DESTINATIONS

Perù preincaico

La Huaca de la Luna, il Señor de Sipán, la Señora de Cao. Viaggio sulla Ruta Moche, per scoprire antiche civiltà straordinarie

La Huaca de la Luna, il Señor de Sipán, la Señora de Cao. Viaggio sulla Ruta Moche, per scoprire antiche civiltà straordinarie

Testo di Sara Magro, foto di Giovanni Tagini

Volevo andare in Perù da anni. Avevo letto i romanzi di Arguedas che parlava della condizione andina e più volte avevo ripreso quelli di Vargas Llosa, ma li trovavo noiosi e li abbandonavo regolarmente. Invece quelli di Manuel Scorza, be’ quelli li divoravo. Rulli di tamburi per Rancas e La danza immobile. Tutti loro hanno contribuito a costruire l’immaginario che da sempre mi ha attratto in quel Paese lontano, i contadini andini, i dittatori finiti nelle mani della giustizia, gli Inca e Machu Picchu, i misteri delle linee di Nazca. Ma di questo si sa già molto e parlano molti. Io invece ho conosciuto un Perù di cui si sa poco. Un Perù preincaico e preturistico, di cui c’è ancora molto da portare alla luce. Un viaggio da Lima verso nord, lungo la mitica Panamericana, poco più di una statale che fila raccontando tutto delle terre che attraversa, le coltivazioni di riso e canna per farne zucchero e gas, i latifondi di proprietà straniera coltivati ad asparagi e carciofi per l’esportazione (anche perché in Perù nessuno li mangia), gli oleodotti, le baracche sgangherate e la propaganda elettorale dipinta sui muri perché i manifesti di carta costerebbero troppo! Sfrecciano motociclette, come ai tempi di Che Guevara, e i cholo-taxi per le commissioni brevi, mercato-casa casa-mercato e poco più. Sulla Panamericana si impara la storia del Perù, e quella del Sudamerica.

Ebbene, questo viaggio comincia al Museo Larco di Lima, dove Rafael Larco, un ricco proprietario terriero con la passione per la Storia degli uomini ha esposto migliaia e migliaia di reperti raccolti nei suoi latifondi nella valle del Chicana. Bottiglie, bicchieri, stendardi, corone, decorazioni da naso, corone, orecchini, oggetti ben conservati, perfettamente restaurati ed esposti con coerenza, che appartenevano a Moche, Chavín, Paracas, Sechín, Sicán, Chachapoyas, Chimù, popoli meteoropatici, vissuti nel Nord del paese. Ma parliamo un po’ di questa meteoropatia, che non era un vezzo nevrotico. Questi popoli vivevano infatti in perenne battaglia esistenziale con El Niño, che negli anni più nefasti, tra dicembre e gennaio, procurava piogge, distruzione e carestie. Proprio come fa oggi, ma all’epoca solo la magia poteva tenere lontani gli effetti di questo inesorabile fenomeno atmosferico dovuto allo scontro di una corrente fredda con una calda al largo del Pacifico, che oggi è intitolato al Bambino Gesù (“El Niño”, appunto), perché avviene intorno a Natale e perché di provenienza divina.

La storia dei Moche, civiltà fiorita tra il I e l’ottavo secolo, si conosce e si ripercorre sul campo visitando due siti straordinari nella regione di Trujillo. Sono luoghi scoperti di recente sotto montagne apparenti che in realtà nascondevano città complesse e templi antichissimi. Il ritrovamento più importante è quello del Señor de Sipán, scoperto nel 1997 per la caparbietà dell’archeologo Walter Alva, il quale cominciò a scavare senza nessun finanziamento riportando alla luce i corpi di un alto sacerdote e della sua corte, e un tesoro immenso di gioielli e ceramiche che sembrano appena uscite da una fabbrica e invece hanno duemila anni. Da allora Alva è innegabilmente lo Schliemann di oggi, e Sipán la nuova Troia. Il corredo funerario, la ricostruzione della tomba reale insieme a un’infinità di altri reperti sono ora conservati al Museo Tumbas Reale de Sipán.

Un’idea di com’era organizzata la vita della comunità e dell’alto livello artistico raggiunto, ce la si fa visitando anche il sito del Brujo e il Museo de Cao costruito invece intorno alla tomba della Señora de Cao, una giovane sacerdotessa ritrovata da una troupe di archeologi nel 2006 avvolta in 26 teli con un corredo inestimabile di gioielli, paramenti, utensili. Il suo corpo mummificato è conservato nell’ultima sala di un museo di struttura contemporanea, in cemento grezzo, al centro di una grande pianura deserta. Nelle bacheche gli oggetti aiutano a ricostruire una quotidianità fatta di gesti rituali, di lavoro specializzato, di fini orafi e ceramisti. Fuori invece, tra i resti del sito del Brujo, affreschi e sepolture rivelano gerarchie forti e punizioni sanguinarie motivate dalla sopravvivenza a volte impossibile, continuamente minacciata dalle inondazioni, dalle carestie, dagli invasori.

A 5 chilometri da Trujillo, Chan Chan è la più grande città precolombiana del Sudamerica, estesa su una superficie di 20 chilometri quadrati. Fondata nell’850, fu la capitale del regno Chimu fino alla conquista degli Inca nel 1470: costruita in argilla, conchiglie e succo d’agave intorno a un palazzo, ospitava 30 mila persone, 125 pozzi per la raccolta dell’acqua, 8000 depositi per il cibo. Sempre nella provincia di Trujillo, la Huaca de la Luna è invece un grandioso tempio con affreschi e bassorilievi policromi costruito dai Moche, alta civiltà vissuta tra il I secolo e l’800 nel Nord del Perù, anch’essa afflitta dal Niño.

Chissà quanti altri tesori sepolti ci sono, chissà quanti altri templi. Ma in Perù non si può cominciare uno scavo solo per urgenza archeologica. Non basta intuire che sotto una montagna di terra ci sia una huaca, ovvero un antico tempio per cominciare i lavori. Quiesti luoghi sono tuttora considerati sacri, e non si possono violare senza il permesso dello sciamano e l’elargizione del pagapu, l’offerta di zucchero, farina, fiori, caramelle e altri oggetti rigorosamente bianchi, che gli dèi si aspettano. Qui la scienza, la ricerca, la conoscenza devono fare i conti con le tradizioni, le credenze, la cultura popolare.

Sulla Panamericana passa un carretto a pedali. È di Heraldo, il farmacista ambulante che vende sciroppi contro raffreddore, mal di testa, dolori quotidiani. Un tassista si ferma e chiede qualcosa per i reni. Beve la pozione in un sorso, e riparte. La scena è divertente, ma il punto è che in Perù non esiste un sistema sanitario pubblico e nei villaggi ci si cura come si può. Le medicine si comprano al mercato. Al mercado Modelo di Chiclayo, per esempio, c’è un intero reparto di erbe officinali e integratori di ogni sorta, dall’agave all’aloe, alle piante selvatiche contro l’impotenza. Al banco, il curandero diagnostica il problema e dà il rimedio per pochi pesos. Se la malattia non passa si ricorre agli sciamani del villaggio o, nei casi disperati, quelli che stanno a Piura, sulle Ande, dove si arriva solo a dorso d’asino. Questo è un Perù arcaico, di campagne e campesinos che non hanno frigo, lavatrice, a volte nemmeno la luce… Un professore guadagna 500 € al mese, ed è un benestante.

A questo punto del viaggio, nonostante il fascino delle antiche civiltà, ho una gran voglia di tornare ad attività secolari. Subito soddisfatta: un piatto di tradizione Moche al ristorante gourmet Fiesta (http://www.restaurantfiestagourmet.com/) di Chiclayo, uno spettacolo di danza marinera, un giro con l’associazione Cite de Sipán tra gli artigiani delle campagne per vedere come si tesse il cotone che nasce colorato sulle piante e come si intagliano le zucche, ma solo finché c’è il sole, che poi la luce elettrica manca e non si può lavorare al lume flebile di una candela, lascia intendere Hilario, l’artigiano attorno al quale ronzano i figlioletti scalzi e moccicosi. Se per questo non c’è nemmeno un vero pavimento, e non tutte le stanze hanno il tetto (i prodotti sono in vendita sul sito Novica di National Geographic (http://www.novica.com/). È tutto emozionante perché vivo, allegro, tangibile. E ovunque ti offrono un bicchiere di Pisco Sour: distillato di vino, albume, lime, zucchero di canna e, fondamentale, una goccia di angostura. Ne bevono a go go a qualunque ora. Sembra favorisca il buon umore. Anzi, verificato, è garantito.

La Panamericana corre parallela all’Oceano Pacifico, che a volte si vede in primo piano, altre volte si respira da lontano. È un mare forte, dove si vanno a praticare il surf e i suoi derivati. Due sono le deviazioni sportive (o semplicemente marine) non troppo lontane dalla storica Ruta Moche: Pimentel e Mancora. Pimentel è la tipica località turistica frequentata dai peruviani, con una bella passeggiata romantica sul mare, i ristoranti che fanno il Ceviche a ridosso della spiaggia, i giovani che si esercitano sulla tavola e i pescatori che, né più né meno come i giovani surfisti atletici, sfidano le onde su rudimentali canoe di paglia che chiamano totoras.

Mancora invece ha tutt’altro aspetto. È un villaggio cosmopolita, dove si parlano tutte le lingue e si cucina fusion ai lati della Panamericana, tra una scuola di surf e un negozio di attrezzatura. Di giorno statunitensi, olandesi, svedesi, rasta, modelli, giovani, giovanissimi si sfidano sulle onde, e di sera a cocktail e pisco sour nei bar di questo borgo un po’ hippy e un po’ chic, con i nuovi beach resort. Niente lussi, anche se le tende del Vichayto con vassoio di frutta tropicale e amaca in veranda vista oceano, non sono poi così lontane dall’idea di paradiso. Non sono perfette, ma l’atmosfera sì che lo è.

Con chi andare: per godersi davvero la parte archeologica di questo viaggio nel Perù del Nord è essenziale affidarsi a un tour operator specializzato, capace di affiancare dove necessario una guida preparata sulla storia e la cultura del Paese. Con queste premesse, sarà certamente uno dei grandi viaggi della vita, specialmente se abbinato a Machu Picchu, e al sud del Paese. In particolare consigliamo l’itinerario proposto da Earth Viaggi (http://www.earthviaggi.it/), 14 giorni sulla Ruta Moche e tra le culture Inca del sud con la guida di Jenny Alva, nipote dell’archeologo Walter Alva che ha scoperto il Señor de Sipán nel 1997. Di certo non si può aspirare a un cicerone più adatto di lei, che ha l’archeologia e la storia peruviana nel sangue e da qualche anno si è trasferita in Italia, parlandone perfettamente la lingua (http://www.earthviaggi.it/servizi/viaggi/viaggi_27-cod_PER012-cat_PER.php; 2780 €).

Ristoranti a Lima: oltre ai classici ristoranti di cucina novo andina Astrid y Gaston (primo premio per i Best 50 Restaurant of Latin America, http://astridygaston.com/en/), Huaca Pucllana (http://huacapucllanamiraflores.pe/) e Fiesta (http://www.restaurantfiestagourmet.com/), nel quartiere di Miraflores, su una terrazza affacciata sull’oceano, sono apparecchiati i tavoli del Cala, che va tantissimo tra la buona società di Lima. Il locale è elegante, la vista sul Pacifico super e il cibo – cebiche, causa e comunque pesce – è bello da vedere e gustoso al palato (http://calarestaurante.com/).

Un hotel nuovo a Lima: Barranco è il quartiere della cultura e della vita notturna, con locali, zone pedonali, gallerie e mostre d’arte, piccoli alberghi di charme. Nel paseo alberato Saenz Peña ha aperto lo scorso luglio il bel B Arts Boutique Hotel (http://hotelb.pe/).