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Trekking sulle Terre Alte

Due giorni sulle montagne di Savona. Si visitano le grotte di Toirano, si cammina, si incontra gente e si fa sosta nel rifugio-gourmet

Due giorni sulle montagne di Savona. Si visitano le grotte di Toirano, si cammina, si incontra gente e si fa sosta nel rifugio-gourmet

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testo e foto di Maurizio Pancotti

Parto da Milano in scooter, sono con un giorno di ritardo rispetto ai miei compagni che devo ancora conoscere e quindi mi sono perso già una tappa del percorso delle Terre Alte, pazienza mi rifarò i prossimi due giorni. Sono impaziente di arrivare e cominciare ma ora siamo alla fine della giornata e per  l’avventura dovrò aspettare la mattina seguente. L’appuntamento con gli altri è sul lungomare di Borghetto Santo Spirito, loro arrivano dopo una lunga passeggiata e hanno voglia di fare un bagno a mare mentre io invece, emulo di un biker consumato mi bevo una birra stravaccato al bar. Influenzato dal caldo di Milano mi rendo conto di essere partito senza indumenti adatti a un trekking di montagna ma d’altronde nel mio immaginario Liguria è sinonimo di clima dolce, mite e ventilato e le montagne dell’entroterra sono più una cornice pittorica che fa da sfondo al mare che una realtà concreta e solida con cui cui invece dovrò confrontarmi l’indomani. Anche se “vista mare”, l’entroterra savonese è vera montagna con sentieri rocce, vegetazione e pareti scoscese da arrampicare.

La mattina successiva partiamo a orario comodo dopo una veloce visita con colazione al bel borgo antico di Toirano. Nei nostri zaini acqua, focaccia e farinata “chilometro zero”. Il sentiero parte dietro le impressionanti grotte che visitiamo e ammiriamo. Poco sopra il santuario cinquecentesco di Santa Lucia, meta di pellegrinaggio, costruito all’interno di una grotta  piena di firme e scritte di pellegrini anche eccellenti, Ugo Foscolo per esempio.

La tappa di oggi prevede un dislivello di mille metri da coprire teoricamente in cinque ore e comincia subito con un sentiero molto ripido che in alcuni punti richiede anche l’uso delle mani, ogni tanto fra le fronde appaiono la piana e il mare, la giornata è un po’ nuvolosa ma ci diciamo, immaginando di fare la stessa cosa sotto il sole, che forse è meglio così. Ci fermiamo spesso anche se la strada è ben segnalata e il gps ci comunica inequivocabilmente che per il momento i tempi di sosta superano vergognosamente quelli di cammino ma non è forse vero che ciò che conta non è l’arrivare ma il percorso?

Arriviamo su un pratone bellissimo dove si vedono spiazzi circolari usati una volta dai carbonai che scavavano una buca, la riempivano di legna, la incendiavano e la coprivano di terra in modo da rallentarne la combustuione  per produrre la carbonella. Qui il panorama è bellissimo, c’è un balcone strapiombante da cui si gode una visuale molto ampia che si fa largo tra le nuvole e la mente  va subito al “viandante nella nebbia“ di Kaspar Friederick. Ennesima sosta con pranzo ma ora si deve andare sul serio, infatti ci rendiamo conto che la strada è ancora lunga, dobbiamo raggiungere il rifugio Pian delle Bosse (http://turismo.provincia.savona.it/it/outdoor/pietra-ligure/rifugio-pian-delle-bosse) dove ci attende una cena, pare ottima, a base di tagliolini fatti in casa. Non c’è che dire: siamo un gruppo decisamente “epicureo” molto lontano dall’alone mistico che circonda il pellegrino o il viandante. Sembriamo piuttosto una spedizione scientifica: lungo la strada si fanno foto, si intervistano i passanti, si fanno considerazioni sul dissesto geologico, si controlla la mappatura dei sentieri e si sincronizzano le immagini con il gps mettendo tutto in rete tramite twitter e altre diavolerie.

La compagnia è divertente e tutto funziona bene. Ci affidiamo ai segnavia rossi e gialli che troviamo facilmente anche se in due o tre casi li perdiamo a causa degli alberi caduti che ci deviano dal percorso. Ora siamo sul Sentiero Napoleonico, costruito dai genieri dell’imperatore per spostare le sue truppe durante la campagna d’Italia: cosa non si fa per portare cannoni, morte e distruzione! Tuttora in uso, fortunatamente per scopi pacifici, il sentiero è largo dritto, panoramico e a pendenza costante e rende facile il nostro cammino. Ci porta direttamente dentro una nuvola da cui, salvo pochi momenti, non usciremo più fino alla meta finale il giorno dopo. Da qui in poi la vegetazione prevalente è il faggio, ce n’è di molto grandi e la loro bella corteccia, specialmene se illuminata da qualche raro raggio di sole, crea un’atmosfera onirica.

Il cammino procede ma praticamente sempre in salita  e anche se l’altimetro ci rassicura sul fatto che ormai siamo in quota sembra di non arrivare mai. Un teschio d’asino inchiodato a un tronco, nel mezzo del bosco, il silenzio, la foschia e il tempo un po’ uggioso scatena le mie fantasie: immagino riti stregoneschi e oscure minacce ma naturalmente non ci credo affatto.

Finalmente l’arrivo al rifugio: un bel prato verde, una fontana con un getto quasi eccessivo su cui mi butto a bere, un gruppo, appena arrivato, che è lì per uno stage di yoga e poi la casa: ci accoglie una ragazzetta carina col cappello da chef che sta facendo i famosi tagliolini e ci sorride. Lei è Valentina che assieme a Lorenzo conduce il rifugio, sono toscani e sono qui da tre anni e ne sono felici e questo loro entusiasmo ed amore per il lavoro  lo si vede nel tipo di accoglienza  che ci viene riservata. Mangiamo bene , beviamo bene, facciamo amicizia anche con gli altri ospiti e poi finalmente a letto. Domani  sette ore di cammino, dislivello piu’ blando di quello di oggi, punto di arrivo Pian del  Melogno e taxi che ci riporterà alla base.

Mi sveglio abbastanza presto e vengo affascinato da una bellissima visione: sul prato, davanti alla casa, in mezzo alla nebbia c’è il gruppo dello yoga che sta praticando, mi sembra di essere lontanissimo da casa, forse in Nepal o in India e tutto, nel silenzio quasi assoluto, nei colori acquarellati assume un aspetto profondamente distaccato e spirituale. Fantastico! Il resto del cammino del giorno procede quasi tutto nel bosco in cui troviamo un’ecatombe di alberi  crollati a causa delle nevicate e piogge intense di quest’anno che hanno dilavato lo scarso manto di terra che ricopre queste montagne. Piove quasi sempre, una pioggerellina uggiosa ma che a me non dà fastidio, anzi in questo momento immagino di essere in una giungla tropicale, ci imbattiamo in una bellissima cascatella con relativa pozza di acqua cristallina, ma il clima non è adatto al bagno, incontriamo un volontario del CAI che si aggira per il sentiero con due barattoli di vernice, uno giallo e uno rosso: è lì per “rinfrescare“ la segnaletica dice lui.

Cominciamo a essere stanchi, l’umore del gruppo è buono, si fanno conversazioni due a due, gli argomenti sono i più vari. C’è una casa e dentro sotto il pergolato due anziani, la signora ci dice che ormai  manca poco alla meta, solo cinquanta minuti. Ma quasi sottovoce dice “quando ero giovane…”.

Ora contrariamente a tutte le teorie del camminare vogliamo solo arrivare, per distrarci affrontiamo argomenti matematico-filosofici tra cui il più bizzarro, in quel contesto, il confronto tra natura ondulatoria e corpuscolare dell’energia. Arrivati ai Piani del Melogno non si vede assolutamente nulla siamo in una nebbia fitta e continua a piovere, a un certo punto appare la Fortezza Centrale voluta dal Regio Esercito a difesa del Basso Piemonte e ultimata nel 1895. Passiamo sotto un arco che assume un significato temporale e dimensionale: il cammino è finito, il taxi ci aspetta, chiediamo di alzare il riscaldamento, siamo fradici e taciturni, la guida “bradipica” dell’autista ci concilia il sonno.

http://itinerari.provincia.savona.it