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L’abbraccio di Santa Clara

Una brutta città di Cuba e una giornata soffocante per visitare il mausoleo di Che Guevara. Eppure è una tappa necessaria, inevitabile, memorabile

Testo e foto di Claudio Puglisi

Oggi non è un bel giorno. Svegliarsi è un po’ più faticoso. Non sento nessun orgoglio per la visita che mi aspetta, piuttosto mi sento come  quando si va trovare un amico malato.

Ecco oggi è un giorno così, oggi si va a vedere il mausoleo di Ernesto Guevara, il Che, a Santa Clara.

Come sempre non ho informazioni sulla visita, so solo di una misteriosa stella che illumina il ritratto del Che, granello di sabbia, sedimento di un lontano racconto di un amico cubano in Cile, ma che è stato sufficiente a farmi intraprendere il viaggio fin qui.

Santa Clara è una brutta città, probabilmente lo era anche ai tempi della battaglia che si svolse dal 29 dicembre al 1º gennaio 1959 e che vide la sconfitta delle truppe governative di Batista da parte di quelle rivoluzionarie guidate da Ernesto Guevara. La vittoria di Santa Clara segnò definitivamente le sorti  della rivoluzione cubana. La battaglia viene sintetizzata dalla rocambolesca conquista del treno che portava munizioni e rinforzi ai governativi e che ne è diventato simbolo, oggi visibile nel museo a cielo aperto a Nord Est della città.

Forse allora Santa Clara era un po’ più povera ma egualmente brutta. Ci si passa solo perché c’è il mausoleo di Ernesto Guevara e vestigia della rivoluzione più o meno interessanti.

Arrivo a Santa Clara  la sera tardi da Trinidad, con una delle solite uaua (corriera) dove possono salire solo i turisti, accolto da un clima, che tanto per capirci, potrebbe essere assimilato al nostro caldo di scirocco siciliano. La signora della casa particular dove mi fermerò un paio di notti, mi accoglie fintamente gentile; prima di assegnarmi la stanza, mi fa accomodare in uno di quei ingressi-soggiorni con le poltroncine rivestite in vellutino marrone, specchi e lampadari decorati con gli stessi motivi dorati, uguali in ogni parte del mondo,  e inizia una sorta di interrogatorio, interrompendo le domande solo per dettare regole recitate con un sorriso fermo. Ultimo comandamento che elargisce è “aquì no entran chicas” che più o meno suona così “qui non si portano puttane”. “Ne porterei un paio solo per farti dispetto” penso. Solo dopo che accetto i suoi comandamenti mi consegna le chiavi di una stanza con decorazioni dorate ovunque.

Pago in anticipo le due notti nella speranza di non incrociarla più per i prossimi giorni e mi butto nell’afa un po’ per ingannare il tempo in attesa  dell’indomani, un po’ sicuro per esperienza che le brutte città offrono sorprese come per contrappasso alla vergogna di non sentirsi accoglienti.

Ricevo il primo abbraccio da Santa Clara e lo prendo come un gesto di conforto che la città usa con i suoi turisti addolorati. È strano pensare che esista un turismo del dolore, il mondo è pieno di mete di questo tipo: Auschwitz, Capaci, il Carso le coste della Normandia, Stalingrado, Santa Clara, Santiago del Cile… in ognuno di questi posti ci deve essere un abitante che si senta in dovere di abbracciare per conforto un visitatore. Il mio si chiama Barbaro e il suo è un abbraccio sudato dall’afa, e musicato da canzoni di Mina e Battisti anni ’60-’70, che mi canta subito dopo la presentazione. Le conosce tutte, chiede chiarimenti sul significato di alcune strofe e appunta le mie spiegazioni su un quaderno dove ha trascritto centinaia di testi in italiano. Mi trovo a tradurre a Cuba una Zebra a pois in spagnolo. Fa come secondo lavoro il guardiano notturno in un laboratorio dove si aggiustano elettrodomestici. Mi invita ad entrare per visitare il laboratorio, un locale enorme, quasi del tutto vuoto, solo un paio di frullatori e un forno elettrico sono dimenticati in un angolo. Dalla radio, neanche a dirlo, escono vecchie canzoni italiane. Capisce la mia perplessità e mi dice che è un buon lavoro e può dormire tutta la notte tranquillamente. “Ci si può anche allontanare per prendere una birra?” gli dico invitandolo. “Si, ma per pochi minuti e non ora, diciamo tra un’oretta” mi risponde indicandomi il posto dove aspettarlo. In realtà Barbaro sta allentando il suo per affidarmi ad un altro abbraccio ugualmente inaspettato e consolatorio.

Mi siedo ai tavolini di legno esterni del bar La Marquesina dove mi ha dato appuntamento, in un angolo della piazza principale, il parque Leoncio Vidal. Da dentro esce per la strada torrida la musica avvolgente, come un abbraccio appunto, di 7 vecchietti, el sexteto los Gimez; in realtà non tutti sono anziani ma la loro musica sì, le sonorità sono antiche e la voce è calda come quella di un fumatore di sigari incallito. Suonano pezzi malinconici mai ascoltati, di chissà quale tradizione, bellissimi. Aiutano veramente queste canzoni, trasformano il dolore in malinconia, si vagheggia su inesistenti momenti passati insieme e si ragiona su quello che sarebbe potuto essere e non è stato. Il comandante è stato ucciso in Bolivia. Mi ritrovo a ordinare una limonata zuccherata come il Pereira di Tabucchi, un Pereira con 50 chili in meno. Compro un cartoccio di noccioline e le regalo con un peso in aggiunta a una ragazza che mi offre le sue prestazioni.

Arriva Barbaro, non so perché ha gli occhi lucidi, forse li ha così da prima o gli sono venuti quando mi ha visto, vuole una Tucola (la cola cubana) che di alcolici non ne può bere, io un’altra limonata zuccherata da Pereira magro quale sono. Con tutta l’intensità possibile non diciamo una parola; quando si rompe l’amplificazione del sestetto i musicisti concedono solo altri due pezzi cantati come dicono loro a pleno pecho, cioè senza l’aiuto dei microfoni, per questo, se è possibile, ancora più struggenti. Visto il caldo e l’età del cantante continuare a esibirsi in quelle condizioni è troppo faticoso e rinunciano cortesi alle richieste di bis, accettando solo qualche birra offerta dal pubblico esclusivamente cubano. Barbaro deve tornare a custodire il suo nulla, io e il sestetto ce ne andiamo ognuno per la sua strada, che per qualche passo avrei voluto essere la stessa, per far in modo che l’allontanamento verso la notte fosse meno brusco.

La mattina il caldo continua, salto a piè pari la colazione per paura di incorrere in un altro interrogatorio, ancora più odioso se non si ha voglia di far uscire parole e tanto meno frasi di circostanza.

Si va a visitare il Mausoleo di Ernesto Guevara.

Fuori il sole non si vede coperto dall’umidità ma il caldo è lo stesso della sera prima; è presto e non ho idea dell’ora cui apra, so solo che devo fare un paio di chilometri a piedi…..meglio, che voglio fare i due chilometri a piedi per raggiungerlo. E in testa cominciano a risuonare confuse strofe della canzone di Victor Jara  “El aparecido”.

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Per strada si incrocia poca gente,  sui loro visi, mi sembra di scorgere una cicatrice trattenuta con i denti come quella di chi, per ostinazione, decide di non piangere al funerale della propria madre; forse la cicatrice è solo l’evidenza esteriore della rabbia per la prospettiva di un’altra giornata misera, la sottolineatura di un fallimento. Ma le due cicatrici non si escludono  anzi l’una rende più profonda l’altra e un giorno il dolore sarà tanto intenso da far deragliare un altro treno carico di armi e soldati.

Il mausoleo è diviso in tre aree, la tomba, un museo e un piazzale antistante. Quando arrivo i  prime due sono chiusi ma nell’attesa nel piazzale c’è tanto da vedere e da fotografare. L’architettura è quella celebrativa e come tale è  l’architettura di una sconfitta, ma bella è la statua enorme  del comandante e la lettera integrale indirizzata a Fidel Castro riportata  su un parallelepipedo di roccia, dove il Che annuncia le sue dimissioni da ogni carica politica e militare a Cuba per  riprendere il suo lavoro di guerrigliero. Inizia con una frase  che in tutta la  sua semplicità ricorda la profondità di una amicizia, una di quelle  di cui io ho imparato a fare senza, per incapacità o sfortuna.

Fidel:

Me recuerdo en esta hora de muchas cosas, de cuando te conocí en casa de María Antonia, de cuando me propusiste venir, de toda la tensión de los preparativos.

Esce un po’ di sole e mi rendo conto che nel grande prato intorno alla statua pascolano tre cavalli e non so perché lo prendo come un gesto di grande rispetto, il meno celebrativo, il più necessario.

Entro  prima al museo, dove sono raccolte tante foto per le più famosissime e oggetti che hanno l’unico merito di essere appartenuti a Ernesto Guevara. Mi piace la foto del comandante sdraiato che legge Goethe e la boina (basco) con la stellina rossa a cinque punte.

Se  non fosse per l’aria condizionata nella tomba di fronte sembrerebbe di stare in una grotta carsica; la penombra invece è quella di una stanza di campagna con scuri accostati nel caldo di agosto. Lì sono ospitati i resti di Guevara e di altri 14 guerriglieri e i ritratti in ceramica  dei  39 caduti in Bolivia; uno solo è un poco più grande degli altri e una stella a cinque punte di luce naturale, quando il sole lo permette, lo illumina mentre dal pavimento, poco distante, dove il Che è sepolto, esce una piccola fiamma.

Esco al sole ormai violento, inghiotto saliva e mi siedo a scrivere queste righe: i cavalli continuano a pascolare senza padrone, una cagnetta uscita da chissà dove mi mordicchia la matita mentre scrivo facendomi fare magnifici scarabocchi, la chiamo Remedios mentre  la accoccolo tra le gambe per continuare a scrivere.

In testa continua a risuonare

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Parole che vanno bene per ogni sconfitto, zingaro, guerrigliero o ladro di supermercato che sia.

Una ragazza in divisa bianca da infermiera passa svelta, mi vede e mi sorride, ricambio portando il dito alla visiera della mia coppola siciliana e quel sorriso è tutto quello di cui avevo bisogno. L’ultimo abbraccio di Santa Clara.