DESTINATIONS

I miti del West

On the road: Route 66, il Grand Canyon, Monument Valley e Kayenta, un paese che esiste solo perché qualcuno ha messo il cartello col nome


di Beatrice Cassina

(Continua da qui)

Dopo circa un’ora di guida sulla HW 93 in direzione sud, ci si sente già “on the road”. Si supera il Lago Mead, dove s’incontra una ciclopica diga, tanto coraggiosa da osare interrompere il corso del Colorado River. È proprio lei, la diga, che dà energia alla città del gioco.

Da qui si comincia invece a respirare il vero West e, in poco tempo si è in Arizona. Si capisce, oltre dal cartello con il sole simbolo dello stato, dal caldo, dalla polvere, dalle strade che cominciano a diventare senza fine. Avanti e indietro, ovunque si volti la testa, solo una strada che scompare all’orizzonte.

Per sentire pulsare il cuore dell'”on the road”, è doveroso prendere la Route 66 dove s’incontrano energumeni ormai un po’ passatelli che cavalcano Harley Davidson luccicanti.

Lungo la strada, oltre agli interminabili treni cui si procede parallelamente, s’incontra qualche villaggio stile western – probabilmente costruito ad hoc per il turista – con tanto di Jail (prigione). La strada prosegue pigra, ogni tanto bisogna riprendere in mano la mappa per accertarsi di voltare al giusto incrocio nella giusta direzione. Ed è sempre difficile, quasi impossibile, trovare una stazione radio. Sugli FM è solo un continuo gracchiare.

Più si prosegue, più il panorama diventa verde e ricco, il clima fresco, quasi freddo. Significa che stiamo salendo, che non abbiamo sbagliato strada, che ci stiamo avvicinando al Grand Canyon. Meglio non farsi prendere dalla fretta di arrivare a destinazione, perché questo paesaggio è davvero degno di nota, anche se, una volta visto il Grand Canyon, si rischia che tutto sembrerà un po’ banale. Quando si varca la soglia dell’entrata del parco (dove si paga un biglietto valido per più giorni), c’è solo stupore, perché nessuno lo può davvero immaginare.

Al primo view point, è bene fermarsi. Mentre ci si sgranchisce le gambe, eccolo!, ti si para di fronte Lui, e adesso sei solo tu con il Grande. Gli indiani un tempo ascoltavano le parole del vento, e questa è allora l’occasione giusta per cercare di ascoltarne la voce. Tramonto. E silenzio. Qui non servono parole. L’architettura del tempo del mondo è lì in tutta la sua perfezione, con le su vette e i suoi colori di terre bruciate.

Alle 19 il parco chiude, e quindi si può andare a vedere lo spettacolo all’Imax Theatre, dove raccontano come l’homus occidentalis incontrò il Canyon; all’inizio fu solo una gran scocciatura. Non si poteva attraversare.

Volendo trovare un’altra angolatura di osservazione, si può scegliere una gita in elicottero la mattina seguente.

Distribuiti secondo il peso – in questo caso si deve necessariamente essere onesti –, previo corso di tre minuti per conoscere le norme di sicurezza, si decolla. Ci si alza da terra e in pochi minuti si sta volando verso quella spaccatura dove scorre, giù in fondo, il Colorado River.

Si è legati dalle cinture di sicurezza e si portano delle cuffie attraverso cui una voce ci spiega un sacco di cose interessanti, anche in italiano. A un certo punto, secondo una tradizione hollywoodiana, l’elicottero fa un giro largo e si avvicina al Canyon mentre scatta in cuffia la colonna sonora del film 2001 Odissea nello spazio.

Ogni tanto è bello capire che non potranno mai esserci ruspe capaci di costruire/scavare qualcosa del genere. Ci si sente ancora un po’ uomini;  ancora, fortunatamente, piccoli piccoli e impotenti. Ripreso contatto con la terra ferma – che alcuni giurano di non voler abbandonare mai più – si salta di nuovo in macchina e si riparte. Prossima destinazione Monument Valley, quindi un altro stato: Utah.

Anche in questo caso la natura è spettacolare e, soprattutto, dal punto di vista architettonico.

La strada è lunga, per lo più sempre diritta. Ma mai noiosa. Si fanno pochi incontri; ogni tanto compaiono dei villaggi, poco attraenti, dove gli Indiani d’America – qui vivono i Navajo – hanno negozietti in cui vendono ciondoli, pietruzze colorate, tappeti variopinti a pochi dollari. I Navajo – è importante saperlo – spesso devono andare a prendere l’acqua con i container perché gli impianti idrici non arrivano a tutte le abitazioni.

Si prosegue in direzione Kayenta, dove si cominciano a intravedere le prime avvisaglie – monumentali – della valle. Al visitor center si può posteggiare la macchina, per poi salire su un piccolo bus con una delle guide indiane. Per due ore si viaggia nelle terre che hanno fatto sfondo a tanti film western. C’è anche un John Ford’s Point.

Sabbia rossa, montagne statuarie e plastiche i cui profili ricordano un’aquila, un rinoceronte, o qualsiasi cosa ci si voglia trovare. È tutto imponente, quasi fosse abilmente progettato con un senso scenico senza pari. È un viaggio nelle forme e nei colori, con il vento che ti butta addosso la sabbia che si infila dappertutto, nei capelli, tra le fibre dei vestiti. Ma forse questa volta si è contenti, anzi orgogliosi, di essere sporchi e impolverati.

Tornando verso Kayenta si ha l’impressione di aver visto davvero tutto. Kayenta esiste forse solo perché è indicata da un cartello; in realtà è solo una strada nella strada. Qualche gas station, qualche motel, un paio di supermercati in cui puoi trovare gomme delle biciclette e jeans.