DESTINATIONS

Scoprire il Venezuela

Il delta dell’Orinoco e la sua giungla

di Tiziana Leotta

1° Giorno – Caracas

L’aeroporto di Caracas è enorme e un po’ vecchiotto. Impieghiamo circa tre ore per superare il farraginoso sistema di controlli venezuelani, prima di poter respirare il caldo torrido della città a mezzanotte passata. La stanchezza e il fuso orario non ci permettono di valutare con la giusta lucidità la velocità con cui il taxi ci conduce all’hotel dove trascorriamo la notte, o almeno quel poco che ne resta.

L’albergo ostenta un lusso a cui non siamo abituati, che mal si intona alla colorata cornice di favelas che affollano le alture tutte intorno.

2° Giorno- Caracas – Puerto Ordaz – Delta dell’Orinoco

La sveglia suona alle 4.30. Dall’aeroporto di Caracas ci imbarchiamo sul volo per Puerto Ordaz, dove inizia il nostro viaggio alla scoperta del delta dell’Orinoco. Un autista privato alla guida di una twingo coi vetri oscurati ci accompagna fino alla località di Tucupita.

Il fondo stradale è sempre più dissestato, così percorriamo l’intero tragitto in mezzo alla strada, spostandoci solo per evitare i grossi camion e ignorando qualunque limite di velocità. Ammesso che ve ne sia. Lungo il percorso, costellato di cartelloni, murales, scritte di ogni tipo che magnificano la repubblica socialista bolivariana con i colori della bandiera nazionale, nell’ordine incontriamo: due posti di blocco presidiati da militari, un’iguana, una mandria di mucche scarnate che attraversa placida la strada, diverse specie di autogrill locali fatti di baracche e cataste di frutta e infine due gruppi di ragazze che all’improvviso tendono una corda in mezzo alla strada per fermare gli automobilisti, chiedendo soldi per finanziare la loro festa del diploma.

Due ore dopo arriviamo a Tucupita. Poche casette colorate, baracche un po’ malridotte e diversi autobus gialli. Da qui partono molte delle escursioni per esplorare il delta dell’Orinoco, che con i suoi 30.000 kmq è uno dei più grandi al mondo.

Ci imbarchiamo su una lancia a motore, un’imbarcazione ad otto posti completamente scoperta e costellata di scarafaggi, che sfreccia a tutta velocità sul fiume facendo lo slalom tra cespugli di piante galleggianti. Percorriamo circa un centinaio di chilometri, perdendo presto il conto delle ramificazioni del fiume. L’acqua è di un marrone impenetrabile, tuttavia riusciamo ad avvistare dei delfini di fiume. Le sponde, puntellate di palafitte con il tetto di paglia, si inchinano all’acqua offrendo piante dalle radici lussureggianti.

Il rombo assordante del motore non ci consente di percepire chiaramente il verso delle scimmie urlatrici, degli uccelli e dei pappagalli che incontriamo lungo il tragitto. Le zanzare invece, purtroppo, le sentiamo benissimo da subito! Ci accoglie un bell’acquazzone tropicale e, nel giro di pochi minuti, ci ritroviamo bagnati fradici insieme ai nostril bagagli; per fortuna la pioggia non dura a lungo e il caldo soffocante ci asciuga velocemente. Dopo un paio d’ore sbarchiamo al campamiento Bujana, che ci ospiterà per qualche giorno. Una decina di palafitte in legno con tetto di paglia, in perfetto stile locale. Senza pareti, ma dotate di vitali zanzariere, un grazioso balcone vista fiume e un’amaca che invita al riposo.

Intorno a noi la giungla.

Appena il tempo di riposare e mettere qualcosa sotto i denti che si riparte per un giro in barca. Ci chiediamo come gli abitanti di questi posti riescano ad orientarsi in un paesaggio fluviale che si aggroviglia ad ogni angolo, in una sinfonia della natura mai uguale a se stessa. Rimaniamo con questo interrogativo a lasciarci incantare da un tramonto tropicale, che ingoia velocemente tutti i colori insieme ai nostri pensieri.

3° Giorno- Delta dell’Orinoco

La sveglia nella giungla suona molto presto, specialmente in una camera senza pareti, dove il sole può entrare senza bussare accompagnato dal rumore assordante della vita che saluta il nuovo giorno. Due simpatici tucani appollaiati sulla ringhiera del nostro bungalow ci osservano incuriositi. Realizziamo solo ora di essere gli unici ospiti del lodge, in una stagione in cui il turismo da queste parti non è ancora esploso. Ci attende una ricca colazione a base di frittata con prosciutto, una specie di focaccia con la marmellata e un frullato di melone e guayaba. Superata così la nostalgia del caro vecchio cappuccino, indossiamo abiti lunghi e ci immergiamo nel repellente per le zanzare, pronti per esplorare a piedi la selva che ci circonda. Ci accompagna un ragazzino di forse quindici anni armato di un grosso macete, insieme ad un altro decisamente  più maturo, con un cappello da cowboy e i denti d’oro.

Un brivido mi attraversa la schiena insieme al pensiero che siamo in balìa di questi due sconosciuti tutt’altro che rassicuranti in un angolo remoto del pianeta dove non ci troverebbe mai nessuno. Con la nostra lancia a motore, ormai divenuta familiare, partiamo a tutta velocità sfrecciando tra i canali e ci fermiamo in un altro campamiento, dove indossiamo stivali di gomma e socializziamo con una scimmia cappuccina.

Risaliamo in barca e la nostra giovane guida ci mostra uno strano frutto, il “coco de agua”, prima di sbarcare nuovamente dopo una decina di minuti. Leghiamo la barca ad un albero e saltiamo giù, direttamente nell’acqua. Il contatto con la giungla è decisamente fangoso, umido e molto lontano da quello che mi aspettavo.

Si procede in fila indiana, rimanendo molto vicini e immediatamente capiamo a che cosa serviva il ragazzo col macete. Niente percorsi tracciati con pannelli esplicativi per turisti, ma un’intricata e inospitale vegetazione, in mezzo a cui dobbiamo aprirci la strada tra palme, liane e piante sconosciute, stando attenti a dove mettiamo mani e piedi per non scivolare ed evitare incontri troppo ravvicinati con ragni o scorpioni.

Il caldo è insopportabile, i vestiti ci si incollano addosso e le zanzare pasteggiano allegramente divorando ogni centimetro del nostro corpo. Superiamo due enormi formicai, alti più o meno come noi, e ci addentriamo in questa selva sempre più scura. Di tanto in tanto mi volto per cercare qualche punto di riferimento utile per il ritorno, ma lo sguardo rimbalza indietro senza riuscire a penetrare in alcun modo questo paesaggio così apparentemente uguale a se stesso in ogni direzione. Mi sembra di camminare da ore, invece sarà al massimo una mezz’oretta, e con questo caldo asfissiante è davvero difficile proseguire. Così Ciccio – questo il nome assai poco indigeno della nostra guida – decide di ricondurci, non so ancora come, alla barca.

Sulla via del ritorno facciamo sosta per riportare gli stivali e incontriamo un simpatico formichiere, che addenta con disinvoltura la mia camicia, incuriosito. Evidentemente è abituato alla presenza umana e si trova a suo agio. Sicuramente più di noi, che un formichiere non lo avevamo mai visto!  Il nostro nuovo amico sembra avere appetito, così i proprietari del lodge gli offrono come aperitivo un gigantesco termitaio, nel quale affonda il suo musetto affusolato dimenticandosi completamente di noi.

Una sosta per gustare una bibita fresca in una specie di “bar – palafitta” sul canale principale del fiume, prima di rientrare al nostro campamiento per una doccia che mi sto sognando da ore e per divorare un prelibato filetto di pesce gatto con patate e pomodori.

Nel pomeriggio la nostra guida ci propone di andare a pesca di piranha. All’inizio non siamo particolarmente entusiasti all’idea, ma la curiosità di vederne uno dal vivo – e soprattutto di pescarlo noi stessi – supera il nostro timore iniziale. Muniti di tutta l’attrezzatura tecnica necessaria per la pesca, ovvero lunghi bastoni di legno, filo e succulenti bocconi di carne, ci appostiamo in un’ansa del fiume in compagnia di Ciccio, che aveva svestito i panni di esploratore della natura abbandonando il macete, e del suo amico Esteban. La tecnica sembra semplice: si batte la canna sull’acqua per attirare i pesci e poi si getta l’esca. Che ci vuole? Dopo due ore passate ad arrostire quasi immobili sotto il sole e una decina di pezzi di carne audacemente finiti in bocca ai pesci, dobbiamo rassegnarci al fatto che non abbiamo proprio la stoffa dei pescatori di fiume. Ciccio ed Esteban, invece, conquistano con orgoglio ben 14 prede! Esteban ci mostra i denti del piranha afferrandolo con le mani e offrendogli una foglia: le mascelle del piccolo carnivoro scattano in una frazione di secondo polverizzando la foglia e pietrificando i nostri sguardi.

Rimettiamo in moto la barca per andare a visitare una piccola comunità indigena di Warao, sulle sponde del fiume. Sembra di essere sbarcati in un documentario: una famiglia come tante, che vive con poco più di nulla sotto una tettoia di palme con qualche amaca, un roditore in gabbia e una squadra di bambini sporchi, sorridenti e visibilmente malnutriti che giocano scalzi con dei pappagalli. Ci sentiamo quasi degli intrusi. Acquistiamo qualche oggetto artigianale fatto di fibra di palma “moriche” e con l’arroganza tipica delle società più “evolute” rubiamo qualche scatto fotografico di quella realtà ai confini della civiltà.

Cerchiamo di diluire i pensieri andando alla scoperta del giardino delle meraviglie, poco distante: maracuja, ogni genere di palma, banana, platani, origano fresco, citronella, spezie per colorare il cibo…un’esplosione di fertilità della natura in questo angolo così remoto della Terra.

Ci fermiamo a guardare l’ultimo tramonto sul fiume, riordinando nella mente tutte le emozioni di questa lunga giornata, prima di scivolare verso la cena. L’ultima immagine della serata è quella dei denti affilati del piranha che galleggia nel mio piatto in una specie di brodo di patate e pomodori, che non posso evitare di assaggiare per non mancare di rispetto alla cuoca.

4° Giorno- Delta dell´Orinoco – Puerto Ordaz

Nulla poteva competere col piranha in brodo meglio della frittata di cipolle e peperoncino servita a colazione. Questa volta non ce l’ho proprio fatta, specialmente nella prospettiva delle due ore successive che avremmo passato sulla barca per tornare verso Tucupita.

Qui attendiamo lo stesso spericolato autista di qualche giorno fa, che ci riporta a Puerto Ordaz, dove pernottiamo in un hotel lussuosissimo nei pressi dell’aeroporto, in un desolante panorama di fabbriche, capannoni e immondizia. Dopo giorni di black out tecnologico concludiamo la serata davanti alla tv, dove stanno trasmettendo la finale del campionato venezuelano di “baloncesto” -“Marinos” contro “Cocodrilos”- e, nell’incertezza di essere veramente tornati nella civiltà, ci addormentiamo distrutti.