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Carlos Solito: come viaggio

Intervista a Carlos Solito, reporter e scrittore eclettico con la passione per la speleologia e il “mare nostrum”

Carlos Solito ha deciso di rivolgere lo sguardo verso l'”orizzonte”.  Da questa scelta è nata la sua professione di fotografo e scrittore di viaggio


Di Valeria Delvecchio

È partito molti anni fa dal mite sud, sua terra d’origine, non con la valigia di cartone ma con una macchina fotografica e un taccuino, inseparabili strumenti di viaggio. Si inoltra in territori remoti e sotterranei restituendoci immagini magistrali delle sue scoperte, gli piace perdersi nelle strade polverose di città dimenticate anche dagli Atlanti, ed è un discepolo silenzioso e rispettoso dei monti che scala insieme ad amici fidati ed esperti. Insomma, Carlos Solito è un “gonzo” a tutti gli effetti, o un Robinson Crusoe 2.0, se preferite, ma anche lui come tutti i comuni mortali, a volte, sogna solo una cosa… il divano.

Com’è nata quella che oggi è la sua professione. Com’è iniziato il suo girovagare? E com’è quindi avvenuto il passaggio da “turista per caso” a essere premiato come il miglior fotoreporter giramondo viaggiatore al Mare Nostrum Awards 2012?
Come dico sempre, ho avuto un’infanzia paesana fatta di vernacolo, vicoli lastricati, chiese barocche con chiostri di pieni di affreschi, e donne sull’uscio delle case che raccontavano storie di vita vissuta. Ecco il mio girovagare è iniziato nel labirinto del centro storico di Grottaglie impavesato da tramontana e scirocco, e, tra gravine, calcare primevo, caverne di un medioevo bizantino, campi di cicorie e ulivi. Tutti luoghi unici tra i quali, senza saperlo, stavo sperimentando l’osservare leggendo racconti di natura fatti di vento e luce che mi emozionavano. Ecco, da allora niente è cambiato: sono sempre uno spettatore di quello che il mondo, nelle sue declinazioni naturali, paesaggistiche, urbane e antropiche, propone. Mi siedo, guardo, ascolto, gusto visioni e interpreto.

Considerando la frammentazione dei mezzi di espressione che usa per raccontare i suoi viaggi, dove si ritrova l’unità? C’è e se sì qual è il fil rouge?
Ciò che lega tutto è il raccontare. Che io scriva, fotografi o filmi quello che voglio è raccontare, proporre una storia la cui narrazione avviene, appunto, attraverso la scrittura, una scrittura in grado di far vedere quello che con la macchina fotografica o camera da presa non sono riuscito a catturare. Viceversa, con l’arte visiva, a dare le parole c’è chiunque osservi scatti e frames video.

Come sceglie la sua destinazione e come si prepara al viaggio? Ci sono delle regole che segue o fissa prima di partire?
A volte, il più delle volte, le destinazioni nascono da un incarico di una redazione che m’invia a scattare e scrivere in un luogo vicino o lontano. Prima di partire spero sempre che il mio viaggio, oltre le rotte predefinite mi riservi anche tanti smarrimenti. Perdersi è la regola principe per scoprire e scoprirsi.

Per il 90% delle persone Lei fa il lavoro più bello del mondo. C’è qualche “contro”? C’è stato, per esempio, un momento in cui ha detto “basta mollo tutto e cambio vita”?
Viaggiare è bellissimo e i motivi li conosciamo. Viaggiare tantissimo a volte è come fare un’indigestione proprio come uno chef che non potrebbe assaggiare ogni piatto che prepara nonostante conosca le sue ricette. Amo il mio lavoro, ma quando capita di tornare dall’America e ripartire per l’India dopo neanche 24 ore, vorrei una vacanza e per me la mia vacanza ideale è il divano.

Cosa consiglia a chi vorrebbe intraprendere un percorso simile al suo?
Ubriacarsi di luoghi, vicini e lontani, perdersi tra migliaia di occhi, innamorarsi delle luci del mondo, mischiarsi tra la gente, tenere in una tasca la voglia di partire e nell’altra quella di tornare. Ma anche leggere e guardare i reportage di chi ci ha preceduto, tranne che per gli abissi marini e terrestri (grotte e caverne ancora non esplorate) è stato visto tutto di tutto e arrivare con una macchina fotografica in un luogo vuol dire essere interprete di quel luogo in quel momento. Siamo figli del nostro tempo e le foto del nostro tempo proporranno sempre una realtà diversa da quella che ci ha preceduti e da quella che verrà.

C’è qualche angolo della terra dove non è ancora stato ma che Le piacerebbe visitare?
Tantissimi. Il nostro pianeta è immenso, infinito. Non basta una vita per vederlo, scoprirlo. Poi io, con l’infezione dell’esplorazione speleologica tra grotte e abissi, non mi accontento di vedere solo un lato della medaglia: ovunque vada cerco di ficcare il naso, e l’obiettivo, anche sotto terra. Non ce la farò mai a vedere tutto quello che vorrei. Comunque uno dei luoghi che vorrei vedere quanto prima è la Terra del Fuoco: le pagine di Chatwin e Sepulveda mi hanno davvero incuriosito, oltre che appassionato.

Qual è stato il Paese o la città più interessante?
Sono affezionato al nostro sud. L’Italia Meridionale è un concentrato di cornici naturali, dall’entroterra al mare fino alle isole, uniche all’interno delle quali ci sono uomini e donne con visi forti, sguardi profondi e una lirica del neorealismo che pensiamo appartenere ad altri tempi e, invece, fortunatamente, vive ancora oggi. Non a caso è nato il mio progetto SUD, Sguardi Uomini Donne, un viaggio fotografico in bianco e nero tra Puglia, Basilicata, Campania, Calabria e Sicilia. Progetto che ha dato ai natali l’omonima mostra per la quale Folco Quilici e Mimmo Jodice mi hanno assegnato il Mare Nostrum Awards 2012.

Ha scritto antologie dedicate alle montagne: si è ispirato a qualcuno in particolare? Magari a qualcuno dei grandi con cui hai collaborato?
La letteratura di montagna è straordinaria: racconta, appunto, un mondo straordinario, misterioso, sempre nuovo, zeppo di sorprese, estraneo alla frenesia delle contingenze quotidiane. Quindi diventa luogo letterario ideale e sorgente d’ispirazione per storie da scrivere, seguire, leggere. Tra i miei autori preferiti Fosco Maraini e la stessa figlia Dacia, viaggiatrice instancabile, che nell’antologia Montagne, avventura passione sfida (Elliot, Roma, 2012) ha pubblicato un racconto inedito dedicato al padre. Tra i vari di questo libro ai quali sono molto affezionato ci sono anche Paolo Rumiz, Maurizio Maggiani e Andrea Bocconi.

La sua passione è la speleologia: qual è il posto migliore per praticarla? Dove sono gli abissi della terra?
Ovunque ci sia calcare, montagne, altipiani, tavolati, ci sono grotte. In Italia ce ne sono oltre 35mila e, assicuro, che al pari delle bellezze del nostro patrimonio artistico, sotto terra, nel buio più assoluto, le pance rocciose sono veri e propri  forzieri con gioielli di pietra e sculture cesellate nel corso di  migliaia e migliaia di anni dal lento e millenario stillicidio delle acque. Uno spettacolo unico: fin quando non ci sei davanti non ci credi. Tra i luoghi più belli, la Sardegna sotterranea. Destabilizza, scuote. Ti dice di quanto il carsismo sia roba alchemica e finché non arrivi a Su Palu o Tiscali a valle Lanaittu credi che quelle grandezze appartengano solo alle fantasie letterarie di Jules Verne o, per stare nella realtà, ai carsi tropicali. Ogni speleologo dovrebbe pellegrinare in Sardegna: è un’autentica mecca speleologica.

È appena tornato da un viaggio in Messico sulle tracce dei Maya. Cosa ha scoperto?
Tra il Chiapas e la penisola dello Yucatan ho viaggiato per strade polverose cercando di scovare quanti più possibili siti precolombiani seguendo gli indios in luoghi assurdi di bellezza e silenzi. In tutti ho scoperto la magia dell’eternità. Arrivare dopo ore di lancia sul rio Usumacinta, al confine col Guatemala, al cospetto di rovine Maya ormai fagocitate dalla foresta tropicale è una sensazione forte che annuncia qualcosa che va oltre noi stessi. E il bello è che anche tra qualche secolo qualsiasi altro viaggiatore ci arriverà a Yaxchilán resterà a bocca aperta con lo sguardo rivolto in alto, perso tra le monumentali ceiba, alberi altissimi.

È cambiato negli anni il modo di viaggiare?
Sostanzialmente, oggi, prima di qualsiasi viaggio in un luogo ci arrivi virtualmente con un click. In tempo reale si scoprono sorprese belle e brutte che magari qualche tempo fa scovavi solo sul posto e, in misura giusta, “colorivano” lo stesso viaggio. Diciamo che oggi si viaggia, molto, ma molto più informati. Ma l’essenza del viaggio, il senso di scoperta, resta sempre lo stesso.

Ha presentato a Montréal il suo ultimo cortometraggio Québec, my version. Qual è la sua versione su questa controversa regione canadese?
Un posto lontano dalla mia immaginazione di viaggiatore. In primis: avevo già sofferto il freddo e conosciuto tanto ghiaccio in Islanda e sulle alte quote dell’America Latina, ma un freddo così pungente con un calore “tutto umano” a fine giornata no, non lo avevo mai provato. Neve e fiamme, due antipodi che a fine giornata si accostavano e facevano poesia: ovvero il ricordo di quello che avevo vissuto durante i chilometri, tanti, percorsi su una slitta trainata da husky siberiani nelle terre severe degli indiani Atikamekw e poi, al calare del sole, il tepore di un rifugio o una tenda scaldata da un focolare. Poi, alla fine del viaggio, di tutto, lì dove il San Lorenzo si avvicina all’Oceano, c’è Montréal, una metropoli dal caos calmo che ripropone l’ossessione quebécoise del dualismo: a partire dalle lingue francese e inglese fino all’urban style della città. Quella antica, intricata di viuzze e piazze, è un pezzo urbano d’Europa trapiantato in Canada mentre la città futuristica, zeppa di grattacieli e stradoni, è un omaggio architettonico all’America. Anche qui, anche in questa cornice, gli opposti si accostano e fanno bellezza, fanno Québec.

La sua penultima narrativa uscita a Milano, nel 2010, per Versante Sud nel 2010, Il contrasto del sole, diventa un’opera teatrale a Parigi. Con chi ha collaborato alla realizzazione dello spettacolo e in che modo?
Per tutto il mese di dicembre a Parigi, l’amica regista italofrancese Paola Greco, ha messo in scena il libro a le Théâtre du Temps, quartiere Voltaire, col titolo Le contraire du soleil. Io ho firmato la sceneggiatura adattandola alla tematica della reclusione mantenendo la metafora dell’esplorazione. Come ha detto la stessa regista, ne è venuta fuori: “Un’idea di teatro introspettiva e fantastica all’interno di uno spazio di reclusione (la stessa scena del du Temps, buia e piccola, ricorda un ambiente ipogeo come una grotta o una cella angusta), di cui davvero poco si conosce”. I miei dialoghi sotterranei, interpretati dagli attori Michael Gaya Amiar, Rachid Fadlaoui e Olivier Kuhn, propongono l’incontro con una realtà drammatica e tragicamente reale come il carcere permettendo di superare una frontiera di conoscenza e di pregiudizio. L’atto unico, lungo poco più di un’ora, concede di percepire il peso e la violenza della detenzione e di confrontarsi e riflettere sul senso e sullo spazio della libertà. Allo stesso modo, con questo lavoro Paola ha presentato un mezzo alternativo che sfrutta e adopera i limiti – riconoscendoli – come strumenti per una ricerca personale.

Nel frattempo Missoni ha scelto di vestirla, come mai?
Come interprete dei colori del mondo, tra mari, terre vicine e lontane, ghiacciai, vulcani, metropoli e tutto ciò che magicamente la cromia propone, ha incrociato le rotte della maison Missoni che ha scelto di vestirmi nelle mie migrazioni creative per le interpretazioni fotografiche, video e di scrittura. Il perché sta nell’assonanza cromatica e interpretativa di quella che è una delle più importanti maison di moda italiana con me che, seguendo la filosofia del viaggio, migro da colore in colore, da un capo all’altro del nostro pianeta, assimilando e proponendo scatti, frames video e righe che, mi piace virgolettare, “spremo come limoni da tutto ciò che il mondo a colori è in grado di generare: le emozioni”.

Domanda bruciapelo. Se dovesse scegliere solo un oggetto, cosa metterebbe nello zaino di viaggio: un taccuino o una macchina fotografica?
La macchina fotografica.