Europe

A Barcellona per Bruce

Con la scusa dei tour di Springsteen, Gianluigi Miglio ha girato l’Europa e gli States. Oltre che un fan fedele è un vero viaggiatore

Con la scusa dei tour di Springsteen, Gianluigi Miglio ha girato l’Europa e gli States. Oltre che un fan fedele è un vero viaggiatore


Di Gianluigi Miglio, foto di Nuria Perez

Barcelona,  17 e 18 Maggio 2012

Ci risiamo, comincia la tournée di Bruce (Springsteen), e per chi come me ama la sua musica ed è disposto a seguirla ovunque (almeno finché posso), ogni tour è un’odissea, un lavoro che assorbe tutte le 24 ore del giorno per più giorni. Si dorme poco o niente, e si riparte il giorno dopo. Come buona parte dei miei viaggi, anche quello per Barcellona è finalizzato a seguire Bruce e la sua musica, poi una volta in trasferta e non si possono più dissociare viaggio e musica, cucina e storia. Fa tutto parte del gioco.

Quelli del 17 e 18 maggio sono stati i primi due concerti del tour 2012. Quindi c’era grande attesa, voglia di rivedere lo spettacolo dopo 3 anni.

Appena arrivato, parto con il giro classico del Barrio Gotico, dalla fermata del metro di Liceu, al centro della Rambla, giù verso il mare; poi mi infilo nelle vie più nascoste e tipiche della città vecchia, mi fermo a un bar per le tapas di rito, e via di nuovo a macinare chilometri per visitare chiese e monumenti, tantissimi. Una passeggiata fantastica.

Barcellona l’avevo già visitata nel 2002 e nel 2008, sempre per i concerti di Bruce. È una città multietnica, accogliente, con gente meravigliosa che però, in questi ultimi due-tre anni, è profondamente in crisi, come gli altri paesi mediterranei. Mi raccontano di escalation di violenza e rapine un po’ dappertutto, anche se io non me ne sono accorto; ho visto la solita amabile gente, un sacco di turisti, commercianti e artisti, i soliti diseredati e sbandati che vivono per strada, niente di diverso…

La mattina seguente, abbastanza presto, scatta l’ora del “lavoro”. Di corsa sulla metro verso il Montjuic, dove saranno i concerti di Bruce; vado a controllare la situazione e a capire come funziona la coda per entrare nel pit, la zona delimitata sotto al palco dove si vede benissimo (non sempre vuol dire anche che si sente meglio, purtroppo) e si sta un po’ più larghi e tranquilli che non nel prato, dove la massa è soffocante.

Tutto bene, sono tra i primi 600 in lizza. C’è una lista numerata con appelli autogestiti ogni due/tre ore. Mi va di lusso, l’appello seguente sarà alle 15, vuol dire che ho più di mezza giornata per farmi un pranzo leggero e un’altra camminata su e giù per il Montjuic, fino alla cima dove c’è una vista spettacolare, a est verso il porto e Barceloneta, e dall’altra parte fino alle colline dell’entroterra. Svetta su tutto la Sagrada Familia, mia meta del giorno dopo, tra un appello e l’altro, tra una chiaccherata e l’altra con gli amici e i fratelli di sangue, di ogni colore e nazionalità, che ho conosciuto qua e là nel mondo in più vent’anni di tour di Springsteen.

Il tour, i concerti. Sono una meta, lo scopo ultimo del viaggio. Difficile da spiegare. Appena comincia il concerto, mi succede sempre di sentire quella sensazione unica, inebriante, totalmente coinvolgente che mi prese la prima volta, ed è un’emozione vera, forte, sincera, è amore, gioia e festa, voglia di cantare, ballare, saltare… E a ogni concerto è più o meno sempre così; alla fine, esausto, sono pienamente soddisfatto e grato a quell’uomo e alle sue band che entrano in simbiosi totale con me e chissà quanti altri come me, che danno anima e corpo per il loro spettacolo e per il loro pubblico.

E come sempre, gli ultimi spettacoli visti sono sempre i migliori. I due concerti di Barcellona entrano dritti dritti nella mia “top five”. Sono state due serate fenomenali, oltre tre ore di concerto ciscuna, 40 canzoni in tutto, 12 cambi da una sera all’altra su 28-29 canzoni che compongono lo spettacolo. Due concerti molto intensi e ben suonati, un giusto mix di pezzi nuovi e vecchi, di classici anni  ’70 e ’80 e produzioni recenti.

Dal vivo Bruce è inimitabile, non solo come performer, nonostante non sia più un ragazzo; negli ultimi vent’anni  ha aggiunto al suo repertorio alcuni pezzi traditional che lui e la E Street Band interpretano divinamente. Così ogni tanto, a sorpresa, compaiono nelle scalette pezzi dimenticati da decenni, dai suoi primi dischi alle cover della storia folk rock, pezzi unici che mi auguro sempre di sentire; è da qui che nasce il mito Bruce e la folle corsa al suo seguito in giro per tutto il mondo.

Il tour americano si è concluso con numeri già impressionanti, 25 show della durata variabile tra le 2 ore e 35 minuti e le 3 ore e 10 raggiunte a San José;  dalle 24 alle 28 canzoni suonate in ogni show, e di queste solo 12 fisse. Ogni volta qualche pezzo raro, per il resto un’alternanza varia ma prevedibile per un totale di 78 canzoni. Do i numeri per far capire l’unicità di Bruce e della E Street Band. Nessuno, proprio nessuno, sa fare concerti così, con un repertorio di 200 canzoni. Ogni  sera fa storia a sé, tutte uniche e imperdibili, se si può.

Il tour dell’estate 2012 è concentrato sulla crisi e nonostante la scaletta delle canzoni sia sempre piuttosto varia, come negli anni scorsi, è più centrata sull’argomento; lo show dura da due ore e mezza a tre ore, tutto di fila, sudore lacrime e sangue per lui e per noi… un’infilata di pezzi potenti, veloci e “cattivi” che non lasciano respiro per venti minuti, poi una pausa per riprendere fiato, e via di nuovo, un’altra pausa e gran finale con 5,6 pezzi arroventati che stremano. Il finale porta il pubblico al top emozionale con il tributo al sassofonista storico della Band, Clarence “Big Man” Clemons, morto poco più di un anno fa, amico fraterno e figura fondamentale nella crescita umana e artistica di Bruce. Anche nella prima mezz’ora si vive un momento molto toccante, con il ricordo per “Phantom” Danny Federici, altro grande musicista e uno dei primi a suonare con Bruce alla fine degli anni ’60.

Mentre Bruce cantava io pensavo a Woodie Guthrie e Leadbelly che giravano per i campi di lavoro degli Stati Uniti cantando per i lavoratori in sciopero e prendendosi un sacco di legnate dai vigilantes e dalla polizia. E rivedevo Bob Dylan nei primi anni ’60 che girava per il continente con Pete Seeger. E con Bruce, oggi come allora, si sente lo sferragliare dei treni sui binari polverosi durante la Big Depression del ’29, locomotive arrugginite che arrancano fino alla nuove pesanti crisi degli anni ’50 e ’70, fino agli anni  ‘80 di Reagan e l’illusione di un mondo perfetto ma finto, fino a oggi.

Personalmente, per Springsteen, ho speso migliaia di euro. Mai soldi furono meglio spesi, perché valgono tutte le emozioni, le scoperte, le conoscenze, lacrime, sudore, sangue che ne sono conseguiti. Grazie Bruce, alla prossima! ( E cioè, 19 giugno a Montpellier, il 4 e 5 luglio a Parigi, il 9 Zurigo, l’11 a Praga, il 14 a Londra, il 27 e 28 a Goteborg).

brucespringsteen.net