ECOTOURISM

Blogger nomadi

Chi sono, cosa fanno, dove vanno. I “new vagabonds” sono viaggiatori esperti che girano con telefonini satellitari e gsm, e invece della moleskine scrivono blog

Io con Graham, guida naturalistica nomade al suo ultimo giorno di lavoro al Longitude131. La sua meta successiva era Kangaroo Island, poi chissà.

di Sara Magro

“La vera casa dell’Uomo non è una casa, ma la strada, e la vita stessa è un viaggio da fare a piedi”. Parola di Bruce Chatwin (Sentieri Tortuosi, Bruce Chatwin Fotografo, Adelphi). Volendo partire dalle origini del nomadismo contemporaneo, bisogna cominciare proprio da Bruce Chatwin (1940-1989). Chatwin era uno scrittore, ma non aveva il vizio della scrittura. Per lui la scrittura era uno strumento al servizio del viaggio, passione e impegno di tutta la sua esistenza. Munito di taccuini – le mitiche en moleskine che comprava in una cartoleria di Parigi – per appuntare impressioni e intuizioni, girava il mondo e viveva da vero outlandish, che per un inglese significava anche solo superare la Manica, barriera fisica e metafisica che conduceva subito in un altrove psicologico e favoloso. Secondo Roberto Calasso, direttore editoriale di Adelphi, Chatwin non era l’erede di Odisseo, che viaggiava per tornare in patria. Era invece un nomade, senza patria né indirizzo, con un destino scritto nel nome: Chatwin infatti, interpretato e tradotto, significa “sentieri tortuosi”. Quelli su cui si è incamminato fin da giovanissimo per raggiungere l’Egitto, il Dahomey (ora Benin), l’Afghanistan, la Patagonia, e l’Australia dove raccolse appunti per uno dei suoi best seller, Le vie dei canti (Adelphi, 1995). In viaggio, Chatwin fotografava e annotava impressioni su popoli e luoghi; e pare che tenesse più a questi fogli che al passaporto, perché erano intuizioni, visioni, tessere di un complesso puzzle che componeva la sua vera carta d’identità.

Ecco perché è considerato il capostipite di una nuova generazione di nomadi che vanno per il mondo per scoprirlo e affrontarlo in prima linea, guardarlo, sentirlo addosso, odorarlo, toccarlo, gustarlo, udirlo e infine ma non necessariamente raccontarlo. Gente che ha il mito di Ulisse nel dna ma che possiede i mezzi del Terzo Millennio. Oggi, mete e trasporti sono più accessibili, si conoscono i nomi di quasi ogni etnia del pianeta, si sanno con precisione clima e temperatura ad ogni latitudine, si viaggia a bordo di velocissimi jumbo con telefoni satellitari, rete wi fi e spa, si dispone di navigatori gsm potentissimi, si fanno simulazioni di itinerari su Google Earth. Con questo bagaglio di strumenti e uno zaino, si parte per il moderno vagabonding. Che, nonostante la dotazione hi tech, resta un’avventura e comporta l’impegno di un viaggio indipendente e a lungo termine, la definizione di nuove rotte e linee di pensiero. Per molti il vagabondaggio diventa la ragione di vita, uno stile, un metodo, un approccio all’esperienza umana che trova la sua perfetta metafora e realtà proprio nel viaggio.

Nomadi si nasce e si diventa. Nel secondo caso, occorre distaccarsi fisicamente e mentalmente dal proprio mondo per intraprendere una nuova esperienza che non prevede stanzialità né routine. A ogni incontro, in ogni situazione, il viaggiatore si espone a imprevisti, accetta inconvenienti. Si muove da un posto al successivo trasformando la quotidianità in un fatto eccezionale.

Dopo le guide per il viaggio indipendente, Vagabonding in Europe and North Africa e Vagabonding in the Usa scritte da Ed Buryn negli anni Settanta, il concetto è stato ripreso nel 2003 da Rolf Potts – in curriculum, 5 continenti, la discesa del Mekong in peschereccio, l’Europa in autostop, Israele a piedi, il Burma in bici, dalla California alla Patagonia in fuoristrada – con il saggio Vagabonding. L’arte di girare il mondo (Ponte alle Grazie) e la pubblicazione del blog www.vagabonding.net dedicato a chi vuole realizzare il progetto.

Qualunque sia lo scopo, anche solo mettere alla prova le proprie forze e le proprie capacità di problem solving, al neo nomade sono richieste doti eccezionali. Perché il vagabonding può arrivare a punti estremi, esponendo la vita a pericoli inattesi e ad avventure che potrebbero essere fatali. Come accadde a Chris McCandless, che nel 1990 si mise in viaggio con l’idea di attraversare gli Stati Uniti fino all’Alaska, dove fu trovato morto di fame, di freddo, di solitudine in un autobus abbandonato (la storia è raccontata nel romanzo Nelle terre selvagge, di Jon Krakauer, Milano, Corbaccio, 1997, e nel film Into the wild di Sean Penn, 2007). Da allora, molti giovani si sono avventurati nel Parco Nazionale di Denali, alla ricerca del bus al capolinea del mondo e della vita di Chris; anche loro, però, sono spesso impreparati ad affrontare un’Alaska selvaggia e la Natura impervia. Coraggio e spirito di adattamento non bastano per intraprendere un serio vagabonding. Bisogna partire attrezzati, avere esperienza (molta) e gli strumenti giusti (telefono satellitare e gsm a portata di mano).

Trekking con Sherry Ott e Graham nella Valle del Vento tra le montagne di Kata Tjuta, la montagna che insieme a Uluru forma uno dei Parchi nazionali del Northern Territory (Australia)

Invece della moleskine, molti di loro raccontano viaggi, incontri ed esperienze sui blog personale, dove si possono seguire in diretta i loro spostamenti nel mondo. Personalmente ne ho incontrati due –guarda il caso! – proprio in Australia, entrambi senza fissa dimora. Graham 60 anni circa, fa la guida naturalistica negli eco-lodge, e Sherry Ott (www.ottsworld.com), americana di 44 anni, blogger giramondo da sette anni dopo aver dato le dimissioni dal lavoro, venduto casa e auto. Come indirizzo – un indirizzo bisogna averlo, è obbligatorio come un documento di identità – ha dato quello dei suoi genitori, e per la sua roba ha preso un piccolo deposito a New York dove fa scalo due volte all’anno circa. Insieme abbiamo fatto una lunga passeggiata tra le montagne di Kata Tjuta, di fianco a Uluru nel deserto rosso del Northern Territory. Quel luogo inevitabile per chi vuole intraprendere la strada del “new nomadism”.

Per saperne di più ecco altri scrittori, blogger, social media influencer, fotografi che come Sherry sono in viaggio da almeno cinque anni

Gary Ardnthttp://everything-everywhere.com/

Jodi Ettenberghttp://www.legalnomads.com/

Barbara Weibelhttp://holeinthedonut.com/

Dave and Debhttp://theplanetd.com/

Pete and Dalene Heckhttp://www.hecktictravels.com/

Anil Polathttp://foxnomad.com/

Earlhttp://www.wanderingearl.com/