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Albania oggi

23 anni dopo l’arrivo a Bari della nave Vlora, partita da Durazzo carica di 20.000 migranti, siamo andati a scoprire l’Albania di oggi, un Paese che vuole uscire dalle difficoltà con uno sguardo ammiccante verso l’Europa

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Testo e foto di Andrea Foschi

Dall’oblò vedo le luci a terra diradarsi e in qualche modo affievolirsi. E’ un segno che stiamo sorvolando il Nord dell’Albania? Non ne sono certo, ma dopo dieci minuti il comandante ci avvisa che stiamo scendendo verso Tirana. Un rapido sguardo al  passaporto e poi “benvenuto” mi dice con voce convinta la poliziotta di frontiera.

Jari, amico albanese, mi accompagna verso la sua focus che mi porterà a zonzo per il paese. Subito però una sosta gastronomica prima della partenza per Scutari. A pochi chilometri dall’aeroporto degusto un ottimo pollo arrosto allevato dietro le cucine del ristorante Dardania. Tutto a km molto più che “0”,  con  verdura e frutta dal sapore autentico, quelle che mangiavamo da bambini. Il conto poi è la cosiddetta ciliegina sulla torta. I prezzi in Albania sono circa 1/3 di quelli italiani, benzina, e qualche bene di lusso, a parte.

Attraversiamo inaspettati banchi di nebbia sull’autostrada che porta verso il nord del Paese. Da non credere ogni km c’è una stazione di servizio, si è passati dalle file interminabili davanti ai benzinai, durante il duro regime comunista, all’offerta a dir poco eccessiva di oggi.  Improvvisamente  l’autostrada finisce con una curva a 90 a gradi e ci troviamo con le ruote fuori dall’asfalto; un cartello di preavviso? troppo difficile?

Scutari è una città accogliente sulle rive dell’omonimo lago diviso tra Albania e Montenegro. Mi incammino verso il centro di origine veneziana.  Imbattersi in una imponente moschea in piena Europa mi appare ancora un fatto inusuale. A piedi tra le vie abbellite da edifici appena restaurati incontro l’Albania degli artigiani: il piccolo fruttivendolo, il falegname, il meccanico di bici, la giovane sarta che disegna vestiti alla moda. Mi appare tutto davvero naturale: lavorare e vivere grazie all’uso sapiente delle proprie mani.

In questa città del nord mi segnalano una vera e propria chicca che non perdo: la Fototeka Marubi (si trova in rruga Muhamete Gjollesva). Una mostra permanente di fotografie dall’alto valore etnografico e artistico, scattate in oltre un secolo, dalla famiglia Marubi. Pietro Marubi, piacentino, scappo nel 1856 dall’Italia per ragioni politiche (era un garibaldino) e si trasferì in Albania, dove divenne il più famoso fotografo ritrattista del Paese. Oggi dalle lastre ottocentesco ai negativi degli anni 60 la fototeca conserva un archivio di oltre 100.000 immagini. Quelle esposte, circa un’ottantina,  tutte straordinarie, rendono comunque l’idea dell’Albania, tra ottocento e novecento, e delle sue genti.

Mi segnalano un luogo speciale fuori dalla città. Attraverso il ponte di ferro sul fiume Buna su cui domina la rocca e il castello di Rozafa e mi dirigo verso il Ponte di Mezzo. Un’opera straordinaria costruita dagli ottomani che mi ricorda il ponte di Mostar in Bosnia, celebre purtroppo per le vicende di distruzione e ricostruzione a seguito della guerra nell’ex Juogoslavia. Prima di lasciare questa città del nord, con l’amico Jari incontriamo Mirko. Un ragazzo toscano che ha scelto di lavorare nella cooperazione internazionale. E’  il coordinatore progetti di Celim in Albania, una Ong italiana che da anni realizza importanti progetti per garantire un futuro a molte famiglie e a diverse comunità albanesi attraverso il sostegno e l’avvio di attività produttive in ambito agricolo (valorizzazione dei prodotti locali e accesso al mercato), la formazione professionale e la tutela dell’ambiente (riforestazione, energia rinnovabile). La caduta del regime di Enver Hoxha, una vera e propria liberazione da una della dittature più bieche e repressive della storia dell’umanità, non è stata indolore e solo negli dieci anni il paese sta progressivamente rinascendo.

La crisi alimentare dei primi anni ‘90 fortunatamente non c’è più, ma molto resta da fare: contrastare lo logica delle sviluppo legata solo al settore edile e alle sue speculazioni, tutelare il patrimonio forestale e ambientale, sviluppare un turismo sostenibile, promuovere la produzione artigianale e rilanciare l’agricoltura in una logica di valorizzazione dei prodotti tipici, bio e di qualità. Tutto ciò accompagnato da un necessario rafforzamento della democrazia e dalla crescita della lotta alla corruzione e all’illegalità.

L’Albania, tra mille difficoltà ha però un grosso pregio,  è un modello di dialogo interreligioso che ho potuto constatare di persona. A Scutari, così come in altre città albanesi, a poche decine di metri di distanza incontri la moschea, la chiesa cattolica e quella ortodossa senza percepire alcuna sensazione di tensione. Di contro però, mi dicono, i praticanti e i credenti in generale non sono molti.

Dopo una colazione dove è immancabile una simil feta, formaggio fresco di latte vaccino, è tempo di dirigersi verso Durazzo, il principale porto commerciale del paese, città da dove partirono le prime navi di migranti verso l’Italia. Incastonato tra moderni edifici a pochi metri dal corso principale mi appare l’anfiteatro romano, la più grande struttura di questo genere nei Balcani. Dopo una rapida visita, attraverso il Boulevard Epidamn e arrivo nella piazza principale della città. Qui fervono i lavori di pavimentazione e un rendering ottimistico mi fa vedere cosa sarà a breve di questo luogo che ospita la moschea e il teatro più importante della città.

Le spiagge di Durazzo sono considerate il mare di Tirana: ai turisti d’estate si aggiungono infatti gli abitanti della capitale e i kossovari, che raggiungono queste coste per qualche scampolo di vacanza.

Siamo in coda, io e il buon Jari, dopo un rapido caffè fuori città, in un deserto centro commerciale stile extra lusso, stiamo per entrare a Tirana. Mentre cerchiamo l’albergo lungo le strade mi colpiscono le scarse affissioni pubblicitarie. Non so se interpretare il fatto come un buon o cattivo segno. Tirana è una città disordinata, dove si è costruito senza criterio che cela però angoli molto piacevoli. Il quartiere Block ad esempio. Un tempo inaccessibile, ospitava le residenze e dei burocrati e politici del regime tra le quali la villa del dittatore Hoxha (assai più modesta al dire il vero rispetto alla sfarzosa residenza di Ceausescu a Bucarest) .

La sera l’atmosfera è quella di una città europea con frotte di ragazzi vestiti alla moda che si spostano da un locale all’altro. A piedi dall’albergo mi dirigo verso piazza Skanderbeg, il cuore della città. Un luogo che racchiude alcuni simboli del Paese: il celebre mosaico dedicato alla storia del paese di epoca comunista, edifici del periodo fascista dall’altro alto della piazza e la moschea con la celebre torre dell’orologio di epoca ottomana. Il Museo Storico Nazionale ospita, al mio passaggio, una convention sul lavoro giovanile, ma è pieno di stand di scuole che offrono improbabili corsi di formazione. Anche qui come dai noi i giovani non sanno dove sbattere la testa! A pranzo Jari vuole farmi vedere la città dall’alto. In cima ad un grattacielo c’è lo Sky Club, un bar ristorante girevole. Un po’ retro. ma con il suo fascino. Il sindaco Rama (oggi capo del governo), con un passato di artista, ha deciso di usare la vernice colorata per abbellire alcuni grigi palazzi della città. Dall’alto l’effetto c’è, mi pare un’ottima idea.

Passo troppo poco tempo a Tirana, ci dovrò tornare per visitare gallerie d’arte, musei  e mercati tipici che non mancano.

Sto per concludere il mio tour super rapido nel Paese delle aquile e non posso perdermi una giornata a Berat patrimonio mondiale Unesco. A 2 ore di macchina dalla capitale verso il centro sud  dell’Albania  attraversando un’area rurale costellata dagli immancabili bunker fatti costruire da Hoxha sorge ai lati di un fiume un gioiello dell’architettura ottomana albanese. Moschee, chiese ortodosse e cristiane, viuzze  lastricata i pietra bianca, piccoli musei (da non perdere quello etnografico) edifici rurali in pietra e legno. Questa città, di origine illira, è straordinariamente ben conservata e protetta grazie anche al riconoscimento dell’Unesco.

Dopo una camminata abbastanza impegnativa tra i vicoli della città, decido per una rapida sosta in un caffè assai modesto lungo il fiume Osum. Qui due americani e un inglese (non è l’incipit di una barzelletta) carichi oltre ogni limite di rakia (la deliziosa grappa locale) mi raccontano della loro nuova attività imprenditoriale: hanno deciso di aprire un piccolo ostello nel centro storico. L’inglese di Newcastle, sbiascicando, mi dice  che qui ha trovato molte persone con cui dialogare e fare amicizia: una certa umanità che in Inghilterra non trovava più.

Dopo una colazione ottima (marmellate di fichi fatte in casa e gustosi melograni) all’albergo Osumi, è tempo di ripartire direzione aeroporto di internazionale di Tirana. Addio (per il momento) Albania. Paese per molti ancora misterioso, ricco di stimoli, perfetto per un’esperienza di viaggio inconsueta, sorprendente e anche assolutamente a buon mercato.

Info:

Volo: da Tirana vengono servite 8 città italiane, Milano Malpensa, Bergamo Orio al Serio, Venezia, Verona, Bologna, Genova, Pisa, Roma Fiumicino e Ancona con www.blu-express.com e www.blue-panorama.com; info  tramite call center chiamando dall’Italia lo +39 06 98956666 o con il numero dedicato al mercato albanese +355 44 500130, o presso le migliori agenzie di viaggi.

Attualità: www.albanianews.it

Guida: Tirana e Albania di Benko Jata e Francesco Vietti – Morellini editore, 180 pagine,  euro 12,90

Solidarietà: www.celim.it