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Los Angeles 3

Terza e ultima puntata del viaggio su Wilshire Boulevard, quando entra nella storia. Dall’omicidio di Kennedy ai riots. Altro che mondo di plastica

Untitled (Protesters on Wilshire Blvd.) by Charles Brittin

di Beatrice Cassina

Lasciando alle spalle il mondo di Hustler e delle ragazze squillo, continuando a guidare su Wilshire, l’incontro è con un pezzo di storia che ha segnato gli Stati Uniti. Era il 1968; Robert Kennedy aveva vinto le primarie per le presidenziali di quell’anno. Quella stessa sera, all’Ambassador Hotel su Wilshire Boulevard, veniva ucciso.

L’imponente hotel è ormai abbandonato. Dopo quella notte aveva perso la lucentezza che lo aveva contraddistinto fino ad allora. Oggi resta un fantasma di una storia che qualcuno ritiene ancora molto poco chiara.

Larry Teeter, avvocato difensore di Sirah Sirah, l’uomo che è stato condannato all’ergastolo per quell’omicidio, vuole riaprire il caso; lontano da Los Angeles, magari a Fresno. Perché, dice, “la stessa corte, all’interno del quale il processo venne tenuto, non riuscirebbe e non potrebbe emettere una sentenza non influenzata da quella precedente. E anche la polizia locale non sarebbe di grande aiuto per fare chiarezza”. Teeter ha le idee molto chiare e sostiene di avere prove piuttosto forti per poter dimostrare che il suo cliente non sparò il colpo mortale a Robert Kennedy. Anche questa, quella di una LAPD (Los Angeles Police Department) non sempre trasparente, è una realtà di Los Angeles; sicuramente una delle meno piacevoli.

Intorno all’Ambassador Hotel compare uno dei tanti mondi popolati dagli ispanici, che rappresentano oggi il 44,6% della popolazione di Los Angeles. A questo punto del Boulevard cominciano a susseguirsi comunità etniche meglio definite, come Korea Town, dove le insegne sono solo in coreano. Quindi incomprensibili. Sparse lungo la ragnatela di asfalto, molte altre città a tema, come Thai Town, Little Armenia, little Tokyo.

Il nastro di Wilshire si srotola fino a downtown, la cui parte storica raccoglie le architetture più ‘antiche’, spesso immortalate sulla pellicola di film; come il Bradbury Building, che compare nelle scene di Blade Runner. Downtown vive nei grandi uffici legali, nelle insegne di potenti Corporation, nella carta stampata del Los Angeles Times. Oggi, anche dietro la superficie severa del Disney Music Hall di Frank Gehry che, ancora una volta, ha chiuso in un’armatura di metallo la sua architettura scultorea. Bellissima. Ma impenetrabile.

La gente vive nella realtà capillare intorno a downtown, nelle zone in cui si creano naturalmente piccoli centri abitati, con case mono famigliari non particolarmente attraenti, qualche negozio, magazzini, afficine. Anche qui molti latini. A volte sembrano zone tranquille. Ma non è raccomandabile spingersi in certe zone nel Far East, come South Central, dove gang, crimine e riots (gli ultimi nel 1992), hanno segnato con violenza, distruzione e sangue la storia di queste strade.

Qualche anno fa il City Council ha deciso di cancellare per sempre dalle mappe il nome di South Central. Adesso si chiama South Los Angeles. Ma tutto è restato pressoché uguale; è come se fosse calato un altro sipario e, con un nuovo spettacolo e un nuovo titolo, si potesse cancellare o cambiare il passato.

Molte realtà scomode stanno proprio a East LA; oltre downtown e oltre il sorriso con cui Los Angeles si presenta e si vuole fare conoscere. Nel 1992 erano scoppiati i riots (rivolte) di South Central; nel più lontano 1965, quelli di Watts. “La situazione è andata sempre peggiorando. A partire dalla fine della seconda guerra mondiale in poi”, dice Edward Landler, professore di storia del Cinema alla State University di Northrirge. Edward sta lavorando da alcuni anni a un documentario sulle torri di Watts (realizzate a mano da un immigrato italiano all’inizio del secolo) e, dopo avere vissuto per tutta la vita a Los Angeles e avere insegnato in molte scuole e di comunità “difficili”, ha un’idea molto chiara e non particolarmente speranzosa sulla realtà delle gang. “Nonostante il gran parlare di cambiamenti e aiuti dopo i riots del 92, non è cambiato nulla. Se non il nome di South Central. Del resto questa città è penalizzata e segregata dalle distanze, che isolano e imprigionano”. A Watts sono cresciute le gang di ragazzi di colore. Quelle dei Crips e dei Blood coprono delle grandi fette di territorio; rappresentano da molti anni il crimine organizzato in larga scala. “In modo da poter spingere più droga nella zona in cui si opera”. Ma oggi a Watts anche molti latini. “Credo rappresentino adesso più del 50% della criminalità. Ma loro sono gang da Barrio, da blocco di strada, e sono tutte tenute in mano dalla mafia messicana, che preferisce controllare piccole realtà criminali, senza quindi concedere troppa autonomia e troppo potere”.

Se di finzione si può realmente parlare sotto il cielo di Los Angeles, è sicuramente quella del Movie Business. “Los Angeles”, precisa Landler, “può essere considerata una ‘location’ per film. Questo è quello che vendiamo al mondo, ma che ha definitivamente poco – se non nulla – a che fare con quello che realmente è”.

Forse non ha poi così ragione Neil Simon, quando priva Los Angeles di spessore e le nega l’attributo ‘interessante’ con quel fatidico numero 72. E forse neanche Andy Warhol, quando parla di plastica.

Pensando a questa città e identificandola erroneamente con la falsità romanzesca e fantastica del cinema o con i sorrisi da copertina delle celebrità più pagate al mondo, non è difficile cadere nel tranello.

Ma, percorrendo con calma e attenzione anche una sola strada e fermandosi a spostare le scenografie di rappresentanza che ci hanno sempre venduto come reali, si scoprono voci, milioni di voci, vere. Che, con la plastica, non hanno veramente niente a che fare.

Los Angeles è tutto, tranne forse quello che si dà per scontato. Qualcuno ipotizza che la sua complessità non “incasellabile” sia il motivo per cui non riscuote troppe simpatie. Impossibile capirla e comunque, difficile convivere con i suoi mille volti.

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