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La strategia del videogame

Per sopravvivere bisogna resuscitare l’eroe collettivo e la cultura. Parola degli El-molo, minuscola tribù del Lago Turkana in Kenya

Testo di Alberto Salza, foto di Bruno Zanzottera

Chiamatelo Charley. Sembra piuttosto un nonnetto delle fiabe che non l’Ismaele di Moby Dick, ma è un eroe per gli El-molo del lago Turkana, nel Kenya settentrionale. I pescatori el-molo sono noti come “la più piccola tribù d’Africa”; nel Sunday Times del 19 ottobre 1958 apparve una fotografia che li ritraeva: tutti, in un solo scatto. Poi arrivarono i pastori nomadi in cerca di pascolo; così gli El-molo vennero marginalizzati e disprezzati: “mangia pesce” è un insulto. Per sopravvivere cambiarono lingua e costumi, ma rimasero pescatori. Qui si vive a stento e non si butta niente, neppure il passato.

Quando li contai nel 1974 gli El-molo erano 92, vestivano di fibre d’erba lacustre e si nutrivano esclusivamente di pesce. Si sposavano tra loro, calcolando le distanze geniche tra parenti. I bambini cominciarono a scarseggiare, per carenza di spose possibili. Un giorno decisero che non poteva finire così, e cominciarono a dare le ragazze ai pastori e a sposare donne di fuori. Oggi gli El-molo sono più di cinquecento. Allevano capre e pecore, ma si ritengono pescatori, ostinatamente.

Charley, come tutti, pesca. Ha faccia tonda, occhi svegli e una barbetta bianca, cosa inusuale in Africa. Cammina su due gambe storte, abbracciato a un bastone come per salvarsi la vita. Charley esibisce un cappellino da cow boy e una baionetta tedesca. «Un regalo da un amico», dice. Charley porta due orecchini poco da maschio, semplici gocce ricavate da un osso di vacca. Nessuno si prende gioco di lui, poiché gli orecchini dicono a tutti che ha ucciso due ippopotami nella sua vita. Con le mani e un arpione dalla strana punta appiattita. «Il mio tor saala» dice Charley con un sorriso cattivo. «Per arrivare fino al cuore della bestia», aggiunge. E comincia a mimare fendenti e l’affondo finale. Tutti si mettono a urlare: «Too! Too! Too!» e sembrano felici. Eppure, per ragioni ambientaliste, i giorni della caccia all’ippopotamo sono finiti tra gli El-molo. Charley sarà presto un fantasma, con la rimembranza di baffi affilati come rasoi tutt’attorno le fauci spalancate di un mitico Ippopotamo Bianco.

Non è detto: Charley è diventato un consulente e un avatar. Toccherà a lui fornire lo scenario e le movenze di un videogioco ultramoderno: A caccia dello Yee, l’ippopotamo, il più cattivo animale d’Africa. Per gli El-molo è la preda più ambita; il videogioco intende restituire emozioni ataviche, virtualmente. Preparatevi a smanettare.

Nel secondo giorno dopo la Luna nuova, salite dietro a Charley su una zattera di tronchi di palma; mentre pagaiate sentite le gambe raffreddarsi nell’acqua e avvertite la presenza di trentamila coccodrilli. Masticando tabacco mettete l’arpione a portata di mano, tra le provviste di pesce secco. Osservate la riva, dove un gruppo di compagni marcia in fila indiana. Per giorni vi muovete alla ricerca degli ippopotami. Poi l’avvistamento: una gobba oscura sulla superficie del lago. Adrenalina. Prendete l’arpione e vi immergete senza rumore. Vi avvicinate in fila alla preda, con solo la testa fuori dall’acqua. Formate un semicerchio attorno all’ippopotamo. Potete scegliere di essere il mete (la parola indica il capofila e significa “testa”) o il kooro, la coda. Se siete giovani e inesperti, vi conviene stare nel mezzo. Completato l’accerchiamento, il capofila urla «Too! Too!»; e l’uomo in coda risponde: «Too! Too!». Allora cominciate a urlare: «Too! Too!» e, per paura, invocate il nome degli antenati. E l’ippopotamo si spaventa.

A quel punto, tutti insieme cercate di arpionare l’ippopotamo tendendo le sagole. In soggettiva osservate la reazione: l’ippopotamo si getta alla carica per guadagnare spazio e tempo, e sfuggire all’accerchiamento. Tocca a voi, lo sapete da quando eravate un ragazzino che si allenava a scagliare l’arpione attraverso un cerchio di fibra lanciato in aria da un compagno di giochi. La voce del nonno risuona nella testa: «Il primo uomo che colpisca la preda e il cui arpione resti conficcato nella pelle dell’animale ha il diritto di uccidere l’ippopotamo, così dice la legge consuetudinaria». Voi sapete che a tutti viene richiesto di infliggere il massimo danno possibile all’ippopotamo, anche recidendone i tendini. Il colpo di grazia, però, dev’essere inflitto da una sola persona sotto la zampa anteriore, fino al cuore; l’operazione è molto pericolosa: c’è rischio di finire calpestati, o di essere colpiti dalle zane. Urlate un’invocazione e piantate l’arpione a fondo, dal basso verso l’alto. Ecco, siete l’eroe degli El-molo, per un anno.

Tornati al villaggio, canterete il seur, il tremulo che chiede scusa all’ippopotamo. Le donne decorano voi, l’eroe, con ocra e altri colori, il rosso, il bianco e il marrone; le tinte vengono spalmate attorno agli occhi, al petto (in strisce orizzontali), sulla schiena, sulle gambe. Manterrete le decorazioni per sei giorni. E poi ricevete il rarag, una collana fatta dalle donne anziane con perline di uovo di struzzo. È vostra madre a mettervela al collo: dopo il periodo cerimoniale andrà restituita. Un giorno, questa collana sarà messa nelle mani della futura sposa, che prenderà in carico i doveri cerimoniali di vostra madre. A voi resterà un semplice orecchino d’osso di vacca, il kalate, a sempiterno ricordo dell’impresa. Un’ultima cosa: prendete le coda dell’ippopotamo e la pietra usata per macinare i colori, andate sulla riva del lago e buttate  pietra e coda nell’acqua. Solo così il ciclo è compiuto. Game over.

Nel passato ogni maschio el-molo diventava “uomo” partecipando alla caccia all’ippopotamo. Me l’ha ricordato Michael Basili, eminente membro della comunità: «Un uomo, da solo, può uccidere un coccodrillo, ma per l’ippopotamo occorrono almeno venti cacciatori, e molto coraggio. Se riuscissimo, per una volta, a organizzare una battuta all’ippopotamo, sarebbe l’occasione per rivitalizzare la nostra cultura». In un videogioco, magari, onde addestrarsi senza spargimento di sangue alla rinascita dell’eroe collettivo e di tutta una cultura.

Non ritorno al passato, ma moderna rinascita. Parola chiave: Basili è tra gli ideatori del Programma Rinascimento El-molo (www.elmolorenaissance.com) con il coinvolgimento del Centro Piemontese di Studi Africani (Alberto Salza, analista del terreno umano), dell’Università di Torino (Mauro Tosco, afro-linguista), dell’Onlus ARES (Architettura-Ricostruzione-Emergenza-Sviluppo, Legnano) e dell’associazione Janus di Montecarlo presieduta da Carlo Sonnino, coadiuvati da volontari di varie discipline, dall’antropologia (Francesca Ambrosoli) alla pedagogia (Gabriella Comberti).

Dopo la morte nel 1999 di Kaayo, l’ultimo parlante la lingua elmolo così com’era conosciuta, Basili si convinse che la sua gente non aspettasse altro che l’estinzione. «La lingua che si parla» mi dice «dona orgoglio e dignità alla gente. Voglia di vivere. Noi non ce l’abbiamo più, da troppo tempo». Secondo la narrazione degli anziani, attorno al 1930 (con una modalità senza precedenti) gli El-molo decisero di non insegnare più la lingua ai loro figli, adottando il nilotico Samburu. Per deliberazione collettiva la cultura dei pastori divenne dominante: assieme alla lingua caddero le iniziazioni giovanili (sostituite dalla circoncisione) e le istituzioni matrimoniali (esogamia al posto dell’endogamia), con profondo rimescolamento nei geni e nelle pratiche di educazione dei figli.

Fu una catastrofe culturale provocata da un reticolo di concause. L’effetto domino tra contesto esterno, comportamento parlato e conseguenze strutturali che porta alla morte di una lingua è simile al processo di estinzione di una specie, con l’interazione tra ambiente, società, storia, individui e gruppi. È un fenomeno della complessità, dove il passato non è un meccanismo lineare (path dependency), ma una fase di un sistema dinamico che genera comportamenti emergenti e imprevedibilità per il futuro.

Seconda parola chiave: futuro. Gli El-molo non intendono diventare uno zoo umano tramite un improponibile e impresentabile recupero del passato (i bei tempo dell’ippopotamo bianco). Non è così che si entra nella modernità: abolendo gli scaldamuscoli in lana colorati (ereditati dai guerrieri Samburu), o le barche a motore (donate da associazioni umanitarie), o i pesi da sollevamento fatti di lattine colme di cemento (influenza dei palestrati filmici), o gli onnipresenti cellulari. Questi ultimi sono un obbligo comunicativo; nel semideserto la loro mancanza è critica. Vivian Lenapir, giovane assistente el-molo del Programma, nel momento in cui il suo telefonino s’è rotto, ha esclamato: «Sasa maskini kabisa!», “ora sono povera, per davvero”.

La linguistica ha dimostrato che la lingua ricordata da Basili è classificabile come Elmolo < Omo-Tana occidentale < Omo-Tana < Cuscitico orientale < Cuscitico < Afroasiatico. I parenti più prossimi sono il Dhaasanac e l’Arbore, di origine etiope meridionale. Le tre lingue, quasi classificabili come dialetti di un unico ceppo, condividono oltre il 50% del lessico. L’Elmolo (linguisticamente si scrive senza trattino) somiglia soprattutto all’Arbore; così Basili e altri El-molo si sono recati in Etiopia e lì hanno riconosciuto le loro origini.

Il Programma Rinascimento El-molo è stato elaborato nel 2012 a partire dalle richieste della comunità tramite l’organizzazione di base Gurapau, che nell’antico Elmolo significa semplicemente “la gente del lago”. La parola cuscitica el-molo è derogatoria, traducibile come “povero pescatore” (sinonimi). Probabilmente, il primo passo di riabilitazione è stato l’uso di Gurapau al posto di El-molo, una rivendicazione linguistica partita qualche anno fa dai vertici acculturati della comunità e in fase di diffusione tra la gente.

Contattando la maggior parte degli El-molo, abbiamo ottenuto il consenso informato per la riabilitazione culturale. Il potere dei pastori sta svanendo con la modernità. Alla luce delle trasformazioni economiche, come la pesca commerciale, le barche a motore e il marketing globale del pesce, la tradizione sta vacillando; dato che l’ecosistema cambia, qui si pesca sempre di meno. Come mi ha indicato il linguista Mauro Tosco durante la ricerca operativa per la progettazione partecipata tra gli El-molo: «Anche se tecnicamente morto, l’Elmolo è ancora presente nella comunità, soprattutto per le cose di tutti i giorni. Dal nome dei pesci e delle loro parti del corpo a quello degli uccelli, dagli strumenti alle tecniche per la pesca, ciò che riguarda il lago costituisce il contesto per un lessico preso dall’Elmolo antico. D’altra parte i pastori non hanno termini analoghi, e questo dà un minimo di potere agli El-molo, quello delle parole incomprensibili. Una qui, una là, tra gli informatori anziani abbiamo recuperato quasi mille parole: materiale morfologicamente “congelato” e invariabile».

La storia degli El-molo può essere ricostruita tramite i prestiti linguistici e le testimonianze dei più anziani. A quanto pare, gli El-molo “originari” (nessuno è davvero autoctono: veniamo tutti da qualche altra parte) erano una popolazione di pescatori itineranti lungo le rive del Turkana, un’area marginale dove accoglievano i profughi ambientali e bellici provenienti dall’Etiopia. Tra di essi c’era un clan degli Arbore, i Marle, arrivati sul lago tramite i Dhaasanac nel terribile periodo della peste bovina (1880 ca.). Di alcuni di loro vengono ancora ricordati i nomi. Gli El-molo li accolsero in uno dei loro clan, gli OriArpula. Questo termine potrebbe essere una semplice traslitterazione di ori (clan) e Arbore, con il tipico tratto di una B che diventa una P e la R una L. Furono i Marle a importare la lingua cuscitica al Turkana: di conseguenza, gli El-molo originari cominciarono a parlare l’Arbore. Come dapprima parlassero i pescatori e i cacciatori-raccoglitori che si rifugiavano sulle isolette dell’El-molo Bay non è dato sapere. Il passare da una lingua all’altra, per mimetismo e dissimulazione, sembra caratteristico di questa gente. Probabilmente non avevano una vera e propria lingua, dato che erano un coacervo di profughi e rifugiati con il solo bisogno di un vocabolario di sopravvivenza (ecco il permanere di certi termini tecnici ed ecosistemici) e di protezione reciproca. Da qui nasce la leggenda dell’isola di Lorian come rifugio sicuro per gli El-molo di oggi.

Gli El-molo si sono sempre descritti come una «popolazione pacifica che non uccide le persone, non rapisce i bambini e non ruba gli animali». Si tratta di un’auto-rappresentazione che li distingue dai pastori in mezzo a cui vivono; in tal  modo si proteggono dai complessi incroci di faide e rappresaglie che caratterizzano il comportamento aggressivo dei pastori nell’area. La marginalizzazione sarebbe pertanto una forma secondaria di sopravvivenza.

Come dice Andrew Lengosira, giovane el-molo dell’unità di gestione del Programma: «Noi parliamo un Samburu imbastardito, ridicolo. A scuola me lo facevano notare tutti. E io volevo una lingua mia». La visibilità e il ridicolo, in un gruppo debole come quello degli El-molo, hanno sempre costituito la base della neutralità. Oggi, con la crisi economica ed ecologica (una diga sull’Omo minaccia il livello del lago, mentre la presenza di petrolio stravolgerà le culture locali, due tipici “punti di non ritorno” dei sistemi complessi), gli El-molo devono apparire ancora più neutrali: da qui il bisogno di abbandonare il Samburu (per quanto broken) e di essere riconosciuti come gli abitanti “originari” del Turkana. Allo scopo di enfatizzare la propria cultura, ancora una volta trovano rifugio su un’isoletta.

Lorian, o Gayo in antico Elmolo, è poco più di uno scoglio tra i villaggi di Komote e Layeni, a nord della cittadina di Loiyangalani. È un’isola sacra dove sono conservati i gante di quattro clan. Si tratta di altari contenenti oggetti rituali (bamboline di terra, bastoni, corna, ciotole, una pietra che appare in sogno e poi scompare dall’altare, eccetera). Solo quattro clan sui sette totali hanno i gante. Gli operatori agli altari fungono da servizi sociali per tutta la comunità. I clan hanno funzioni specifiche: gli OriGalgito proteggono i pescatori dai coccodrilli (nyaud); gli OriKara benedicono la caccia all’ippopotamo (yee); gli OriSole pregano per gli ammalati (magira); gli OriGaya invocano l’abbondanza del labeo, il pesce per antonomasia (peyte); gli OriSayo proteggono la comunità dai nemici usando il fuoco (eek, cha sta anche per “fucile”); gli OriArpula (o Marle) invocano la pioggia (iyene); gli OriGaltite pregano per la fertilità e i bambini (hele). Per essere un el-molo dovete appartenere a uno di questi clan; per nascita, ovviamente, ma anche tramite matrimonio o per adozione. Così, dopo aver interpellato buona parte della comunità, assieme a Gurapau intendiamo lanciare una campagna internazionale: Fatevi adottare dalla più piccola tribù d’Africa e salvatela dall’estinzione! Potete scegliere il clan in funzione dei vostri interessi. Alla fine ci sarà un contest tra i clan per vedere quello cha ha più adepti (per esempio, io appartengo agli OriSayo, con una sola famiglia).

L’isola è luogo di rifugio fin dai tempi più antichi. «In quel recinto di pietre mungevamo gli ippopotami», mi dice Charley; è serio, ma fa riferimento al mito secondo cui gli ippopotami erano le vacche degli El-molo. Lorian (Samburu) o Gayo (Elmolo) vogliono semplicemente dire “isola”: l’enfasi verso l’una o l’altra parola dà l’intensità del cambiamento verso il nuovo paradigma. Come affermano Lengosira e Lenapir: «Noi, gli El-molo, abbiamo una visione. L’isola sacra di Gayo sarà il cuore della riabilitazione. Un posto dove bellezza e cultura non sono un lusso e contano più di cibo e denaro. L’isola ospiterà il Centro polivalente per il recupero della cultura el-molo». Si tratterà di una struttura innovativa, con un’arena cerimoniale, un centro educativo, un museo all’aperto, un modello di villaggio e una serie di strutture di accoglienza. La tecnica di costruzione, elaborata da Paolo Cattaneo (ARES) prevede l’utilizzo di gabbioni, reti metalliche piegate a scatola. I gabbioni vuoti saranno trasportati sull’isola e posizionati da architetti, artisti, volontari, personale locale e da tutti quelli che vorranno progettare con la comunità. Una volta che i gabbioni saranno in sede, la gente del luogo li riempirà con pietre dell’isola. Questo consentirà un’armonica fusione delle costruzioni con i materiali e i colori dell’ambiente. Qualora in futuro gli edifici si dimostrassero insoddisfacenti, basterà aprire le reti metalliche e le pietre torneranno nella loro posizione originale, riducendo l’impatto ambientale al minimo.

L’isola, vista dal villaggio di Layeni (in Samburu significa “ragazzo non circonciso”), è come una balena bianca fatta di lava, spiaggiata tra le acque color giada. Sarà che ogni qualvolta arriviamo a Layeni siamo esausti per la marcia e la calura, ma l’isola sacra garantisce visioni. Così, fissando la coda della balena, dove gli El-molo vedono la rocca di Alamuké e le asprezze di Korometé, ho percepito un punto preciso.

Si trova là dove si incontrano le rocce biancastre, l’acqua verde del lago e il cielo azzurro. I tre regni si fondono: l’acqua evapora nell’aria per via del vento, mentre l’aria si condensa talvolta in pioggia e le rocce vengono erose dall’acqua. Liquida, solida, gassosa: Lorian o Gayo, l’Isola, semplicemente.

Quel punto è un confine volatile, semitrasparente e permeabile, se sapete vederlo. È un confine gelatina. Le persone sulle rive del Turkana attraversano di continuo confini simili: chi può dirsi pienamente el-molo o turkana o samburu o italiano? Tutti hanno un’antenata o un parente che viene da una dimensione etnica differente. Tutti hanno da attraversare, prima o poi, un confine gelatina, là dove veniamo trasformati in modo che non sia più possibile distinguerci uno dall’altro.

Julius Loyok, un prezioso informatore, mi ha detto: «Lo sai perché Dio ha creato così pochi El-molo? Altrimenti i guai sarebbero stati troppi, anche per Lui».