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Black Tourism

Dalle settimane tra i soldati in guerra ai tour a Chernobyl, alle spedizioni a Cogne. Le mete dei turisti della lacrima

di Sara Magro

Ci sono quelli che intendono la vacanza ideale come un soggiorno di riposo in un resort di lusso, e quelli che spendono i giorni di ferie per andare in posti pericolosi, luoghi di disastri e di delitti. Sono i protagonisti del Black Tourism, ovvero il turismo oscuro che, come indicato da Mario Gerosa nel libro Nuovi Turismi (Morellini Editore; 2011), si declina in molteplici sottocategorie, War tourism, Emo Tourism, Disaster Tourism.

I turisti dark sono almeno di due tipi: quelli che cercano esperienze embedded e quelli che vogliono semplicemente assistere da spettatori. I primi sono emuli dei giornalisti di guerra, che semplicemente non vedono l’ora di avere un po’ di tempo per indossare la mimetica, di imbracciare un fucile e rischiare la vita su un vero campo di battaglia. Come meta si scelgono paesi ad alto rischio, dove non è escluso di trovarsi davanti a un trafficante di droga o a un terrorista, e magari di essere coinvolto in azioni militari. Ma proprio questo è il piacere del turista estremo, che cerca prima di tutto una scarica di adrenalina. Per organizzare questo tipo di viaggi non si può chiedere consiglio all’agenzia sotto casa. Bisogna invece rivolgersi a un travel consultant specializzato, e in questo campo la massima autorità è Robert Young Pelton che gestisce un sito dal nome ben augurante: Come Back Alive (www.comebackalive.com). Infatti da questi viaggi non si torna con l’abbronzatura o un souvenir esotico; piuttosto, l’obiettivo è riportare a casa sana e salva la pelle.

Si dà poi il caso del Black Tourism da spettatori, che non prevede una partecipazione diretta, ma un coinvolgimento emozionale. Pur puntando di nuovo sul lato oscuro dell’indole umana, questo tipo di turismo, detto Emo-tourism o “della lacrima”, non implica infatti alcuna forma di pericolo. E ci si può organizzare il viaggio da soli. In molti casi, basta raggiungere in auto i luoghi dei delitti che hanno occupato le cronache e i media, come la casa di Novi Ligure, scenario della furia omicida di Erika e Omar, la villetta di Cogne dove è stato ucciso il piccolo Samuele Lorenzi, Garlasco, luogo dell’assassinio mai risolto di Chiara Poggi, e più recentemente la casa degli orrori degli zii di Sara Scazzi ad Avetrana.

Alla categoria del Disaster Tourism appartengono invece i tour a Chernobyl (nella foto in alto) e in altri luoghi di disastri, da quelli aerei a quelli naturali, compresi lo Tsunami del 2004, l’eruzione del vulcano Eyjafjallajökull in Islanda nel 2010 e l’esplosione della centrale nucleare di Fukushima in Giappone nel 2011. In questo caso si parte per vedere i danni provocati dagli eventi catastrofici, spesso con la guida di un esperto locale. A New Orleans per esempio opera la Gray Line (www.graylineneworleans.com) che propone Katrina Tours nei siti più colpiti dall’uragano terribile del 2005.

Difficile dire cosa spinga la gente a scegliere di trascorrere così le proprie vacanze. Di sicuro scatta un bisogno di sapere, un meccanismo di voyeurismo, che si risolve con un viaggio di immedesimazione vera o presunta con le disgrazie degli altri. Con molte probabilità, ci si reca in un posto segnato da disgrazie o calamità per testimoniare la propria partecipazione, ostentando spesso una discreta dose di dolore, come se invece di essere andati in gita si fosse stati a un funerale. Questioni etico-morali a parte, anche questo è turismo nel senso proprio del temine.