rischiano di essere distanti 300 chilometri dalla scuola o dall’ospedale più vicini! Non si potrà certo pensare di mandare un ragazzino a scuola a quattro cinque ore di viaggio. E nemmeno di affrontare un’emergenza medica andando in auto al primo pronto soccorso. Persino un’appendicite diventerebbe ad alto rischio di mortalità. Per questo sono nati il servizio di scuola pubblica via etere e l’ambulanza aerea. La scuola (http://www.assoa.nt.edu.au/) fu fondata nel 1951 per dare un’istruzione ai bambini che vivevano in zone remote, tra 60 e 600 chilometri dalla città. Si fa lezione via tv e gli studenti vengono dotati di tablet, libri e tutto il materiale che serve per studiare per un valore che va da 5000 a 10000 Aus$ ciascuno. A scuola, fisicamente, si va quattro volte all’anno per una settimana, durante la quale si fanno sport e attività pratiche. Per il resto è tutto uguale, come nelle altre scuole: lezione dalle 8 alle 15, intervallo per la merenda, compiti al pomeriggio con supporto dei genitori, quando possono. Scherzando, ma neanche poi troppo, la preside Belinda Pearson dice che la classe di Alice Springs è la più grande del mondo: 120 allievi in un’aula di un milione e trecento mq, dieci volte l’Inghilterra e tre volte e mezzo la Germania! Gli allievi hanno da 4 a 14 anni e frequentano corsi dalla scuola materna alle medie, con programmi aggiornati che prevedono yoga e canto per piccoli e lezioni di giapponese, mandarino indonesiano per i grandi. Inizialmente la School of the Air sfruttava la radio dei Flying Doctor Service (http://www.flyingdoctor.org.au/) per collegarsi con gli allievi. Il servizio medico era infatti nato qualche anno prima, nel 1928, per merito del reverendo e medico John Flynn. La storia del servizio medico volante è ben raccontata al museo nella stazione radio originale a Alice Springs, dove si vedono i primi aerei, i primi kit e le attrezzature rudimentali e le strumentazioni di ultima generazione. Oggi la flotta di 63 aerei raggiunge qualunque punto del territorio australiano, e se ne può vedere l’operatività su un pannello elettronico che indica in tempo reale chi è in servizio e chi no.

Alice Springs ha 25 mila abitanti, di cui il 20-25% sono aborigeni. Vanno in giro scalzi coi capelli arruffati, abbigliati un po’ come capita, in piccoli gruppi; molti sono sovrappeso alimentandosi fin dal mattino nei fast food a buon mercato con hamburger doppi o tripli e pinte di Coca-Cola. Dai 16 anni in poi molti vivono dei  sussidi statali, e spesso i progetti di integrazione non funzionano, perché non è affatto scontato conciliare realtà molto distanti. La società aborigena è complessa, difficile da decifrare. E l’arte finora si è dimostrata lo strumento più conveniente per mediare la distanza culturale. Il movimento puntinista aborigeno, spesso realizzato nell’ambito di progetti di integrazione, produce autentici capolavori che visti alla fine del viaggio nell’Outback, consentono un’interpretazione dell’universo primordiale che si è attraversato e che è in ciascuno di noi, dove è facile stare da turisti e più difficile pensare a una quotidianità. Molte di queste opere sono commercializzate nelle gallerie di Alice Springs, e gli artisti ci ronzano intorno, entrano, guardano chi è interessato ai loro lavori, se è stato venduto qualcosa. È una modalità inattesa di relazione, ci si sfiora appena, ci si guarda con la coda dell’occhio, poi ognuno va per la sua strada. Ma il contatto c’è stato. La prossima volta sarà senz’altro più facile.

Info sul territorio: www.australiasoutback.it