Esperimenti urbani

Dal Canyon de Chelly ai progetti visionari di Frank Lloyd Wright e del suo allievo Paolo Soleri in Arizona

Dal Canyon de Chelly ai progetti visionari di Frank Lloyd Wright e del suo allievo Paolo Soleri in Arizona


di Beatrice Cassina

Passata la notte in motel e riempito il serbatoio, si riparte. Questa volta la destinazione è un altro capolavoro della natura: Canyon de Chelly.

Il percorso per avvicinarsi al Canyon è per la prima parte in linea retta. Poi, quando cominciano le curve, significa che il canyon è vicino. Qui è tutto molto più semplice, non c’è biglietto da pagare e, nonostante sia più piccolo, è comunque spettacolare. Oltre alle pareti levigate e avvolgenti che seguono il sentiero, c’è Withehouse, i resti di abitazioni indiane. Si possono ancora vedere i «mattoni» bianchi che si aggrappano alla roccia, quasi volessero formare una struttura armoniosa tra l’opera dell’uomo e la natura.

Il sentiero che porta in fondo alla gola del canyon si può percorrere in un paio d’ore e, dati i numerosi cambi di direzione, ogni dieci minuti ci si ritrova di fronte a scenografie nuove; si attraversano un paio di piccoli tunnel scavati da un antico fiume nella roccia e, arrivati in fondo, una galleria naturale creata da fronde di alberi.

Consiglio fondamentale: indossare scarpe comode e portare una scorta d’acqua nello zaino. Ma non è poi così faticosa, basta tenere il ritmo e interromperlo con qualche sosta all’ombra, appena la s’incontra.

Risalendo in macchina e seguendo la 264 in direzione Ganado, si arriva allo storico Hubbel Trading Post. Le lattine Campbells fanno da sfondo agli articoli in vendita, come gioielli e tappeti indiani (originali). Da provare la carne secca, che si compra in buste di plastica. È carne di manzo essiccata (in origine al sole, oggi chissà) aromatizzata con spezie e, a scelta, con peperoncino. È difficile da masticare ma in questo caso si è pienamente autorizzati a sbattere le labbra come un vero cowboy.

Masticando il jerky beef, si arriva fino a Holbrook, dove ritroviamo la storica Route 66, posto ideale (ed economico) dove trovare un nuovo motel per la notte. I motel non sono nulla di speciale, ma l’ambiente del paese è divertente. Alla sera, dopo l’ennesima bisteccona – sempre ottima – ci si può avventurare in qualche bar, che è proprio uguale ai localacci dove la gente beve troppo e poi si rompe le sedie in testa. C’è un biliardo, un sacco di birre e gli avventori sorridono intimiditi dalla presenza dello straniero. Che sei tu?

La mattina è poi doverosa una sosta in uno dei negozietti che vendono tutto timbrato “66”. Tazze, magliette, cappellini, mappe, libri…

Procedendo verso Phoenix si può passare Arcosanti. Strano nome. Italiano? Sì. L’ha creata un architetto di Torino, Paolo Soleri, che appena laureato, più di cinquant’anni fa, andò in Arizona per studiare da un grande architetto che si chiamava Frank Lloyd Wright. E ha deciso di non partire più. Arcosanti è la sua città-manifesto, con la quale ha voluto dimostrare che si può vivere senza automobili e senza elettricità (ci sono dei gruppi elettrogeni a pannelli solari). Lui ha continuato a ospitare studenti da tutto il mondo, progettare e realizzare strane campane di terracotta da appendere al vento da vendere ai visitatori. Il suo maestro, Frank Lloyd Wright resta ancora per molti il più grande architetto americano di tutti i tempi, la cui opera ci aspetta all’ultima meta: Scottsdale, dove la Frank Lloyd Wright Road ci porta diretti al traguardo.

Qui c’è Taliesin West (nella foto in alto), dove Wright passò gli ultimi anni della sua vita e oggi sede della fondazione che porta il suo nome. Per ogni studente di architettura è un miraggio, ma in realtà chiunque, guidando lungo la salita che porta al suo ingresso, non può rimanere indifferente. Architettura organica, fu questa la sua grande invenzione. I suoi progetti si fondono con l’ambiente, in cui non esiste più un fuori e un dentro, ma una continuità senza soluzione. Era l’ambiente stesso a suggerire le forme. Nella sua autobiografia, riferendosi agli inizi dei lavori di Taliesin, scrive “V’erano semplici, caratteristici profili cui ispirarsi, enormi cumuli di rocce bruciate dal sole a portata di mano, pronte da essere utilizzate”. Qui aveva trovato il posto in cui vivere, respirare l’odore della terra, godere della luce del sole, e ascoltare i suoni della natura. Con piscine, giardini, sale di studio e di lavoro, tutto perfettamente integrato con la vita del deserto, Wright era riuscito a dare vita a un capolavoro di architettura e di vita. Una grande lezione di rispetto per l’ambiente. Posare una semplice pietra significava interagire con la terra e con la natura. Wright cercò di farlo allora nel modo più rispettoso possibile. Regna una grande armonia e, mentre si passeggia nei dintorni, ci si rende conto di quanto quell’uomo, nato alla fine dell’Ottocento, fosse geniale, coraggioso e soprattutto moderno. Non aveva paura neppure del caldo torrido, tanto da stabilire che a Taliesin non dovevano esserci vetri, ma soltanto tele bianche.