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Attraversando Valona

Viaggio nell’Albania senza turisti. Dove gli arrivi sono soprattutto ritorni in patria e il forestiero è ancora una sorpresa

Testo e foto di Francesca Masotti

Il traghetto è arrivato al porto, mi preparo a scendere, dal finestrino intravedo la costa e le colline che la circondano, che la cullano, braccia gelose che vogliono proteggerla. È tutto molto verde.

Esco sul ponte per vedere meglio, il momento in cui il traghetto entra nel porto è emozionante e rassicurante al tempo stesso. Osservo i volti delle persone intorno a me che guardano con nostalgia ed orgoglio, il panorama che si estende davanti ai loro occhi, sanno già che troveranno i loro parenti ad aspettarli. Questo è il loro posto, la loro casa. Non ci si può rendere conto di quanto possa essere difficile per loro non vivere, non essere nel loro paese, finché non si nota quello sguardo; c’è un velo umido sopra quegli occhi, non so se è più per la gioia di essere tornati o per la tristezza di non esserci stati. È come se vedessero questa terra per la prima volta, partecipo a questo momento che per loro è diventato ormai un rituale.

Il mare è splendido, siamo al porto ed è limpido, mai vista una cosa del genere. Le colline che abbracciano la costa sono intoccate, in alcune non c’è traccia di esseri umani, èuna bellezza pura, genuina. Mi guardo intorno un’ultima volta prima di rientrare e scendere insieme agli altri, sono contenta e certa che questa sarà un’esperienza diversa dalle altre, prendo le mie cose e mi metto in fila. Faccio un respiro profondo, adesso comincia l’avventura in questo paese così vicino, eppure così lontano.

Uomini, donne e ragazzini scendono frettolosi dal traghetto e raggiungono i loro cari, questi fanno a gara per abbracciarli, per toccarli, per avere la certezza che sono lì veramente. È una scena intima.

Le donne si abbracciano tra di loro toccandosi i volti, gli uomini, inizialmente, si scambiano reverenti saluti stringendosi le mani, poi si lasciano andare.

Il sole inizia a scaldare la terra e ad illuminare tutto quello che riesce a toccare con i suoi raggi. Forse i sorrisi rilassati e sinceri di queste persone lo hanno fatto uscire da dietro le colline, dove era nascosto.

Mi incammino dentro le stradine sconosciute di questa misteriosa città, l’atmosfera è quasi mediorientale, dai barroccini situati ai lati delle strade proviene l’odore di cibi turchi che penetra nelle narici, viene voglia di fermarsi ad assaggiare i vari tipi di byrek preparati lì per lì.

Nelle strade polverose e piene di buche girano senza meta cani randagi magri ed impauriti, hanno la fame negli occhi, spuntano dai cespugli e rientrano dentro silenziosi, fanno di tutto per non farsi osservare, fantasmi che escono di nascosto e girovagano nella speranza di trovare cibo o acqua.

Dai marciapiedi spuntano cartelloni pubblicitari che propongono le ultime novità commerciali.

La città è composta da tanti edifici diversi tra loro che si affacciano sulle strade piene di palme giganti, ci sono palazzi moderni accanto a case vecchie, sembrano messi lì a caso, senza una logica, senza un senso, eppure un senso ce l’hanno.

Davanti ai Giardini Comunali di piazza della Bandiera (Sheshi i Flamurit), dove si trova il monumento della dichiarazione di indipendenza, c’è un mercatino di libri usati e di giornali, anziani signori stanno seduti sul muricciolo e parlano del più e del meno.

Il monumento della dichiarazione d’indipendenza si trova in Sheshi i Flamurit è dominante, è una maestosa dichiarazione di orgoglio nazionale slanciata verso l’alto, una strana figura di un portabandiera sorretto da un masso a cui sono appoggiate figure di uomini seri del movimento di indipendenza. È in questa città che nel 1912 Ismail Qemali, politico albanese che divenne il primo capo di governo dell’Albania, dichiarò l’indipendenza dell’Albania, degli albanesi poi rivista con i trattati londinesi dell’anno successivo.

E c’è la moschea di Muradiye, è così semplice da togliere il fiato. È circondata da un basso recinto al cui interno ci sono alberi che la ombreggiano in alcuni punti, le righe orizzontali le danno un tocco di serietà, non ha sfarzi, è austera, spartana, è bellissima proprio per questo. Nella sua modesta semplicità cattura l’attenzione nel centro cittadino, incastrata tra strade rumorose e piene di macchine, sembra un’oasi di pace dentro al caos.

Ogni strada principale è piena di incroci che ti portano in stradine strette e tortuose, appena giri un angolo vedi gruppi di anziani signori vestiti in abito e col cappello che giocano a scacchi e si arrabbiano tra di loro, stanno appollaiati su sgabelli arrugginiti mentre pensano alla prossima mossa da fare, i calzini escono dai pantaloni troppo corti. Bambini che corrono e giocano per strada con tutto quello che gli capita tra le mani, donne che girano affaccendatissime con buste della spesa in mano. Ragazzi secchi all’osso camminano, molleggiando, con le mani in tasca e lanciano occhiate a gruppi di truccatissime ragazze che ridono tra di loro.

Prendo una di queste strade e subito si apre davanti ai miei occhi un tripudio di colori: cesti di insalata e peperoni verdissimi accanto a banane gialle e pesche quasi arancioni, ne compro una, non mi scorderò mai il sapore di quelle pesche fresche appena colte dall’albero e pronte per essere mangiate, più avanti djathe, formaggi, di tutti i tipi, incastrati tra scuri barattoli in plastica di mjalte, di miele. Erbe per gli infusi strette in mazzi infondono strani e pungenti odori per tutta la strada.

Mi sentono parlare in italiano e mi guardano incuriosita, che ci fa una turiste italiane qui a Valona, nella loro città. Mi sorridono, e io che pensavo che non ci potessero vedere, visto il trattamento che è stato e purtroppo tuttora è loro riservato in Italia, che non è certo dei migliori.

Rrofsh, mirupafshim, dico, in toskë il dialetto del sud del paese, dopo aver pagato la pesca, alla dolce signora dagli occhi rassicuranti che mi guarda dall’altra parte del banco, mi sorride, i sorrisi di questa gente!

Che ci fai qui? chiede sfoggiando l’italiano che ha imparato guardando la televisione.

Sono in vacanza, in viaggio.

Brava, brava mi dice fiera del fatto che il suo paese venga visitato, sia meta di viaggi.

Proseguo per la strada tortuosa che dai banchi del cibo porta a quelli dei vestiti: montagne di scarpe accatastate vicino a giacche e felpe taroccate, sono esposte accanto a braccialetti colorati e cartoline ingiallite. Torno sul viale principale, che conduce verso il mare, dominato dalle palme, le signore di questa città. Il mare. Tutto in questa città ti conduce lì; le strade, il vento, gli odori, i volti scavati dalle rughe degli anziani, lì dove arrivi e dove parti.

Sul lungomare ci sono i venditori di pannocchie calde. Aspettano qualche ragazzino che ha fame e che per pochi spiccioli può comprarne una per sgranocchiare qualcosa mentre torna a casa, dietro di loro si estende un panorama che toglie il respiro. Questo mare così bello è nascosto agli occhi della gente, dei turisti che sono abituati ad andare in altri posti più alla moda, più in voga e che non sanno cosa si perdono, è una cosa riservata a pochi per ora. Alzo lo sguardo verso il cielo, ha lo stesso colore del mare, stringo gli occhi riducendoli a due fessure per guardare questo spettacolo, ho difficoltà a capire dove inizia l’uno e dove finisce l’altro.