REPORTAGE

Di Cusco e di altri posti

Racconto di Claudio Puglisi che vive tra l’Italia e il Perù, e qui si appassiona alla terra e al popolo come solo uno straniero può fare

Racconto di un geologo che vive tra l’Italia e il Perù, e qui si appassiona alla terra e al popolo come solo uno straniero può fare

Di Claudio Puglisi

Mi piace passeggiare per il barrio di San Blas e incontrare la panaderia dove tante volte ho comprato pane e i biscotti. E scendere alla plaza de armas fischiettando con le mani in tasca e sentire un amico che urla “Claudio, amigo que haces hotra vez por acà y siempre con la misma casaca roja”.

Poi mi piace chiamare Melissa e scoprire che il suo cellulare è sempre lo stesso e da lei sapere della sua famiglia e dei suoi figli. Mi piace vedere la sua faccia invecchiata in 12 anni e con lei ridere del fallimento delle nostre vite, davanti un te scuro. Mi piace indicare la strada ad un taxista perché lui non conosce la via ma io si.

Mi piace fino a farmi spezzare il cuore arrivare allegro per un nuovo incontro e un letto pieno di coperte al Qosqowasinchy, la casa della Coltura Solidaria, e sapere che ormai ha chiuso e scoprire e che l’ostinazione delle sue donne è stata sconfitta. Sapere, allora, che non ho più la mia casa a Cusco perché le cose finiscono ed è bene ricominciare ancora.

Mi piace prendere il combi (una specie di autobus piccolissimo) 12 perché so esattamente dove va e so esattamente cosa vuole el cobrador (diciamo una specie di bigliettaio) quando fa tintinnare i suoi spicci nella mano. Gli do i miei 80 centesi e dico “ a la equina” e mi piace vedere che lui ha capito bene perché ripete a voce alta rivolto all’autista “ a la esquina bajan” . Mi piace trasformarmi in cobrador  a Tuxla Gutierrez (Chiapas): è sufficiente  sedersi in quel preciso posto e gli altri passeggeri ti danno i loro spicci e tu distribuisci i resti.

Mi piace affacciarmi alla porta di una bettola e chiedere “si hay menù” e mangiare per un due o tre soles un primo ed un secondo con un infuso di qualche erba senza che nessuno ti porti un menù sul quale scegliere . Sapere che la domenica in piazza San Francisco le donne dai paesi di montagna scendono e cucinano per strada; ti fanno accomodare su sgabelli bassi e ti mettono in grembo un piatto ricolomo e una forchetta. Sorridere dei turisti, mani in tasca fischiettando, che si affannano a fotografare una sfilata o una processione pensando di avere avuto un colpo di fortuna, senza sapere che nei prossimi 10 giorni ci saranno almeno 15 tra sfilate e processioni.

E mi piace entrare nei mercati a Cusco, Aguas Calientes, Caraz, Huaraz Arequipa e farmi fare l’orlo ai pantaloni o farmi attaccare un bottone e sapere che mentre aspetto le signore mi chiamano “Caserito” agitando un giornale e da loro fare colazione con un 3 o 4 bicchieri di succo d’arancia con giusto un po’ di banana e un panino con queso y plata (avocado). Mi piace ancor di più saper che quella signora li già lo sa e mentre mi serve mi dice “ Caserito, hace mucho tiempo que te la veo” (è molto tempo che non la vedo).

Mi piace quando le ragazze messicane mi chiamano “papasito” o” hijito”.

Mi piace perdermi per i vicoli cercando quel ragazzo che faceva quei maglioni di Alpaca bellissimi e pensare “ ma cavolo doveva essere proprio qui” per quei vicoli dove la pulizia del turismo non è ancora arrivata e la pavimentazione e il camino incerto per il selciato non più fermo e per la  scale con gradini alti e sconnessi.

Entrare in quel barrio sapendo bene che passare di li di notte non è tanto buono e camminare sicuro tendendo l’orecchio ai passi alle spalle e scrutando da lontano le facce davanti, per poi essere felice che ancora una volta non è successo nulla, ma che infondo anche se fosse successo qualcosa non sarebbe stato un gran guaio, un piccolo obolo lanciato alla miseria di quelli che non riescono ad ingoiare la rabbia  che la differenza con la spensierata pulizia degli stranieri genera.

Mi piace non stupirmi più e nel non tentare di rubare una foto proibita incrociando per strada le signore indios con le gonne larghe e gli stravaganti cappelli diversi secondo il pueblo di provenienza.

Mi piacerebbe essere consueto in Perù, Chile, Messico, Mongolia, Scozia o in Sicilia, così come mi piace, come un bambino, rileggere mille volte una storia fino ad ingoiarla, a renderla intima, prima di passare ad un’altra. Mi piace essere consueto in molti posti, non in tutti.

Mi piace non avere di là una famiglia, un figlio che trattiene per un amore folle, assoluto.

Posso capirne la mancanza, intuirne la pienezza, ma mi piace sapere che prima o poi, in una combi, una signora indios, sedendosi al mio fianco con la sua gonna e il suo buffo cappello, mi chiederà “Caserito, de donde eres” per curiosità o voglia di chiacchierare e che tira fuori dal suo involto una patata bollita e me la offre come merenda.