REPORTAGE

Gli occhi dei Malaika


L’Africa mi toccò l’animo già durante il volo: di lassù pareva un antico letto d’umanità. E a 4000 metri di altezza, seduto sulle nubi, mi pareva d’essere un seme portato dal vento

di V.D e A.M.

La prima cosa che ho fatto dopo aver prenotato il mio viaggio in Kenya, è stato cercare le associazioni presenti sul territorio, dove per territorio si intende la lingua di costa di Watamu, a un tiro di schioppo da Malindi. Prima ancora di monitorare le offerte sui safari, prima ancora di perdermi sulle foto di sabbie abbaglianti e fondali blu, sapevo che esisteva la Watamu Youth Association a pochi chilometri dalla struttura in cui alloggiavo. Purtroppo però il loro sito era ancora in costruzione e come contatto ho trovato una di quelle mail generiche a cui di solito non risponde mai nessuno. Scrivo ugualmente, mi presento e mostro la volontà e il desiderio di far loro visita. Di solito sentiamo sempre parlare di associazioni e delle loro missioni, siamo bombardati da richieste di donazioni, vediamo servizi in cui i soldi destinati non arrivano a chi ne ha veramente bisogno, qualche volta si rivelano essere delle coperture per operazioni di altro tipo che danneggiano i più deboli, talvolta la reputazione di un’associazione-vittima un’inchiesta- getta conseguentemente un’ombra di sospetto sulle altre; insomma c’è diffidenza e confusione a riguardo, anche legittimati. Il mio viaggio in terra africana mi forniva un’occasione per osservare e capire, con un’esperienza sul campo, chi ci fosse dietro all’associazione che avevo contattato, chi fosse il fondatore, la sua storia, il suo operato, le motivazioni reali che l’hanno spinto a un gesto così generoso. Lo scopro presto: la mail che immaginavo si perdesse nell’etere virtuale o finisse nella spam del mio destinatario, ricevette una risposta nel giro di pochissimi giorni: erano felici del nostro inaspettato arrivo e ci aspettavano a braccia aperte: Karibuni Rafiki (benvenuti amici)

I fondatori

Ricordo ancora il giorno in cui ci preparavamo a visitare l’associazione. Fino a quel momento c’era stato solo uno scambio entusiasta tra persone senza un volto e un’identità nebulosa con cui però si avvertiva una forte empatia. Dalle indicazioni forniteci, sapevamo che l’associazione distanziava circa 7 km dalla nostra casa Keniota e si trovava in Kanani Jimba Road, dietro un edificio abbandonato a metà della costruzione, in uno stato di rovina come le famiglie che vivono lì attorno. In sella ai nostri taxi- in Kenya ci si sposta più facilmente sulle motociclette per affrontare le impervie, polverose strade sterrate- abbiamo chiesto alle guide di fermarsi in un market dei dintorni per comprare uno scatolone di biscotti da distribuire ai bambini, così ghiotti di dolciumi da richiamare l’attenzione dei turisti a suon di “caramella caramella please!”. Una litania che difficilmente ti lascia indifferente. Non senza difficoltà giungiamo a destinazione e conosciamo finalmente i fondatori della WYA: Mela Tomaselli e Karisa Alfred Kahindi. Fu la passione per il Tai Chi Chuan a portare Mela Tomaselli in terra africana nel 1997. Insegnava questa disciplina in un villaggio turistico di Watamu (il Temple Point) quando conobbe i Kambilolo Village Dance Group, un gruppo di bambini e adolescenti che portava come spettacolo un repertorio di danze e canti tradizionali, a cui Mela si appassionò presto tanto da sfidare la burocrazia keniota e ottenere un permesso di ricerca dal Kenyan Ministery of Education, Science and Technology e l’affiliazione dei Kenyan National Museums of Nairobi per organizzare rassegne di musica etnica e convegni di etnomusicologia, scambi interculturali tra Italia e Kenya, firmare come autrice il documentario “Il Sogno di Caleb”, ambientato tra le due Nazioni, pubblicare “Il Vaso Magico”, una raccolta di fiabe e leggende di un gruppo etnico della costa del Kenya, con la EMI, casa Editrice Missionaria Italiana (Bologna, 2003),una versione in inglese e lingua originale per il Kenya “The Magic Pot”, con le Paulines Publications Africa (Nairobi, 2004) e “La Giornata di Sidi e Karisa”, una raccolta illustrata con due cd allegati di canzoni di gioco e ninna nanne della Costa del Kenya. Sfruttando la sua ampia formazione artistica –che spazia dalla danza al teatro alla clownerie- e il suo spirito di iniziativa, ha fondato oltre all’ Associazione Culturale toscana Arezzo Ballet anche la Watamu Youth Association, per la quale svolge animazione e produzione teatrale nelle scuole keniane , oltre a occuparsi di cooperazione internazionale con progetti di formazione giovanile. Coniugando la sua ricerca in Africa con l’esperienza d’animatrice, presenta i suoi libri nelle scuole e nelle biblioteche italiane, valorizzando sia la componente musicale sia l’educazione all’ambiente e al riciclo dei materiali in essi contenuti. Più timido e riservato, dolce e paziente, ma altrettanto preparato e propositivo è l’altra metà della WYA: Karisa Alfred Kahindi. Immigrato del Kenya verso la Costa con la sua famiglia, visitò il Belpaese per la prima volta con il Kambilolo Village Children Group nella tournée italiana organizzata dall’Associazione Arezzo Ballet. Collabora con Mela in qualità di traduttore, editing e consulente musicale nelle pubblicazioni di materiale tradizionale del Kenya e in produzioni audiovisive; ogni giorno coinvolge i bambini in attività ludiche dopo la scuola e, con l’immancabile sorriso sulle labbra, li intrattiene, educandoli al contempo, con storie e aneddoti divertenti sul folklore locale. Radici, paesi, istruzioni, percorsi professionali e di vita differenti, eppure Mela e Karisa-che fanno della diversità un valore aggiunto- sono due anime che hanno intrecciato intenti, obiettivi e missioni per stimolare le menti dei bambini, aiutarli a ricevere un’istruzione, mostrare loro le alternative e le chances che hanno, liberarli dalla schiavitù della mendicità, del chiedere senza dare a cui molti vengono educati dalle stesse famiglie. Non pretendono soldi -anche se ne avrebbero bisogno- a differenza di altre associazioni che abbiamo visitato nelle periferie di Malindi e che spesso fanno business sulla pelle degli orfani, non ti danno le loro coordinate bancarie prima ancora di sapere il tuo nome, non ci hanno mai chiesto offerte o donazioni-casomai solo un po’ di quaderni e penne-ma solo di prestare attenzione alle voci soavi dei bambini, ai loro gridolini di sorpresa ed eccitazione avendo due giovani turisti come spettatori, e per di più muniti di macchine digitali e biscotti, al loro danzare un po’ sgraziato-rispetto a quello degli adulti- ma divertente e contagioso, al lavoro fatto all’interno del terreno messo a disposizione come luogo privilegiato di incontri e ritrovo.

La terra del WYA

Il terreno di pochi ettari dove Mela, Karisa e i bambini si riuniscono quotidianamente, sembra il giardino segreto che la Burnett descrive nel suo romanzo. Inizialmente pieno di erbacce e poco adatto alle attività ricreative organizzate, ha trovato nuova linfa dopo le cure e il ripulisti impegnativo messo in atto dai membri dell’associazione che, da subito, hanno intuito il potenziale di questo spazio. La flora è intatta e rigogliosa e ha permesso non solo la creazione di un Erbolario -che mostra le piante locali e il loro uso, anche curativo, dai tempi dei tempi, ormai sconosciute alle giovani generazioni-ma anche l’implementazione di attività proficue che permettono all’associazione di autosostenersi, creando anche opportunità di libera imprenditorialità per giovani, in uno spirito di cooperazione e in un luogo improntato al rispetto dell’ambiente. Sostenibilità è infatti il leitmotiv di ogni progetto: dall’apertura di un negozietto che vende beni di prima necessità alle famiglie della zona- tra cui l’acqua, il sapone fatto sfruttando le proprietà medicinali dall’albero di Mkilifi, i Makuti (tegole prodotte con le foglie di palma) e prodotti alimentari come i chapati e i mahamri, il Kinolo (pane tradizionale Giriama fatto di banane verdi e farina), il Matingasi (vino tradizionale di mais);passando per la produzione e vendita di Juice ricavato dagli alberi da frutta dell’orto; per finire con la realizzazione di kokoto (brecciolino da costruzione), che già impegna parecchi locali. Non solo natura e lavoro, anche lo svago, il divertimento, il confronto con i coetanei e il gioco sono tasselli fondamentali per il completamento delle iniziative della WYA. Dietro all’orto si intravedono un grande palco per eventi e prove; un laboratorio d’arte ancora in fase di costruzione che sarà coordinato da Churchill Ochieng, pittore e illustratore dei libri sopramenzionati, i cui insegnamenti suppliranno alla mancanza delle materie espressive nelle scuole keniote, soppresse nel 2004; un’area da adibire allo sport, in particolare pallavolo e basket, arti marziali e danze acrobatiche, per sperimentare qualcosa di diverso dal solito calcio; un’aula, costruita con il sistema tradizionale di legno, fango e makuti, per il progetto governativo di alfabetizzazione ed educazione per adulti e tution per i più disagiati, i cui insegnanti sono i membri stessi della WYA muniti di certificato KCSE. Per usare parole semplici, come quelle di Mela e Karisa, entusiasti e stanchi per sforzi e rinunce che una simile missione richiede, questa associazione si propone come un punto di riferimento per la condivisione di esperienze e per la progettazione di attività ludiche e culturali, una culla per la conservazione delle tradizioni canore, un angolo segreto aperto a tutti-indistintamente da credo politico o fede religiosa-dove ci si dimentica per poche ore dei problemi che tormentano la quotidianità, uno spazio multiculturale dove lo scambio arricchisce e valorizza le persone.

gli occhi dei malaika

Se non avessi registrato le parole di Mela non avrei potuto parlare di questa splendida iniziativa a cui la dolce signora di Milano, tanto minuta quanto tenace e coraggiosa, ha dato vita. Ascoltavamo il flebile suono della sua voce che raccontava gli esordi del progetto in maniera estremamente dettagliata, ma spesso perdevamo il filo del discorso perché incantati dai sorrisi e dagli occhi allegri e profondi dei bambini. Dal loro affetto incondizionato, dalla loro curiosità nei nostri confronti, dal desiderio di condividere con noi giochi e balli, dalle loro scarpine consunte o dai piedi nudi e tagliati, dalla loro indisciplina nel momento della distribuzione dei dolciumi, dal loro orgoglio nel mostrarci ciò che avevano imparato, dalle loro espressioni meravigliate quando si rivedevano-per la prima volta- negli scatti fatti con le nostre macchine fotografiche, dalle carezze sulla testa che ci davano per toccare i capelli così diversi dai loro, dai baci che ci rubavano, dagli abbracci stretti in cui ci stringevano per non lasciarci andare via, dal loro interesse per la nostra lingua, dall’ilarità provocata dal nostro buffo modo di parlare swahili, dal giro giro tondo e gli altri giochi di squadra a cui ci hanno chiesto di partecipare, dalle gare che facevano per saltarci sulle gambe e stare accoccolati tra le nostre braccia, dal saluto finale-tutti disposti ordinati in più file su rassegnata richiesta di Karisa-quando muovendo le manine gridavano Kwaheri. Addio. Dopo ringraziamenti e sentiti saluti a tutti i membri dell’associazione, inforchiamo gli occhiali per nascondere la commozione, ma prima di uscire ci giriamo ancora una volta e chiediamo a Karisa, interprete ufficiale: “Come si dice angeli in swahili?” “Malaika” è la sua pronta risposta. E allora “Jambo Malaika”. Ciao angeli, a presto.

arrivederci al Bookcity Milano

Dopo lo straordinario successo di pubblico della passata edizione, torna dal 21 al 24 novembre 2013 BOOKCITY MILANO 2013, un progetto collettivo, dedicato al libro e alla lettura, con quattro giornate di programmazione e un cartellone ricco di eventi con più sedi e poli tematici rispetto all’anno scorso. I luoghi di BOOKCITY MILANO saranno molteplici e distribuiti in modo capillare nella città; molti sono veri e propri poli tematici, destinati al dialogo su temi specifici. Uno di questi è l’Acquario Civico, luogo prescelto per il Forum Città Mondo dove ritroveremo gli amici kenioti protagonisti di una performance inedita: Ndema, Perche’ I pipistrelli vivono lonta­no dagli altri animali? Il racconto -tratto dal libro di favole e leggende dei Giriama della Costa del Kenya, Il Vaso Magico- sarà letto e cantato proprio da Karisa Kahindi, accompagnato dalle canzoni e dalle danze tradizionali di uno speciale gruppo familiare composto da tre bambini: Paul Mwalimu (9 anni), Denis Karisa (8 anni), Evelyne Karisa (5 anni) . I tre bimbi tornano in Italia, in occasione di un invito dell’Assessore alla Cultura del Comune di Milano Filippo del Corno, dopo due anni dalla loro prima esperienza, uno scambio interculturale tra scuole materne kenyane e italiane, dove hanno rappresentato il libro di canzoni di gioco e ninna nanne “Sidi and Karisa’s Day”, l’altro libro di Mela, regista della performance. L’esibizione, interattiva e costellata di suggestivi video e immagini, è la narrazione di una favola antica dai contenuti  estremamente attuali, un’ode ai diversi del mondo che Karisa introduce in stile rap, stimolando la partecipazione del pubblico, come da tradizione. Il va san dire saremo lì per riascoltare le ipnotiche melodie africane, per lasciarci trascinare dal ritmo e dall’energia delle danze e per rivedere quei sorrisi e quegli occhi  intensi che mai dimenticheremo.

Se volete contattare, visitare e supportare l’associazione:

watamuyouthassociation@gmail.com
kambilolo@hotmail.com