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Viaggiare a piedi

Riflessioni sul camminare raccolte durante il primo Festival della Viandanza a Monteriggioni. Con spunti di Erri de Luca e Paolo Rumiz

Riflessioni sul camminare raccolte durante il primo Festival della Viandanza a Monteriggioni. Con spunti di Erri de Luca e Paolo Rumiz

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Di Maurizio Pancotti

Lo scorso giugno Monteriggioni, in Toscana, ha ospitato a buon titolo, poiché situato lungo la via Francigena, il primo Festival della Viandanza, un evento che voleva catalizzare tutte le innumerevoli esperienze legate al cosidetto “andamento lento” allo scopo di contarsi e creare un circuito caratterizzato a valorizzare e a far conoscere un modo nuovo, ma in realtà il più antico di tutti, di viaggiare: l’andare a piedi. Camminare non è solo un atto fisico, è una forma di conoscenza che ci lega all’ambiente in cui ci troviamo. Che lo si faccia per motivi religiosi, sportivi, esplorativi ci si accorge subito di come questo atto induca immediatamente una forma di “meditazione fisica”. È come se, sempre che si possa stabilire una differenza tra mente e corpo, l’una si fisicizzasse e l’altro si spiritualizzasse. Non è un caso che il pellegrinaggio (pratica religiosa per eccellenza) fosse nella sua essenza un lungo viaggio a piedi il cui scopo era si raggiungere una meta, fosse la Terra Santa, Roma o Santiago de Compostela, ma che aveva una sua ragione d’essere, aldilà della meta stessa nel suo svolgersi, attraverso luoghi sconosciuti, alle volte pericolosi, incontrando gente che parlava lingue incomprensibili dalle usanze imperscrutabili confrontandosi con la fatica, con la malattia e anche con la morte. Era un modo di capire la propria solitudine ma anche le proprie risorse, di capire quanto l’altro e l’ambiente ci potessero essere necessari oppure ostili. Viaggiare con i propri mezzi e i piedi lo sono per eccellenza, induce dunque una forma di conoscenza che secondo alcuni rappresenta il fine ultimo del viaggio. Vengono in mente i poeti romantici con i loro “viaggi di formazione” e con i loro personaggi, spesso viandanti, che con le loro peregrinazioni esprimevano la metafora del vagare della vita. Sul significato formativo del viaggio a piedi, a Monteriggioni tutti erano d’accordo, magari con sfumature differenti: chi poneva l’accento sull’esperienza umana, chi sugli aspetti “ZEN” dell’arte del camminare, non sono mancate anche considerazioni sull’aspetto turistico commerciale di questa forma di viaggio, quindi creazione di un indotto economico legato alla viandanza (ospitalità, ricettività, formazione di personale dedicato).

Erri Deluca, invitato al festival si è prodotto in un Elogio dei piedi nel quale considera come unico e vero viaggio quello fatto a piedi, prendere un aereo, un’ automobile  o un elicottero non è viaggiare ma spostarsi, le grandi imprese sono state fatte a piedi, dalla conquista dell’Everest a quella del Polo Nord, le grandi migrazioni  di popoli non si servono dell’aereoplano ma dei piedi, camminare è trasgressivo e destabilizzante per il potere perché non può esercitare un reale e concreto controllo sui movimenti delle persone, chi decide di emigrare clandestinamente lo fa nella maggior parte dei casi camminando, l’alpinista quando è in vetta viola continuamente i confini e nessuno lo può fermare e metaforicamente il suo percorso sul crinale diventa una cucitura che unisce i popoli e non li divide come fanno invece i confini.

E i confini, sempre a Monteriggioni, ci ha pensato Paolo Rumiz a violarli, raccontando, accompagnato da due bravi musicisti, il suo viaggio a piedi da Trieste a Pola: un viaggio ricco di incontri, di sapori, di profumi, di suoni e di visioni in cui c’è la sensazione di vivere fra le righe della quotidianità e del tempo degli altri, perché viaggiare a piedi ti avvicina a te stesso e ti riporta sempre a qualcosa di dimenticato ma estremamente vitale, si colgono i segni dell’avvicinamento alla meta attraverso messaggi quasi subliminali, micro cambiamenti del paesaggio e del clima, tutti i sensi si acuiscono e i parametri vitali e le esigenze si relativizzano. E senti la birra che dopo una giornata di cammino ti ristora mentre i tuoi piedi escono dalle tue vecchie scarpe a godersi la sera senza desiderare altro, passi nel posto pieno di vipere impaurito ma compiaciuto per il tuo coraggio, ti senti sicuro con il tuo bastone e il sasso in mano quando incontri il cane randagio ma sai che il vero segreto sta nel non fargli percepire la tua paura. Poi la memoria storica, la guerra fratricida, i ricordi di famiglia, gli incontri, l’appartenere a due terre e dunque a nessuna o a tutte. E finalmente Pola  e il promontorio e il bagno a mare! Un finale preparato dal viaggio e dalla fatica, la sensazione di aver costruito un percorso di avere fatto un’impresa, di aver contato sulle tue forze e di avere lasciato un segno del tuo passaggio.

“Non esiste felicità più perfetta di quella del camminatore”

Anche l’anno prossimo a Monteriggioni si replica. E dunque tutti in cammino per il secondo Festival della Viandanza 2013 (in giugno). Suseia ultreia! (antico saluto di incoraggiamento dei pellegrini del cammino di Santiago).

Festival della Viandanza
tel. 3456515891
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