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Experience Las Vegas

Venezia e Bellagio in miniatura, slot machine e spogliarelli. Divertimento e trasgressione. Tempo consigliato per la permanenza a sin city: 48 ore

di Beatrice Cassina

Volare di notte sopra un deserto è un’esperienza unica, soprattutto se poi si atterra a Las Vegas.

Il deserto di notte è proprio buio, nero come un casuale pezzo di universo, ma Las Vegas, vista dal finestrino dell’aereo, sembra una manciata di stelle buttata lì. Appena sbarcati all’aeroporto si è investiti da una pioggia di luci, paillette scintillanti, cartelloni pubblicitari di hotel da favola dove si combattono guerre tra pirati o si rischia di essere travoltiti da un’onda di venti metri che nasce dal nulla in un calmissimo e finto lago di Como.

Negli anni Settanta l’architetto Robert Venturi riconosceva nei segni luminosi la vera architettura di Las Vegas. Immediata, dinamica, e che ben rappresentava i bisogni del consumismo galoppante. Qui il segno luminoso è struttura portante della città e, se la luce è segno distintivo e caratterizzante di Las Vegas, è bene viverla anche di notte, quando la Strip è comunque illuminata a giorno. Tra le tante trovate spettacolari, due hanno sapore italiano: l’hotel Bellagio, che si affaccia sulle sponde di un fanta-lago di Como e l’hotel Venician, che si riconosce da quel campanile che, guarda caso, somiglia tanto a quello di piazza San Marco. C’è un Palazzo Ducale, tutto modulato secondo una precisa scansione di archi, archetti e trifore, in un trionfo di kitsch che diventa addirittura cult. Senza accorgersene, ci si ritrova poi a passeggiare disinvolti sul ponte di Rialto. L’ingresso dell’hotel è uno sfavillio di volte decorate in oro e celeste, sotto cui la gente punta, vince, continua a puntare e quasi sempre perde. Al secondo piano, dove sono alcuni ristoranti italiani, c’è un’altra sorpresa: canali, acqua, gondole, gondolieri. Lasciando perdere valutazioni di tipo strutturale – come hanno fatto a fare un edificio che al secondo piano riesce a reggere il peso di tanta acqua? – ci si ritrova spiazzati, come sul set di un film hollywoodiano. Le volte sono decorate con un cielo al tramonto, con nuvole che non si muovono e luce molto fissa, uguale a se stessa ventiquattrore al giorno.

A mezzanotte, tutte le notti. c’è poi lo spettacolo su Freemont Street: “The Experience”. Questa è la strada di downtown in cui c’è il cow boy luminoso che muove il braccio; quella strada sulla quale Bono degli U2 passeggiava nel video di But I still haven’t found what I’m looking for. Cinque blocchi della strada Sono stati interamente ricoperti da una volta fatta di milioni (12,5 milioni) di lampadine, e a mezzanotte parte Experience: la volta si anima, le lampadine si trasformano in uno schermo sul quale nuotano pescioni che ci sorvolano la testa a tempo di musica, mentre viene simulato l’effetto mare visto da sotto.

Impossibile elencare tutto quello che c’è da vedere a Las Vegas, perché questa è la città dello show business, dove la gente sembra non invecchiare mai. Basta vedere gli enormi cartelloni in cui imperano i volti di sempreverdi cantanti, comici, showman.

Nei night club poi, ci si può lustrare gli occhi osservando belle forme femminili neanche troppo velate. E del resto questa è anche chiamata “Sin City”, la città del peccato.

A meno che non sia patiti del gioco – per le vittime del quale alcuni hotel/casino offrono un servizio di assistenza psicologica, per evitare fastidiosi suicidi – si può partire anche dopo quarantott’ore. Perché a quel punto si è potuta avere un’idea di quello che Las Vegas è. Ci si lascia così alle spalle pensionati che continuano a infilare montagne di monetine nelle slot e giapponesi che, taccuino alla mano, prendono appunti per studiare il tavolo della roulette. Sono convinti che riusciranno a svelare gli arcani meccanismi che governano la fortuna.