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Inafferrabile Bangkok

C’è solo un modo per capire la metropoli thailandese: entrarci dentro. Nei suoi vicoli, tra i suoi odori, nella confusione della gente

C’è solo un modo per capire la metropoli thailandese: entrarci dentro, farsi ingoiare nei suoi vicoli, tra i suoi odori, nella confusione della gente

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Testo e foto di Luca Fantacone

Trovare un aggettivo per descrivere Bangkok dopo 11 anni dalla prima e unica volta in cui l’ho visitata è abbastanza facile, perché è sempre lo stesso: inafferrabile.

Bangkok è una città che ti accoglie con la tradizionale cortesia e vocazione all’ospitalità dei Thailandesi, ma al tempo stesso non si concede al visitatore per blandirlo più di tanto: è troppo indaffarata, troppo impegnata a mantenere il suo equilibrio instabile fra tradizione e innovazione, povertà e ricchezza, stasi e movimento. E troppo attiva, febbrile.

Una città che on tradisce la sua natura, nata e sviluppatasi fra l’acqua e la terraferma, sempre alla ricerca di una stabilità, ma inevitabilmente condizionata da qualcosa che sempre si muove e sempre esige un continuo adattamento.

Visitare Bangkok non è difficile a patto che ci si abbandoni ai suoi ritmi, al suo pulsare irregolare, a dove la città stessa vuole che i visitatori si fermino, si rimettano in moto, indugino, si confondano; allo scorrere di un tempo che spesso implica la pazienza di aspettare che qualcosa succeda o non succeda.

Essere curiosi e pazienti sono i due requisiti fondamentali che Bangkok richiede (e impone, ora dopo ora) ai viaggiatori che la vogliono esplorare. La terza può essere quella di essere molto istintivi, di essere pronti a cambiare itinerario improvvisamente, guidati da colori, odori, scorci, rumori che in un attimo possano farci immaginare qualcosa di piacevolmente imprevisto. Bangkok è infatti una metropoli molto fisica, prende alla gola e condiziona da subito: i sensi sono obbligati a fare i conti con stimoli diversi da quelli che un occidentale normalmente riceve quotidianamente. E le esperienze sensoriali fanno parte di Bangkok, equivalgono a visitare i Wat, a navigare il fiume Chao Praya, a perdersi negli immensi centri commerciali, o a divincolarsi dalla folla di persone e tuk tuk a Chinatown.

Quindi per conoscerla e tentare di capire Bangkok, bisogna dilatare al massimo le narici, gli occhi, le orecchie, e lasciarsi attraversare dal flusso di provocazioni che mette in subbuglio il proprio modo usuale di essere e stare.

Solo così si può sopportare il dinamico equilibrio tra la sua anima orientale e la sua proiezione occidentale,  la sacralità dei suoi templi e il consumismo dissacrante, la vita di strada e la sofisticata eleganza di molti interni, la fermezza degli sguardi di chi poco ha e poco cerca e i suadenti sorrisi di chi ostenta un lusso chiaramente esagerato. Sapersi muovere all’interno dei fasci nervosi e muscolari di Bangkok è la chiave di tutta la visita.

Sul fiume Chao Praya ci si sposta con facilità e rapidità tra mete imprescindibili; si osserva la vita degli abitanti; si immagina come e quanto la città si sia sviluppata intorno e in funzione dell’acqua, quanto è cambiata e quanto non voglia cambiare tenendo in vita i mercati galleggianti, la cucina sulle long tail boats, le palafitte.

Muoversi per Bangkok vuol dire anche stare per strada più tempo possibile, camminare nei quartieri e lasciarsi trascinare dal suo flusso di umanità. Solo così si entra nell’intreccio di sapori, odori, colori indecifrabili. La vita si svolge  all’aria aperta. Per strada si mangia, si cucina, si studia, si lavora, si dorme, si conosce. Sembra che la gente dica: “noi siamo qui, facciamo la nostra vita, e tu viaggiatore, se vuoi, puoi vedere e provare tutto di noi. Sta a te non avere timore ed essere curioso” .

Bangkok vuole cambiare sempre, e mai del tutto. Ed è per questo che quando ci sono tornato dopo 11 anni è stato come rivedere un vecchio amico, sempre riconoscibile ma con un sacco di cose nuove da raccontare.